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Una guerra civile con oltre 9mila vittime dal ’96 a oggi. Uno stallo di
governo durato due anni e appena risolto, almeno formalmente: il 5
luglio il primo ministro Sher Bahadur Deuba, nominato un mese fa dal
re, ha formato la coalizione che guiderà il nuovo Esecutivo. Ma di
nuovo non c’è granchè. Deuba torna a essere capo del governo per la
terza volta, dopo che il sovrano Gyanendra l’aveva licenziato
nell’ottobre 2002 per “incompetenza”.
Deuba non era riuscito a riportare l’ordine nel Paese, dilaniato dal
conflitto tra guerriglieri del Partito Comunista nepalese di
orientamento maoista (Ncp) ed esercito, polizia e paramilitari. Da
allora Gyanendra aveva di fatto trasformato la monarchia costituzionale
nepalese in una monarchia assoluta, assumendo i pieni poteri. Sono
seguiti due anni di sangue, con un bollettino giornaliero di decine di
morti e feriti, rapimenti e maltrattamenti. Una strage quotidiana
ignorata dai media internazionali. Mesi in cui, da una parte le forze
di sua Maestà hanno intensificato le offensive contro i ribelli e la
repressione degli oppositori politici; dall’altra i maoisti hanno
continuato a usare le ragioni della violenza per reclutare nuovi
combattenti, sequestrando anche i ragazzi delle scuole. Il loro
obiettivo è quello di instaurare uno Stato comunista e meno povero: in
Nepal il 47 per cento* degli abitanti non hanno un lavoro e l’età media
non supera i 60 anni.
Che cosa si può sperare dunque dal ritorno di Deuba? Forse le recenti
manifestazioni per le strade di Kathmandu della Five Party Alliance
(FPA), coalizione di cinque partiti all’opposizione, hanno influito
sulla scelta del re? Lo abbiamo chiesto a un missionario nepalese, di
ritorno dal suo Paese e di cui non si fa il nome per motivi di
sicurezza. “Il ritorno di Deuba non è una sua vittoria, ma una vittoria
del re che anzi lo tiene in pugno dopo averlo licenziato”, spiega il
religioso. “Le proteste di strada dell’FPA – composta dal Nepal
Congress Party (NCP) e dal Partito Comunista dei Marxisti-Leninisti
Uniti (CPN-UML) e che chiedeva la riapertura del parlamento e nuove
elezioni – possono aver influenzato un poco Gyanendra. Tra l’altro,
dopo che Deuba è stato nominato, si è prodotta una frattura nell’FPA:
il comunista CPN-UML è uscito dall’alleanza, entrando nell’Esecutivo.
Le dimostrazioni sono diminuite. Un successo per il re. Bisogna tenere
presente che a governare c’è un uomo scelto direttamente dal sovrano
senza una consultazione popolare”.
La scelta di rinominare Deuba è stata ben accolta all’estero da Stati
Uniti e India e invece osteggiata all’interno dalla guerriglia maoista.
“Il leader storico dell’Ncp , il guerrigliero-intellettuale Prachanda,
ha commentato: “Si tratta della vecchia strategia di un vecchio regime
che non fa altro che alimentare la guerra civile”. “Per gli Usa e la
Gran Bretagna – al contrario - è più facile sostenere una figura come
Deuba. Egli è sempre stato visto come l’uomo morbido di palazzo”,
continua il missionario. In realtà “è stato Deuba, una volta al potere,
a inasprire la censura sulla stampa e a uscire dal processo di pace
iniziato con i maoisti, interrompendo persino la mediazione delle
Nazioni Unite. Dal 2 giugno scorso, almeno 10 giornalisti sono stati
arrestati, torturati e minacciati”.
Deuba, 58enne laureato in economia alla London School, rimase in
carcere nove anni per aver partecipato al movimento per la democrazia
che nel ’90 convinse il re Birendra, fratello dell’attuale sovrano, a
rinunciare ai pieni poteri. Nel ’95 divenne premier e guidò una
coalizione di centro-destra. I negoziati di pace con i maoisti, li
iniziò nell’agosto 2001, ma durarono solo quattro mesi. In seguito,
impose lo stato d’emergenza e prese una serie di misure
anti-democratiche per stanare i ribelli. Ma, nonostante l’assistenza
militare di India e Usa, la guerra continua e l’Esercito reale ha perso
il controllo di ben due terzi del territorio nepalese.
“In Nepal le persone combattono contro i loro fratelli e sorelle”,
spiega il religioso. “Hanno paura dei loro stessi parenti. Temono che i
militari arrivino improvvisamente con qualche accusa, che i famigliari
vengano uccisi in casa, a scuola, per strada, nelle campagne mentre
stanno lavorando o sugli autobus a causa di un attentato. I maoisti,
d’altra parte, possono giungere in ogni momento a chiedere soldi e a
obbligare la gente a seguirli nei campi di rieducazione”.
“Stiamo perdendo la nostra cultura e le nostre tradizioni. I nepalesi
sono abituati a cantare, danzare, a fare cerimonie religiose fino alla
notte. Adesso hanno paura ad uscire di casa dopo il tramonto. La sera i
villaggi divengono deserti. Così ogni giorno centinaia di persone
fuggono: i più poveri nella vicina India e quelli con qualche soldo in
più verso il Golfo Persico, dove possono acquistare un fazzoletto di
terra a un prezzo conveniente”.
Il Nepal resta un Paese dominato dalla violenza e lo strapotere del re
è emblematico di questa situazione. Secondo fonti locali, Gyanendra
avrebbe addirittura ordinato, per salire al trono, l’uccisione del suo
predecessore e fratello Binendra. Non solo. In patria si dice che sia
coinvolto nell’omicidio di due donne e nel traffico di droga, corna di
rinoceronte e ossa di tigre. Testimonianze che disegnano il ritratto di
un folle capo di una faida famigliare, sovrano del piccolo regno
himalayano e business man insieme. Sue sono anche le più grandi catene
alberghiere e l’industria di tabacco locali. Parte dell’opposizione
dice che Deuba sia solo un fantoccio nelle sue mani.