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Sono giorni tristi nell’ex Birmania, dall’89 chiamata, per volere del
governo, Myanmar. La repressione dei diritti fondamentali preme ogni
ora di più sugli attivisti politici e su quelli umanitari. In occasione
della Riunione nazionale per redigere la prima Costituzione del Paese ,
iniziata il 10 maggio scorso e destinata a durare per settimane o
addirittura mesi, il governo ha intensificato i controlli sulle libertà
d’azione ed espressione di chi considera “pericoloso per la sicurezza
nazionale”. “Mentre si svolgono le riunioni plenaria o dei gruppi – ha
ordinato il generale e ministro dell’Informazione birmano Kyaw Hsan - i
delegati non possono muoversi da soli o insieme senza permesso e fare
critiche agli altri partecipanti”. Eppure doveva essere - come dichiara
la giunta - “il primo passo della road map pro democracy”, la “strada
verso la democrazia” di un Paese guidato da una giunta tra le più
feroci al mondo.
Alle discussioni, iniziate in pompa magna, partecipano 1076 delegati in
una base militare fuori Yangon, la capitale. Mancano, però, i
principali oppositori politici che hanno deciso di boicottare
l’iniziativa: i membri della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld) e,
soprattutto, la sua presidente Aung San Suu Kyi e un altro leader del
partito, U Tin Oo. Da quasi un anno sono agli arresti, dopo che, in una
calda giornata di fine maggio, uomini armati dell’esercito e dei
servizi segreti assalirono il convoglio che li stava portando nel nord
per un comizio. Il quartiere generale dell’Nld ha potuto riaprire solo
un mese fa. Ma non ci sono anche i capi delle minoranze etniche (degli
Shan per esempio), gli esponenti di nazioni Unite e Comunità Europea e
i diplomatici di Stati Uniti, Thailandia e Malesia. Tutti appoggiano la
causa di Suu Kyi, figlia dell’eroe dell’indipendenza dagli inglesi Aung
San e premio Nobel per la pace nel ’91. La donna, nel ’90 aveva vinto
libere elezioni ma i generali al potere non le permisero mai di
governare. Anzi l’hanno arrestata tre volte in 15 anni.
Nelle prigioni birmane cercano di sopravvivere decine di intellettuali,
studenti, giornalisti che hanno provato a contestare le autorità.
Altri, sono stati obbligati ad attraversare il confine e a trovare
rifugio, in gran parte, a Mae Sot, cittadina tailandese alquanto grigia
diventata ricovero e nascondiglio di tantissimi disperati. Tra loro ci
sono pure donne e bambini appartenenti ai gruppi etnici, contadini a
cui sono state strappate le terre, ex prigionieri politici. Come Ye Maw
Htoo, 33 anni, che ha oltrepassato la frontiera due settimane fa.
All’Irrawaddy, il quotidiano degli esiliati birmani in Thailandia,
racconta: “Sarei stato rispedito in carcere, se mi fossi occupato di
politica in questo periodo. La polizia ci sorveglia da vicino adesso
che è in corso la Costituente”. Insieme a lui, negli ultimi giorni,
sono arrivati a Mae Sot, almeno 14 ex prigionieri politici. Lo denuncia
un’associazione locale. Ye era membro dell’Unione studenti della
Federazione birmana (Abfsu) bandita dal governo. Dal 1988 a oggi è
finito in prigione due volte spendendovi dieci anni della sua vita.
“Vorrei continuare a fare politica – dice – ma è difficile in Birmania.
Si è continuamente controllati dall’Ufficio del capo dell’intelligence
militare (Ocmi). Stessa storia quella di Kyaw Thwin, anche lui
rifugiato a Mae Sot. Dagli anni ’70 si batte per la democrazia. Fu
messo dietro le sbarre per tre volte e faceva parte del governo eletto
nel ’90 guidato da Suu Kyi.
Eppure c’è chi ha avuto il coraggio di protestare, là fuori dai
cancelli invalicabili del campo militare in cui è riunita la
Costituente, come Nyan Tun Linn, giovane leader dell’Unione studentesca
(Absfu). Per aver distribuito un volantino di condanna, è stato
condannato, il 18 maggio, a 22 anni di carcere. Così commenta
l’accaduto Min Naing, portavoce dell’Absfu: “Ogni persona e ogni
associazione, in questo periodo storico, ha il diritto di esprimere le
proprie opinioni sul futuro della Birmania. Gli arresti di cinque
persone - tra cui Linn – durante la Riunione nazionale dimostrano che
il Consiglio per la pace e lo sviluppo (Spdc) – sigla con cui si nomina
il governo - non vuole veramente lavorare per la democrazia”.
A nulla poi, sono serviti gli appelli per il rispetto dei diritti umani
della comunità internazionale. Rizali Ismail, inviato malesiano Onu per
il Myanmar, ha chiesto a Cina e India di far pressione sui leader
birmani. Sempre il 18 maggio, il presidente Usa Bush ha prolungato di
un anno le sanzioni sul Paese asiatico. Washington vieta gli
investimenti in Birmania e ne proibisce le importazioni.
La democrazia resta una chimera. Adesso come nella precedente
Costituente, durata dal ’93 al ’96, quando si approvò un principio
tutt’altro che “democratico” e ancora valido che attribuisce un ruolo
maggiore ai militari nel governo.