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“Diventai giornalista perché alle corse podistiche arrivavo sempre
ultimo. Ero studente in un liceo di Firenze e mi ostinavo a partecipare
a tutte le campestri che si tenevano alle Cascine. Non avevo alcun
successo tranne quello di far ridere i miei compagni”, scriveva Tiziano
Terzani, giornalista tra i più grandi in Italia e nel mondo,
nell’introduzione di uno dei suoi libri più letti e amati, “in
Asia”. Ostinazione, coraggio, buon senso, sensibilità, curiosità
irrefrenabile, lucidità, cuore. Tutto questo era Tiziano Terzani.
Caratteristiche che gli permisero qualche anno più tardi - la prima
volta fu nel 1965 da Tokyo - “di poter essere in prima fila là dove
avvengono le cose, porre a chiunque le domande più impossibili, mettere
il piede in tutte le porte, fare i conti in tasca ai potenti e poi
poterne scrivere”.
Tiziano Terzani nacque a Firenze nel 1938 e dal 1971 divenne
corrispondente dall’Asia per il settimanale tedesco Der Spiegel, i
media italiani allora non erano interessati a quegli angoli sconosciuti
che stavano dall’altra parte del mondo. Iniziò per vocazione, si
trovava in Giappone come dipendente della Olivetti e non poteva fare a
meno, in quell’universo così estraneo dove “il moderno rende tutto
piatto e la civiltà tutto civile”, di scrivere lettere alla moglie
Angela, che lo ha seguito in tanti anni di peregrinazioni per poi
lasciarlo solo quando, avendo scoperto di avere un cancro nel 1997,
iniziò un percorso dagli Stati Uniti all’India, dalla Thailandia alle
Filippine, per trovare se stesso e il senso profondo del mondo esterno.
Un viaggio intimissimo narrato nell’ultimo libro, “Un altro giro di
giostra”, uscito lo scorso 25 marzo.
Terzani, che poi divenne collaboratore del Corriere della Sera e
di Repubblica, visse a Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokyo, Bangkok, New
Dheli e nell’ultimo periodo – sempre nell’adorata India – in una
casetta alle pendici dell’Himalaya. Raccontò la guerra del Vietnam: “La
guerra è una cosa triste, ma ancora più triste è il fatto che ci si fa
l’abitudine”, scriveva da Saigon nell’aprile ‘72. “Il primo morto,
quando l’ho visto, stamani rovesciato sull’argine di un campo con le
braccia aperte, le mani magrissime piene di fango e la faccia gialla,
di cera, mi ha paralizzato. Gli altri, dopo, li ho semplicemente
contati, come cose di cui bisogna, per mestiere, registrare la
quantità”. Ma Tiziano Terzani non registrò mai nulla, non conobbe mai
il cinismo che spesso avvelena questa professione. “Scrivi col cuore”,
diceva ai ragazzi che si affacciavano al mestiere. Terzani faceva
parlare le persone, anche le più anonime, le metropoli
ultra-urbanizzate e i villaggi arrampicati su un fiume d’oriente, le
piccole consuetudini e le ragioni dei conflitti, della politica
internazionale, lui pacifista fino al midollo.
Gli orrori del Vietnam li denunciò nel primo libro “Pelle di Leopardo”
(1973) e poi ancora in “Giai Phong!La liberazione di Saigon” (1976):
Terzani era tra i pochissimi giornalisti che rimasero a Saigon nel 1975
e assistettero alla presa del potere da parte dei comunisti. Seguirono
“Holocaust in Kambodsha” (1981 - Cambogia); “La porta proibita” (1985)
in cui parla del lungo soggiorno in Cina e dell’espulsione dal Paese
per “attività controrivoluzionaria”; “Buonanotte, Signor Lenin” (1992),
testimonianza della caduta dell’impero sovietico; “Un indovino mi
disse” (1995), un anno trascorso “a giro” per l’Asia senza prendere
aerei in seguito alla profezia funesta di un indovino. Fu in prima
linea anche nelle guerre post 11 settembre: rispose sul Corriere della
Sera a “La rabbia e l’orgoglio” della concittadina Oriana Fallaci e
scrisse, dopo essere stato in Afghanistan nel 2002, “Lettere contro la
guerra”, invitando al dialogo con l’Islam.
Mentre scrisse "Un altro giro di giostra”, Tiziano Terzani si allontanò dalla
professione e, soprattutto, dai limiti temporali che questa comportava,
per guardare dentro la malattia e il senso della vita. Sperimentò, con
la curiosità e la totale mancanza di pregiudizi e barriere ideologiche
di sempre, la medicina tradizionale e quella alternativa: di nuovo
mosso dalla volontà di capire modo diversi di intendere la vita e la
morte. Si preparava però a tornare, con un nuovo io interiore,
dall’India all’Orsigna, a contatto col mondo esterno. Non ci
stancheremo mai di aspettarlo.