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Un minuto di silenzio in onore di chi è morto per la democrazia. In
questi giorni le voci del dissenso birmano celebrano così due
anniversari di rilievo: quello delle prime e uniche elezioni libere (27
maggio 1990) e quello dell’assalto, il 30 maggio 2003, al convoglio di
Aung San Suu Kyi, loro leader e premio nobel per la pace. In entrambi i
casi i militari uccisero e ferirono decine di persone, per difendere
una dittatura che in Myanmar (la Birmania di un tempo) dura da mezzo
secolo.
Trecento delegati, tra diplomatici e sostenitori della Lega nazionale
per la democrazia (Ndl), il partito di Suu Kyi, si sono incontrati a
Yangon, la capitale, giovedì 27 maggio. La pioggia cadeva violenta sui
soldati schierati davanti al quartier generale dell’Ndl. Gli ufficiali
dei servizi segreti scattavano foto a chiunque entrava, mentre i
poliziotti e i militari dell’Esercito osservavano impassibili. Nel ’90
il partito di Suu Kyi ottenne l’80 per cento dei voti, ma il risultato
elettorale non fu mai accettato dalla giunta. “Siamo stati umiliati
davanti a tutto il mondo”, ha detto Aung Shew, presidente dell’Nld.
“Chi nega i risultati di quelle elezioni, non vuole le riforme. In
nessun altro Paese è mai accaduta una cosa simile”.
Le parole di Aung Shwe cadono come pietre. Quello dell’ex Birmania, è
un conflitto sociale tra i più trascurati al mondo. A poco, finora,
sembrano essere servite le sanzioni economiche imposte dall’Unione
Europea e dagli Stati Uniti e le visite dei delegati delle Nazioni
Unite. Suu Kyi è di nuovo agli arresti domiciliari, per la terza volta
in 15 anni. Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty, i prigionieri
politici nelle prigioni locali sarebbero circa 1.350. Il presidente
dell’Nld non vuole credere alle promesse fatte di recente dal governo.
Dal 10 maggio la giunta ha riunito una Convenzione Nazionale per
scrivere la Costituzione. “Un primo passo verso la democrazia nella
road map che dovrà portare il Paese ad una reale e duratura
democrazia’”, dice il primo ministro Khin Nyunt. Tutti gli oppositori
politici, insieme ai capi dei principali gruppi etnici, la stanno
boicottando, e continuano a chiedere il rilascio dei loro compagni. “La
crisi politica, economica e sociale del nostro Paese può essere risolta
solo istituendo un parlamento liberamente eletto dal popolo”, spiega
Aung Shwe.
E’ difficile poi dire con precisione cosa accadde il 30 maggio di un
anno fa. “Gli assalitori – mandati dal governo – colpirono i membri
dell’Nld con aste di ferro e bastoni di bambù. Molte donne vennero
picchiate. Ad alcune strapparono i vestiti”. Secondo testimoni oculari,
i miliziani del Consiglio per l’unione, la pace e lo sviluppo (Spdc) –
sigla dietro cui si nasconde il regime militare – uccisero 80 persone e
ne ferirono altre centinaia. Molti dei sopravvissuti, tra l’altro,
furono arrestati e si trovano tuttora in carcere. Alcuni di loro
portano ancora i segni di quelle lesioni. Le bugie del governo non
hanno limiti. L’Spdc dichiara: “Il 30 maggio morirono solo quattro
persone”. Oppure: “La Costituente rappresenta i birmani anche senza la
presenza dell’Nld. Hanno aderito, infatti, il 98.99 per cento degli
invitati”.
Contro queste menzogne, continuano a lottare Khin Maung Kyi e Myint
Tun, due ex prigionieri politici. Khin è stato in carcere dieci anni,
Myint sette. I loro famigliari sono emigrati lontano, nella Baia di San
Francisco. Negli ultimi quarant’anni tra i 10 e i 50mila birmani
sarebbero arrivati qui, nel Nord della California alla ricerca di un
futuro migliore. Il figlio di Khin, Koko, oggi 24enne, seppe
dell’arresto del padre dal telegiornale della sera. La polizia lo
fermò, mentre stava partecipando a una riunione con Suu Kyi. “A quel
tempo avevo nove anni e credevo che i detenuti fossero tutti delle
cattive persone”, racconta Koko. “Io e mia sorella abbiamo insistito
affinché nostro padre lasciasse la politica per amore della famiglia.
Ma lui rifiutò. Disse che non poteva venire meno al dovere di risolvere
i problemi del Paese”. Nel ’98 Khin fu condannato a dieci anni di
prigione “per aver diffuso informazioni false”. Amnesty l’ha definito
un prigioniero di coscienza, come quel migliaio di uomini che si
trovano ancora dietro le sbarre. “Alcuni vicini erano dispiaciuti per
mio padre”, continua Koko. “Ma altri avevano paura persino di
rivolgerci la parola”.
Adesso Koko vive con la zia e studia scienze informatiche al College.
Prima che partisse per gli Stati Uniti, suo padre gli diede un
biglietto con scritto: “Cerca di sopravvivere. Un giorno rivedrai la
tua famiglia e avrai una vita migliore”. “Ora – aggiunge il ragazzo –
posso parlare liberamente di mio padre. In Birmania le persone
sull’autobus non discutono tra loro e non si guardano negli occhi. Non
sorridono le une alle altre”.
Dopo il rilascio in agosto, Mynt Tun, ex leader quarantenne dell’Nld,
ha già ripreso a fare politica. Nel ’90 fu eletto, ma non riuscì mai a
prendere il suo posto in parlamento. Fu sequestrato dalla polizia nel
’96, mentre si trovava in un bazar. La meditazione lo ha aiutato a
superare il trauma della prigionia. “Ho imparato ad oppormi al governo
in un modo diverso”, dichiara oggi. Nell’ex Birmania almeno il 90 per
cento della popolazione è buddista.
Il recente rapporto di Amnesty sottolinea anche le terribili violazioni
dei diritti umani, a cui sono sottoposti i membri delle minoranze
etniche, negli Stati Shan, Kayin, Kayah e Mon. Qui l’Esercito continua
a confiscare le terre ai contadini e a spedire intere famiglie in campi
di lavoro forzato. “Anche la Convenzione Nazionale rischia di
trasformarsi nell’ennesima farsa di questo regime”, dichiara un
portavoce dell’organizzazione. “Alle personalita’ politiche di primo
piano, come Aung San Suu Kyi, è di fatto impedito di prendervi parte e
molti dei partecipanti sono soggetti a continue minacce e
intimidazioni. Si trovano in costante rischio di venire arrestati nel
caso si discostino troppo dalle ‘linee guida’ dettate dai militari”.