
Un rapporto redatto e pubblicato alcuni giorni fa da un’associazione per i diritti
umani e sottoscritto dall'organizzazione
Human Rights Watch getta nuove ombre sul governo angolano e sulle sue truppe dislocate nella regione
indipendentista di Cabinda.
Il documento di 49 pagine, firmato dall’Associação Cívica de Cabinda, e intitolato “Cabinda, regno dell’impunità”, parla di una serie di violenze
e atrocità commesse da soldati dell’esercito nazionale angolano ai danni della
popolazione civile e dei membri del Flec, un gruppo armato che dagli anni Sessanta combatte una guerra silenziosa e dimenticata.
Una guerra che, in questa regione angolana staccata dal resto del Paese e confinante
solo con la Repubblica del Congo (Rc) e con la Repubblica Democratica del Congo
(Rdc), odora di petrolio, petroldollari e multinazionali straniere. La zona è
infatti ricchissima di oro nero, della cui estrazione si occupa la compagnia statunitense
Chevron Texaco. Una risorsa fondamentale per l’economia di un Paese come l’Angola,
uscito da soli due anni da una guerra civile durata quasi tre decenni. Ma anche
una ricchezza alla quale molti degli abitanti della Cabinda tengono in modo particolare:
ottenere l’indipendenza significherebbe poterla sfruttare al massimo, portando
fiumi di denaro a un’area abitata da appena 300mila persone.
Una guerra silenziosa. Il governo angolano, che ha ottenuto la sovranità sul territorio di Cabinda
dai coloni portoghesi dopo l’indipendenza, non è mai sembrato intenzionato a cederlo
ai ribelli. Per questo, sostengono i suoi oppositori nella piccola enclave che
si affaccia sull’Oceano Atlantico, il governo di Luanda avrebbe inviato un contingente
a sedare le rivolte e a proteggere la piattaforma della Chevron dagli assalti
della popolazione.
Stando alle informazioni diffuse nel rapporto, gli episodi di violenza contro
civili da parte dei militari di Luanda sarebbero numerosi: pestaggi, torture,
stupri, in alcuni casi addirittura esecuzioni sommarie e omicidi.

“E’ da anni che combattiamo contro il governo angolano per l’indipendenza”, dice
al telefono da Parigi il comandante del gruppo armato Flec e presidente del governo
in esilio, Comandante Antonio Luiz Lopez. “La nostra è una battaglia per la libertà,
l’autodeterminazione e lo sfruttamento delle risorse sul nostro territorio. All’Angola
interessa solo il nostro petrolio, e per metterci mano ha fatto di tutto. Compreso
l’invio di soldati per difendere i lavori di estrazione della Chevron. I nostri
abitanti non ne beneficiano affatto. Basta andare di persona a vedere i villaggi
e le comunità, per rendersi conto che lo stato sfrutta al massimo le nostre risorse,
lasciando nella miseria più nera gli abitanti. Questa situazione – s’infervora
il comandante – ricorda molto quello che si vede ogni giorno negli stati del
Delta, in Nigeria”.
La compagnia nega. Per conto suo la Chevron Texaco si difende sostenendo di non avere nulla a che
vedere con l’esercito angolano e con le presunte violazioni dei diritti umani
commesse dai suoi soldati.
”Non ci immischiamo negli affari interni dei governi dei Paesi nei quali estraiamo
il petrolio – commenta da Londra Andy Norman, portavoce della compagnia statunitense
– il nostro business è condotto in maniera responsabile ed etica, nel rispetto
dei diritti umani. Se qualcuno ci accusa di lavorare gomito a gomito con il governo
e con l’esercito effettueremo le dovute verifiche”.
Un problema diffuso in tutto il continente. Le accuse di violazioni sono sostenute da una delle principali organizzazioni
per la difesa dei diritti umani, Human Rights Watch, che in un recente rapporto
ha fatto appello alle parti in conflitto, alla comunità internazionale e alle
Nazioni Unite affinché si adoperino per porre fine violenze.
Tuttavia il comandante Lopez sembra scettico sulla possibilità di una risoluzione
rapida di una sorta di pace armata che vige nella regione dal 2002, anno in cui
gli scontri e le violenze tra i belligeranti furono più intense. “Non abbiamo
amici all’estero – lamenta Lopez – la nostra lotta va avanti da decenni, ma nessuno
si interessa alle condizioni in cui è costretta a vivere la nostra popolazione”.

La denuncia proveniente dall’enclave di Cabinda si assomma ai numerosi casi legati
al problema dell’estrazione del petrolio e degli effettivi beneficiari della sua
vendita. Un problema che perdura da quasi cinquant’anni nell’Africa sub-sahariana.
In Nigeria è in corso una lotta armata nei sei stati del Delta del fiume Niger,
dove diverse associazioni della società civile e alcuni gruppi di guerriglia hanno
intrapreso una lotta con mezzi legali e non, per lo sfruttamento dell’oro nero.
Nord e sud del Sudan si sono fatti la guerra per ventuno anni, dopo la scoperta
di giacimenti petroliferi nelle regioni meridionali nel 1978. Un recente fallito
colpo di stato nella Guinea Equatoriale, ricca di petrolio, ha smascherato una
congiura internazionale ordita da nomi illustri della politica estera africana
ed europea, tra questi Mark Thatcher.