10/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nella regione angolana di Cabinda, violenza per difendere il petrolio
Un rapporto redatto e pubblicato alcuni giorni fa da un’associazione per i diritti umani e sottoscritto dall'organizzazione Human Rights Watch getta nuove ombre sul governo angolano e sulle sue truppe dislocate nella regione indipendentista di Cabinda.
Il documento di 49 pagine, firmato dall’Associação Cívica de Cabinda, e intitolato “Cabinda, regno dell’impunità”, parla di una serie di violenze e atrocità commesse da soldati dell’esercito nazionale angolano ai danni della popolazione civile e dei membri del Flec, un gruppo armato che dagli anni Sessanta combatte una guerra silenziosa e dimenticata.
Una guerra che, in questa regione angolana staccata dal resto del Paese e confinante solo con la Repubblica del Congo (Rc) e con la Repubblica Democratica del Congo (Rdc), odora di petrolio, petroldollari e multinazionali straniere. La zona è infatti ricchissima di oro nero, della cui estrazione si occupa la compagnia statunitense Chevron Texaco. Una risorsa fondamentale per l’economia di un Paese come l’Angola, uscito da soli due anni da una guerra civile durata quasi tre decenni. Ma anche una ricchezza alla quale molti degli abitanti della Cabinda tengono in modo particolare: ottenere l’indipendenza significherebbe poterla sfruttare al massimo, portando fiumi di denaro a un’area abitata da appena 300mila persone.
 
Una guerra silenziosa. Il governo angolano, che ha ottenuto la sovranità sul territorio di Cabinda dai coloni portoghesi dopo l’indipendenza, non è mai sembrato intenzionato a cederlo ai ribelli. Per questo, sostengono i suoi oppositori nella piccola enclave che si affaccia sull’Oceano Atlantico, il governo di Luanda avrebbe inviato un contingente a sedare le rivolte e a proteggere la piattaforma della Chevron dagli assalti della popolazione.
Stando alle informazioni diffuse nel rapporto, gli episodi di violenza contro civili da parte dei militari di Luanda sarebbero numerosi: pestaggi, torture, stupri, in alcuni casi addirittura esecuzioni sommarie e omicidi.
Angola: una guerra civile, quella tra governo e ribelli dell'Unita, durata 27 anni“E’ da anni che combattiamo contro il governo angolano per l’indipendenza”, dice al telefono da Parigi il comandante del gruppo armato Flec e presidente del governo in esilio, Comandante Antonio Luiz Lopez. “La nostra è una battaglia per la libertà, l’autodeterminazione e lo sfruttamento delle risorse sul nostro territorio. All’Angola interessa solo il nostro petrolio, e per metterci mano ha fatto di tutto. Compreso l’invio di soldati per difendere i lavori di estrazione della Chevron. I nostri abitanti non ne beneficiano affatto. Basta andare di persona a vedere i villaggi e le comunità, per rendersi conto che lo stato sfrutta al massimo le nostre risorse, lasciando nella miseria più nera gli abitanti. Questa situazione – s’infervora il comandante –  ricorda molto quello che si vede ogni giorno negli stati del Delta, in Nigeria”.
 
La compagnia nega. Per conto suo la Chevron Texaco si difende sostenendo di non avere nulla a che vedere con l’esercito angolano e con le presunte violazioni dei diritti umani commesse dai suoi soldati.
”Non ci immischiamo negli affari interni dei governi dei Paesi nei quali estraiamo il petrolio – commenta da Londra Andy Norman, portavoce della compagnia statunitense – il nostro business è condotto in maniera responsabile ed etica, nel rispetto dei diritti umani. Se qualcuno ci accusa di lavorare gomito a gomito con il governo e con l’esercito effettueremo le dovute verifiche”.

Un problema diffuso in tutto il continente. Le accuse di violazioni sono sostenute da una delle principali organizzazioni per la difesa dei diritti umani, Human Rights Watch, che in un recente rapporto ha fatto appello alle parti in conflitto, alla comunità internazionale e alle Nazioni Unite affinché si adoperino per porre fine violenze.
Tuttavia il comandante Lopez sembra scettico sulla possibilità di una risoluzione rapida di una sorta di pace armata che vige nella regione dal 2002, anno in cui gli scontri e le violenze tra i belligeranti furono più intense. “Non abbiamo amici all’estero – lamenta Lopez – la nostra lotta va avanti da decenni, ma nessuno si interessa alle condizioni in cui è costretta a vivere la nostra popolazione”. Una vignetta tratta da giornale online Ibinda.com; L'immagine ritrae membri della comunità internazionale che fanno finta di ignorare la situazione in CabindaLa denuncia proveniente dall’enclave di Cabinda si assomma ai numerosi casi legati al problema dell’estrazione del petrolio e degli effettivi beneficiari della sua vendita. Un problema che perdura da quasi cinquant’anni nell’Africa sub-sahariana. In Nigeria è in corso una lotta armata nei sei stati del Delta del fiume Niger, dove diverse associazioni della società civile e alcuni gruppi di guerriglia hanno intrapreso una lotta con mezzi legali e non, per lo sfruttamento dell’oro nero.
Nord e sud del Sudan si sono fatti la guerra per ventuno anni, dopo la scoperta di giacimenti petroliferi nelle regioni meridionali nel 1978. Un recente fallito colpo di stato nella Guinea Equatoriale, ricca di petrolio, ha smascherato una congiura internazionale ordita da nomi illustri della politica estera africana ed europea, tra questi Mark Thatcher.

Pablo Trincia

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