22/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



I bombardamenti sulla televisione nazionale serba rievocati da una reporter

Scritto per noi da

Gianluca Ursini

Venti metri separano la vita dalla morte. Sono i venti metri che dividono l'ufficio al terzo piano del palazzo amministrativo della tv serba (Rts) - dove lavorava la nostra intervistata - dagli studi di registrazione. Un palazzotto basso a tre piani che congiungeva il corpo di rappresentanza della Rts di Belgrado su Bulevar Tarkovska, tutto acciaio e vetro, con l'edificio cubico dove si trovano tuttora i teatri di posa per trasmettere i programmi di musica turbo folk che hanno tanto successo in Serbia.

Bombardamenti su BelgradoGuerre chirurgiche della Nato.
Nell'aprile 1999 erano giorni di guerra per i serbi, o jugoslavi, come ancora si definivano nella speranza di mantenere qualcosa che i loro stessi deliri nazionalisti avevano affossato: dal 24 marzo la Nato martellava le postazioni sensibili del regime di Slobodan Milosevic e del suo Partito Socialista, per convincerlo a capitolare, cedere il controllo amministrativo del Kosovo, ristabilire una piena parità di diritti alla maggioranza albanese kosovara che veniva discriminata dal 1991, dopo 50 anni d'uguaglianza titina; e soprattutto per cedere l'amministrazione della provincia meridionale. Che, ancora non si sapeva, doveva diventare un caposaldo degli Stati Uniti nel cuore dell'Europa, nonché patria della maggiore base Nato sul vecchio Continente, oltre che di ogni tipo di contrabbando e traffico illecito. Quel 23 aprile si era arrivati al 29esimo giorno di attacchi (saranno alla fine 58 prima della capitolazione di Milosevic e dell'esercito della Federazione Jugoslava) e la popolazione belgradese si era man mano assuefatta a vivere col cuore in gola dopo essere stata svegliata dalle sirene dell'allarme aereo nel pieno della notte. I giornalisti, poi... "Siamo sempre i più cinici per mestiere, giusto? Diciamo sempre che abbiamo il cuore di ghiaccio... E allora sembrava ancora così: la guerra sembrava una sfida che il mondo intero ci stava lanciando e noi serbi, non ci sentivamo nel torto. Ci sembrava che una piccola nazione si dovesse difendere contro il Golia Usa, così eravamo galvanizzati dalla sfida e andavamo al lavoro nonostante tutti gli ammonimenti - spiega con calma Aleksandra, che 9 anni dopo annuncia il telegiornale delle 8 e tutte le edizioni straordinarie, non ultima quella della cattura di Radovan Karadgic il 22 luglio scorso - anzi, con un senso di sfida tutto balcanico: siamo dei popoli fieri e crediamo di essere uomini coraggiosi. Ma in quegli anni folli eravamo tutti drogati dalla guerra, ci saremmo svegliati da quell'incubo solo anni più tardi"...

La sede della Tv serbaIl buco dell'informazione. Tra il primo e il terzo piano... Aleksandra accende l'ennesima Marlboro montenegrina di contrabbando e si allunga sulla panchina. Il suo sguardo si posa su di un cumulo di macerie, una visione impensabile nella capitale di un paese prossimo all'ingresso Ue con un tasso di crescita del 6 percento annuo: guarda il buco enorme che è rimasto nel palazzo della tv di stato serba dopo la notte del 23 aprile '99. Calcinacci ovunque e un edificio slabbrato e aperto in sezione, come una nostra Beirut europea. Incredibile che nel 2008 una nazione mantenga un simile cimelio, ma per i serbi è giusto cosi. "Come il palazzo distrutto dell'Armata su Kneiza Milosha, la strada della ambasciate: li manteniamo così un po' perché non abbiamo soldi, un po' perché voi occidentali in visita vi dovete rendere conto di cosa vuol dire essere bombardati". "Ma figurati se colpiranno noi!!" "Sinisha era il più allegro di tutti noi, scherzava sempre... Sai, per reagire al fatto che ti stanno bombardando, e che non sai se domani rivedrai i tuoi cari al rientro dal lavoro, ma forse un buco dove c'era casa tua, devi costruirti una corazza di cinismo..". Aleksandra ha una smorfia amara che assomiglia a un sorriso sul suo volto angelico di ex Miss Titovo Uzice: "Scherzavamo sempre in mensa: "quando tutto questo sarà finito, ce ne andremo in Malesia, o alle Seychelles, su di un'isola tropicale a dimenticare.. E facevamo le scommesse su chi di noi sarebbe sopravvissuto alle bombe... ci impegnavamo, tra i superstiti a mantenere la promessa.. Sinisha ci interrompeva col suo solito buonumore: "Ma che sopravvissuti, non siate idioti! Qua stiamo in una botte di ferro, lo volete capire? Il regime ci protegge perché siamo la sua voce.. non ci succederà mai nulla, siamo nel posto più sicuro di tutta Belgrado, come fosse casa di Milosevic stesso...".
Una delle giornaliste più famose di Serbia ora volge il volto, per non mostrare le lacrime che le spuntano tra gli occhi verde smeraldo. "La cosa terribile è che, come nei drammoni sentimentali, ho il cruccio di non avergli salvato la vita: lui ogni sera veniva a rincuorarmi quando suonavano le sirene - era un montatore audio e video, il più bravo di tutti, io volevo lavorare solo con lui - e mi diceva: "Serve niente? Vieni a farti un chaj (tè) li da noi plebei, Aleksiusha? No? Voi giornalisti siete così snob, mai che vi mischiate a noi tecnici.." e usciva con una delle sue inconfondibili risate.. Quella sera era passato all'una e trenta, come ogni sera.. Se solo gli avessi detto che dovevo montare un altro pezzo per l'edizione del Tg delle tre, e gli avessi chiesto di fermarsi ad aiutarmi..." Un singhiozzo la interrompe.

'Bersaglio'L'attacco.
Alle 2.06 di quel 23 aprile un missile Nato sganciato da un F-16 a guida americana colpisce in pieno l'edificio centrale della Rts. Muoiono 16 persone. Nessuno di loro è giornalista. Nessun dirigente. Quel giorno nessun dirigente si era segnato di turno per fare la notte. Tutti i maggiori nomi della tv di stato evitavano i turni notturni. Ma il regime di Milosevic aveva bisogno di vittime sacrificali, martiri da presentare all'opinione pubblica europea per poter gridare "Vedete? Gli Usa non rispettano la libertà d'informazione!" Nel 2001 è iniziato un processo presso il Tribunale speciale per i crimini di guerra di Belgrado, procuratore Vladimir Vukcevic: il direttore generale di Rts Dragoljub Milanovic è stato condannato nel 2002 a dieci anni di prigione che finirà di scontare tra 3 anni, per "non aver potuto dimostrare di non sapere dell'attacco". I vertici Nato a un anno dalle bombe denunciarono per voce del colonnello Konrad Freytag: "Avevamo avvisato dello ‘strike' con 48 ore di preavviso i vertici dell'Armata Jugoslava". Ma il presidente Milosevic né il generale Mihajlovic a capo dello Stato Maggiore serbo vengono condannati. Eppure nemmeno loro "potevano non sapere".


Poster con Karadzic e MladicIl giudizio.
"Si, Milanovic era un uomo dei loro, del Partito Socialista. Come credi che si potesse lavorare se no da noi? Non è lo stesso da voi in RAI? - si arrabbia Aleksandra - tutti noi eravamo in qualche modo collegati o amici a qualche socialista o comunista.. Ma non fanatici.. Nazionalisti, sì! E' normale quando vieni attaccato.. ma il direttore,,, No, non credo che sia il vero colpevole. E' solo un capro espiatorio.. Non poteva sapere con esattezza che l'attacco sarebbe stato lì in quella notte maledetta.. Sua moglie era di turno fino alla una,, Una manager come tutti noi.. Prendevamo un chaj qui al caffè del Teatro (una struttura ultramoderna che guarda l'edificio distrutto) per una piccola pausa fino alle due.. C'è qualcosa di strano: Sveta Milanovic per un attimo provò a trattenermi: "Aspetta! Non andare! Stai con me 5 minuti" Poi cedette di fronte alle mie insistenze, non volevo lasciare i miei colleghi da soli di fronte all'enorme lavoro delle prossime edizioni.. In quei giorni c'erano già fin troppo imboscati.. Grandi giornalisti che ora vanno in video a fare i gradassi e parlare di ‘patria'. Bah! Se li volessi sbugiardare dovrei solo produrre i fogli presenza di quei 58 giorni di bombardamenti: quante assenze improvvise per malattia! Ho scoperto allora che molti maschi serbi non avevano davvero i coglioni sotto, ma molte ragazze come me si.. Comunque - dice tornando in se' come dopo un brutto incubo - il punto è che credo Milanovic non si aspettasse l'attacco quel giorno e non ne sapesse nulla. A predisporre la strage sono stati personaggi più in alto di lui, ai quali adesso è stata affidata la struttura per la quale lavoro. E per la quale domani avrò molto da fare. Si è fatto tardi. Buona fortuna per il suo ratiki (lavoro) colega italianski". Aleksandra si congeda si alza e se ne va. "Ah, una ultima cosa - si volta - dal giorno seguente abbiamo lavorato dispersi in punti molto lontani della città: vecchi centri di produzione in disuso, che hanno funzionato perfettamente.. Perché non ci avevano pensato prima? Benvenuto nell'assurdo dei Balcani, 'kolega'".


Notte belgradese su Kneza Mihajla. La notte è scesa su Belgrado e ora fa fresco, nonstante questa estate di San Martino balcanica che porta tutti a sciamare per Kneza Mihajla, la via pedonale, per gli ultimi acquisti prima che alle 21 i negozi chiudano. I serbi acquistano, lavorano (in nero: il tasso ufficiale di disoccupazione è al 44 percento), fanno affari, hanno ripreso a vivere. Ora vogliono l'Europa e i fondi Ue, la libera circolazione e niente più visti per visitare Roma Milano Venezia, non appena Ratko Mladic verrà consegnato al Tribunale per i crimini di guerra. Ma ci sono ancora molti delitti impuniti su quegli anni. Che forse non verranno mai risolti. In fondo, si trattava solo di giornalisti.. Anzi, nemmeno: solo di tecnici tv audio e video, truccatrici e parrucchiere degli studi di produzione. A chi volete che interessi? In quell'aprile '99 a dare l'autorizzazione di sorvolo del territorio italiano ai caccia Nato per bombardare la Serbia era il primo ministro Massimo D'Alema. Alla notizia che la tv di stato era stata colpita e 16 persone erano morte, il suo commento fu: "Se l'informazione di Stato è diventata per la Nato un obiettivo sensibile, vuol dire che in quel Paese non esiste molta informazione obbiettiva, e questi signori giornalisti andavano al lavoro consapevoli di essere conniventi con un regime". Giusto quindi che morissero. Colpevoli di voler divulgare informazioni, di regime o meno che fossero.

Parole chiave: Belgrado, Serbia
Categoria: Guerra, Media
Luogo: Serbia