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Ha raccontato la guerra sul grande schermo. Il mestiere antico di chi è
stato costretto a impugnare un’arma. L’ha fatto con realismo e poesia.
Arricchendo le sue storie di significati esemplari, senza tempo. Nei
film “Il mestiere delle armi” (2001) e “Cantando dietro
i paraventi” (2003).
Oggi ci accoglie parlando dei temi che ci stanno a cuore: i conflitti,
la pace, la natura dell’uomo. Ma non solo. Ritornano le suggestioni e
le immagini che caratterizzano la sua opera artistica di regista . Lo
sguardo agli umili, al limite delle loro azioni, spesso destinate alla
violenza. La necessità di fermarsi, per poter provare pietà. La scelta
di narrare la finzione al posto della realtà e di farlo con delle
metafore, per poter pensare a delle alternative. I silenzi.
Parlando della pace ha detto: “ Una massima cinese dice: "Se
accetti un gesto gentile, devi deporre la spada". Ma chi è disposto a
interrompere la catena degli atti di violenza?.... ”
Perché ha aderito all’appello per il “cessate il fuoco”? La prima ragione è il senso di inadeguatezza rispetto alle
responsabilità che tutti dovremmo avere. Sottoscrivere l’appello è il
minimo che possiamo fare. Questo gesto non ci costa nulla. Agli
operatori umanitari che lavorano nei luoghi di guerra, invece, ogni
gesto costa moltissimo. In termini di rischio, sacrificio, di donazione
nei confronti di chi non conosciamo. E che ha un solo titolo per essere
riconosciuto: il titolo di uomo.
Nel suo ultimo film “Cantando dietro i paraventi”, le due parti in
conflitto (la donna pirata e l’imperatore) riescono alla fine a
capirsi. Arrivano alla pace. Ho firmato anche per un altro motivo. Non credo che i nostri appelli
possano in qualche modo fermare la stupidità, ovvero la violenza. Ma
non farli sarebbe un atto di inadempienza. Devono sapere che non
sottoscriviamo tutti i comportamenti che portano all’atto violento.
L’atto estremo di un percorso che parte da lontano. Da piccoli egoismi
che diventano grandi. Coloro che hanno la responsabilità dell’ultima
azione, deflagrante, straziante, devono sapere che ci rendiamo conto
che non hanno giustificazioni.
Ma crede nella pace? No. Mi pare che l’uomo sia addirittura condannato a essere un soggetto
violento. Cioè quando offende un’entità altrui: umana, animale e
vegetale senza essere mosso dalla necessità di sopravvivenza. Qualche
volta addirittura in termini di inconsapevolezza. E penso al bambino
innocente che fa piccole violenze. Accade però che l’uomo (l’adulto)
prende consapevolezza delle sue azioni. In quel momento, è
responsabile.
Sembra preoccupato… Sì, perché ci sentiamo appagati e scagionati soltanto nel porci la
questione e nell’individuare alcune risposte. In genere, di tipo
filosofico. Mentre l’unica risposta è fare un’azione che corrisponda
all’esatto contrario della violenza. Tutto il resto, a volte, è un
alibi vergognoso.
Nel suo ultimo film il messaggio di pace è portato dagli aquiloni,
fatti volare dall’imperatore sulle navi dei pirati. Si può arrivare
oggi a un minimo di dialogo? Il film rappresenta un apologo. Una favola per esporre un concetto, una
possibilità di scelte alternative. Credo che tutto il racconto muova da
una frase dei sapienzali cinesi. Tutti i popoli hanno un patrimonio di
pensieri sintetici che creano i paletti di un percorso. La frase è: “Se
accetti un gesto gentile, devi deporre la spada”. In termini razionali,
significa che la spada può essere deposta, se qualcuno compie un gesto
gentile. Ma, mi chiedo, chi è disposto a interrompere la catena dei
gesti di violenza? Nel film tutti i generali fanno ragionamenti
lucidissimi a difesa delle loro scelte. Ora opportunistiche, ora per il
prestigio. In questa antica cultura orientale, chi perde, si uccide
perché non sopporta il disonore. E’ l’imperatore a compiere il gesto
gentile. Nella cultura cinese è il figlio del cielo che è al di sopra
degli uomini, pur stando tra loro. Non si può guardarlo in volto.
Bisogna tenere gli occhi abbassati. Arrivati in punto in cui a uno
scontro bellico ne segue un altro, l’imperatore che sta al di sopra
degli uomini propone un gesto gentile. Rappresenta una ritrovata
fisionomia divina nell’uomo. Un residuo di spiritualità. Molto spesso
il gesto viene rifiutato o non è capito. Offrire il perdono è un atto
di grande livello morale. Accettarlo non è una cosa facile. Devi
ammettere il tuo errore. L’orgoglio può impedirtelo.
Perché ha scelto di raccontare la guerra? E’ “la” questione. Il nodo che non siamo mai riusciti a sciogliere.
I suoi combattenti, come quelli cinquecenteschi del film “Il
mestiere delle armi”, sono persone umili, che praticano un lavoro duro.
E muoiono per questo. Chi sono i soldati di oggi? I soldati si chiamano così, perché erano “assoldati” da qualcuno che
chiedeva loro di fare la guerra. Allora c’erano dei disperati che non
sapevano come campare. Andavano a svolgere un lavoro.
E’ ancora così? Non ci sono giustificazioni per coloro che impugnano le armi. Anche in
senso metaforico: le armi possono essere parole, atteggiamenti,
l’indifferenza. Non abbiamo diritto a vivere se questo comporta la
morte di un altro. Poi si sono trovate tutte le scappatoie. Un gioco di
ipocrisia. Noi stessi ci facciamo del male, ingannandoci. Solo nei
momenti estremi vediamo con lucidità: la morte non accetta la nostra
ipocrisia e davanti a questa siamo costretti a essere leali con noi
stessi.
Sul grande schermo ha portato storie di conflitti di alcuni secoli fa,
ricche di significati universali. Come racconterebbe il mondo attuale? La guerra di oggi è ancora più subdola. Quella delle spade e delle
lance aveva un nemico che ci guardava negli occhi. Vedevamo l’odio,ma
anche la paura e la pietà. Oggi è tutto asettico, lontano, attenuato.
Soltanto chi sta in mezzo alle persone che soffrono vede la guerra.
Quando parliamo di fatti cruenti lontani nel tempo o connotati come una
fiction, possiamo rappresentare la crudeltà del dolore. Ma quello che
viene rappresentato attraverso la cronaca, che accade mentre guardo,
anche quando è distante fisicamente, è vicino. A poche ore di volo.
Questa realtà mostrata mi mette a disagio. E’ come se, stando seduto
lì, offendessi chi soffre. Perché sono spettatore di un dolore.
Rassicurato dal fatto che ne resto fuori. Molte volte il dolore
raccontato, oltrepassa il limite del pudore. Il dolore sembra distante
perché è la televisione che l’allontana. Non è vero che lo rende
vicino. E solo attraverso le parole d’indignazione, le cerimonie, la
celebrazione, ci sentiamo appagati di questo nostro rifiuto del dolore.
Ma siamo sempre distanti. Invece, la pagina scritta consente al lettore
il tempo della pietas. Rappresenta una mediazione. L’indignazione e la
pietà hanno tempi diversi. L’indignazione è reazione. La pietas è
silenzio.
All’inizio si occupava di documentari… [Silenzio] Il mondo attuale non lo rappresenterei.