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scritto per noi da
Matteo Fagotto
E' tornata la calma a Jos, la città nigeriana dove gli scontri etnico-religiosi degli ultimi giorni avrebbero provocato quasi 400 morti, secondo quanto riferito da fonti giornalistiche locali. Ma anche se l'esercito è riuscito a riguadagnare il controllo del centro abitato, al prezzo di un coprifuoco notturno imposto dalle autorità, la ritrovata calma non cancella il problema che da anni affligge il Middle Belt: gli scontri tra comunità che, periodicamente, riaffiorano come un fiume carsico. Provocando centinaia di morti e avvelenando i rapporti tra i diversi gruppi etnici.
Quello di Jos non è un caso isolato: dal 1999, anno del ritorno al potere dei civili, fino ad oggi, almeno in sei occasioni gli scontri tra le varie comunità, dove si mescolano motivazioni religiose ed economiche, hanno insanguinato la zona centro-settentrionale del Paese, l'area dove corre quella sorta di faglia che divide il nord a maggioranza musulmana dal sud cristiano-animista. Stavolta, gli incidenti sono stati provocati da una disputa riguardante le elezioni locali, dove si fronteggiavano il l'All Nigeria People's Party, vicino agli Hausa-Fulani di cultura musulmana, e il People's Democratic Party, la formazione di governo che dal 1999 controlla la vita politica nigeriana, avendo portato alla presidenza prima Olusegun Obasanjo e poi Amaru Yar'Adua, l'attuale capo di stato.
Ma quanto conta la religione negli scontri dello scorso fine settimana? Poco, a dire la verità. In realtà, quanto accaduto riguarda principalmente lo sfruttamento delle risorse agricole della zona, contese tra diverse comunità che, a causa dello sviluppo politico distorto della Federazione nigeriana, vedono nel controllo politico delle istituzioni locali il modo più semplice per raggiungere i propri obiettivi: dal Delta del Niger, dove è in atto da anni una guerra che vede coinvolti gruppi ribelli, gang di criminali, forze dell'ordine e compagnie petrolifere, fino alla città settentrionale di Kano, teatro periodico di scontri tra musulmani e cristiani, la logica che muove la politica nigeriana è sempre la stessa. Ottenere il controllo politico delle istituzioni, con qualsiasi mezzo, per poter poi fare man bassa (legalmente) delle risorse del Paese.
E così, a ogni scadenza elettorale, la Nigeria si trasforma in una specie di grande rodeo, dove l'uccisione di candidati, le violenze tra le varie comunità che sostengono partiti diversi e i contrasti religiosi si mescolano in un calderone. Un calderone che le autorità non sono ancora riuscite a svuotare, e che anzi viene alimentato, al centro come in periferia, dalle stesse logiche clientelari. Quelli scoppiati venerdì scorso sono i primi scontri intra-comunitari avvenuti sotto l'amministrazione di Yar'Adua, presentatosi come un grande riformatore la cui azione si è però ben presto arenata nelle secche del malcostume politico del Paese. Anche stavolta, una calma apparente tornerà nel Middle Belt. Ma per risolvere in maniera definitiva il problema sarebbe necessaria una rivisitazione totale del sistema politico nigeriano, che tuteli le varie comunità senza metterle in competizione mortale tra loro per poter godere delle (poche) risorse che il governo centrale destina loro. Ma per fare questo, sarebbe necessario rimettere in discussione le basi di una Federazione nata male e sviluppatasi ancora peggio in quasi cinquant'anni di indipendenza. Un passo che nella capitale Abuja nessuno vuole fare.
Matteo Fagotto