02/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Decine di persone tra i Karen continuano a fuggire dalla persecuzione dei militari

KarenForse per la prima volta vediamo le vittime della pulizia etnica birmana: donne coi neonati infagottati sulle spalle, bambini e bambine piegati sotto ceste di bambù. Si fanno strada nella giungla e alcuni guardano nell’obiettivo. Il 28 giugno scorso fonti anonime dell’Ong americana Us Campaign for Burma hanno documentato con pochi scatti lo sfollamento forzato di 230 persone di popolazione Karen in Birmania, a 50 miglia dalla Thailandia. Qui, dal gennaio scorso, l’esercito governativo muove attacchi contro i civili, bruciando villaggi e costringendo gli abitanti ad andare nei campi di lavoro. Si conta che nel primo mese dell’anno almeno 5mila persone hanno lasciato le loro case per la paura di essere deportate o addirittura torturate e uccise.

Un esodo insidiato dai pericoli. I militari birmani hanno minato i terreni intorno agli insediamenti Karen nel mezzo secolo di guerra contro i separatisti dell’Unione nazionale karen (Knu). Il 10 maggio, un uomo di trent’anni è morto, saltando su un ordigno. Due settimane più tardi, il 26 maggio, una ragazza di 16 anni ha perso un braccio. Nei villaggi saccheggiati e distrutti, dove gran parte degli sfollati sono riusciti a rientrare, e negli accampamenti in mezzo alla foresta tropicale, è emergenza cibo. Le razioni di riso stanno per finire, mentre le fitte piogge monsoniche rendono più dura la sopravvivenza dei senzatetto.

Quello dei Karen è un dramma che si consuma nell’indifferenza internazionale. “Il regime birmano sta colpendo degli innocenti, dei bambini indifesi”, dice Stephen Dun, della Us Campaign for Burma. “I membri dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico), gli Stati Uniti, l’Onu devono condannare al più presto questi abusi”.

I crimini perpetrati dalla giunta sono tra i più efferati, anche se risulta difficile documentarli con precisione, visto che avvengono in regioni – le cosiddette black area – inaccessibili agli osservatori stranieri. Secondo fonti umanitarie i militari userebbero lo stupro come arma di guerra, rievocando quanto accaduto in Bosnia a metà degli anni ’90. D’altra parte, l’imposizione del lavoro forzato ha spinto un’agenzia Onu, l’ International Labor Organization, a sanzionare il governo di Yangon.

Dopo aver evacuato venti villaggi, l’esercito ha obbligato gli abitanti a lavorare alla costruzione di una grande strada, la Mawchi road. “L’esercito ci picchiava”, racconta un uomo. La maggior parte dei Karen abitano nella giungla montagnosa a sud est del Myanmar e lavorano come contadini. La lotta per l'indipendenza dei Karen rappresenta uno dei conflitti irrisolti più lunghi della storia internazionale. La guerriglia Karen combatte dal 1949 contro il governo, dopo che la Birmania divenne indipendente dagli inglesi. Da allora una giunta di militari ha soppresso le libertà fondamentali e guidato la repressione delle minoranze etniche.

Francesca Lancini 
Categoria: Profughi
Luogo: Myanmar