06/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il piccolo regno himalayano ha un nuovo Esecutivo. Ma la guerra continua

DeubaUna guerra civile con oltre 9mila vittime dal ’96 a oggi. Uno stallo di governo durato due anni e appena risolto, almeno formalmente: il 5 luglio il primo ministro Sher Bahadur Deuba, nominato un mese fa dal re, ha formato la coalizione che guiderà il nuovo Esecutivo. Ma di nuovo non c’è granchè. Deuba torna a essere capo del governo per la terza volta, dopo che il sovrano Gyanendra l’aveva licenziato nell’ottobre 2002 per “incompetenza”.

Deuba non era riuscito a riportare l’ordine nel Paese, dilaniato dal conflitto tra guerriglieri del Partito Comunista nepalese di orientamento maoista (Ncp) ed esercito, polizia e paramilitari. Da allora Gyanendra aveva di fatto trasformato la monarchia costituzionale nepalese in una monarchia assoluta, assumendo i pieni poteri. Sono seguiti due anni di sangue, con un bollettino giornaliero di decine di morti e feriti, rapimenti e maltrattamenti. Una strage quotidiana ignorata dai media internazionali. Mesi in cui, da una parte le forze di sua Maestà hanno intensificato le offensive contro i ribelli e la repressione degli oppositori politici; dall’altra i maoisti hanno continuato a usare le ragioni della violenza per reclutare nuovi combattenti, sequestrando anche i ragazzi delle scuole. Il loro obiettivo è quello di instaurare uno Stato comunista e meno povero: in Nepal il 47 per cento* degli abitanti non hanno un lavoro e l’età media non supera i 60 anni.

Che cosa si può sperare dunque dal ritorno di Deuba? Forse le recenti manifestazioni per le strade di Kathmandu della Five Party Alliance (FPA), coalizione di cinque partiti all’opposizione, hanno influito sulla scelta del re? Lo abbiamo chiesto a un missionario nepalese, di ritorno dal suo Paese e di cui non si fa il nome per motivi di sicurezza. “Il ritorno di Deuba non è una sua vittoria, ma una vittoria del re che anzi lo tiene in pugno dopo averlo licenziato”, spiega il religioso. “Le proteste di strada dell’FPA – composta dal Nepal Congress Party (NCP) e dal Partito Comunista dei Marxisti-Leninisti Uniti (CPN-UML) e che chiedeva la riapertura del parlamento e nuove elezioni – possono aver influenzato un poco Gyanendra. Tra l’altro, dopo che Deuba è stato nominato, si è prodotta una frattura nell’FPA: il comunista CPN-UML è uscito dall’alleanza, entrando nell’Esecutivo. Le dimostrazioni sono diminuite. Un successo per il re. Bisogna tenere presente che a governare c’è un uomo scelto direttamente dal sovrano senza una consultazione popolare”.

La scelta di rinominare Deuba è stata ben accolta all’estero da Stati Uniti e India e invece osteggiata all’interno dalla guerriglia maoista. “Il leader storico dell’Ncp , il guerrigliero-intellettuale Prachanda, ha commentato: “Si tratta della vecchia strategia di un vecchio regime che non fa altro che alimentare la guerra civile”. “Per gli Usa e la Gran Bretagna – al contrario - è più facile sostenere una figura come Deuba. Egli è sempre stato visto come l’uomo morbido di palazzo”, continua il missionario. In realtà “è stato Deuba, una volta al potere, a inasprire la censura sulla stampa e a uscire dal processo di pace iniziato con i maoisti, interrompendo persino la mediazione delle Nazioni Unite. Dal 2 giugno scorso, almeno 10 giornalisti sono stati arrestati, torturati e minacciati”.

Deuba, 58enne laureato in economia alla London School, rimase in carcere nove anni per aver partecipato al movimento per la democrazia che nel ’90 convinse il re Birendra, fratello dell’attuale sovrano, a rinunciare ai pieni poteri. Nel ’95 divenne premier e guidò una coalizione di centro-destra. I negoziati di pace con i maoisti, li iniziò nell’agosto 2001, ma durarono solo quattro mesi. In seguito, impose lo stato d’emergenza e prese una serie di misure anti-democratiche per stanare i ribelli. Ma, nonostante l’assistenza militare di India e Usa, la guerra continua e l’Esercito reale ha perso il controllo di ben due terzi del territorio nepalese.

“In Nepal le persone combattono contro i loro fratelli e sorelle”, spiega il religioso. “Hanno paura dei loro stessi parenti. Temono che i militari arrivino improvvisamente con qualche accusa, che i famigliari vengano uccisi in casa, a scuola, per strada, nelle campagne mentre stanno lavorando o sugli autobus a causa di un attentato. I maoisti, d’altra parte, possono giungere in ogni momento a chiedere soldi e a obbligare la gente a seguirli nei campi di rieducazione”.

“Stiamo perdendo la nostra cultura e le nostre tradizioni. I nepalesi sono abituati a cantare, danzare, a fare cerimonie religiose fino alla notte. Adesso hanno paura ad uscire di casa dopo il tramonto. La sera i villaggi divengono deserti. Così ogni giorno centinaia di persone fuggono: i più poveri nella vicina India e quelli con qualche soldo in più verso il Golfo Persico, dove possono acquistare un fazzoletto di terra a un prezzo conveniente”.

Il Nepal resta un Paese dominato dalla violenza e lo strapotere del re è emblematico di questa situazione. Secondo fonti locali, Gyanendra avrebbe addirittura ordinato, per salire al trono, l’uccisione del suo predecessore e fratello Binendra. Non solo. In patria si dice che sia coinvolto nell’omicidio di due donne e nel traffico di droga, corna di rinoceronte e ossa di tigre. Testimonianze che disegnano il ritratto di un folle capo di una faida famigliare, sovrano del piccolo regno himalayano e business man insieme. Sue sono anche le più grandi catene alberghiere e l’industria di tabacco locali. Parte dell’opposizione dice che Deuba sia solo un fantoccio nelle sue mani.

Francesca Lancini 
Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Nepal