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Forse per la prima volta vediamo le vittime della pulizia etnica
birmana: donne coi neonati infagottati sulle spalle, bambini e bambine
piegati sotto ceste di bambù. Si fanno strada nella giungla e alcuni
guardano nell’obiettivo. Il 28 giugno scorso fonti anonime dell’Ong
americana Us Campaign for Burma hanno documentato con pochi scatti lo
sfollamento forzato di 230 persone di popolazione Karen in Birmania, a
50 miglia dalla Thailandia. Qui, dal gennaio scorso, l’esercito
governativo muove attacchi contro i civili, bruciando villaggi e
costringendo gli abitanti ad andare nei campi di lavoro. Si conta che
nel primo mese dell’anno almeno 5mila persone hanno lasciato le loro
case per la paura di essere deportate o addirittura torturate e uccise.
Un esodo insidiato dai pericoli. I militari birmani hanno
minato i terreni intorno agli insediamenti Karen nel mezzo
secolo di guerra contro i separatisti dell’Unione nazionale karen
(Knu). Il 10 maggio, un uomo di trent’anni è morto, saltando su un
ordigno. Due settimane più tardi, il 26 maggio, una ragazza di 16 anni
ha perso un braccio. Nei villaggi saccheggiati e distrutti, dove gran
parte degli sfollati sono riusciti a rientrare, e negli accampamenti in
mezzo alla foresta tropicale, è emergenza cibo. Le razioni di riso
stanno per finire, mentre le fitte piogge monsoniche rendono più dura
la sopravvivenza dei senzatetto.
Quello dei Karen è un dramma che si consuma nell’indifferenza
internazionale. “Il regime birmano sta colpendo degli innocenti, dei
bambini indifesi”, dice Stephen Dun, della Us Campaign for Burma. “I
membri dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico),
gli Stati Uniti, l’Onu devono condannare al più presto questi abusi”.
I crimini perpetrati dalla giunta sono tra i più efferati, anche se
risulta difficile documentarli con precisione, visto che avvengono in
regioni – le cosiddette black area – inaccessibili agli osservatori
stranieri. Secondo fonti umanitarie i militari userebbero lo stupro
come arma di guerra, rievocando quanto accaduto in Bosnia a metà degli
anni ’90. D’altra parte, l’imposizione del lavoro forzato ha spinto
un’agenzia Onu, l’ International Labor Organization, a sanzionare il
governo di Yangon.
Dopo aver evacuato venti villaggi, l’esercito ha obbligato gli abitanti
a lavorare alla costruzione di una grande strada, la Mawchi road.
“L’esercito ci picchiava”, racconta un uomo. La maggior parte dei Karen
abitano nella giungla montagnosa a sud est del Myanmar e lavorano come
contadini. La lotta per l'indipendenza dei Karen rappresenta uno dei
conflitti irrisolti più lunghi della storia internazionale. La
guerriglia Karen combatte dal 1949 contro il governo, dopo che la
Birmania divenne indipendente dagli inglesi. Da allora una giunta di
militari ha soppresso le libertà fondamentali e guidato la repressione
delle minoranze etniche.