15/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



L’unica risposta è fare un’azione che corrisponda all’esatto contrario della violenza

Ermanno OlmiHa raccontato la guerra sul grande schermo. Il mestiere antico di chi è stato costretto a impugnare un’arma. L’ha fatto con realismo e poesia. Arricchendo le sue storie di significati esemplari, senza tempo. Nei film “Il mestiere delle armi” (2001) e “Cantando dietro i paraventi” (2003). Oggi ci accoglie parlando dei temi che ci stanno a cuore: i conflitti, la pace, la natura dell’uomo. Ma non solo. Ritornano le suggestioni e le immagini che caratterizzano la sua opera artistica di regista . Lo sguardo agli umili, al limite delle loro azioni, spesso destinate alla violenza. La necessità di fermarsi, per poter provare pietà. La scelta di narrare la finzione al posto della realtà e di farlo con delle metafore, per poter pensare a delle alternative. I silenzi. Parlando della pace ha detto: “ Una massima  cinese dice: "Se accetti un gesto gentile, devi deporre la spada". Ma chi è disposto a interrompere la catena degli atti di violenza?.... ”

Perché ha aderito all’appello per il “cessate il fuoco”? La prima ragione è il senso di inadeguatezza rispetto alle responsabilità che tutti dovremmo avere. Sottoscrivere l’appello è il minimo che possiamo fare. Questo gesto non ci costa nulla. Agli operatori umanitari che lavorano nei luoghi di guerra, invece, ogni gesto costa moltissimo. In termini di rischio, sacrificio, di donazione nei confronti di chi non conosciamo. E che ha un solo titolo per essere riconosciuto: il titolo di uomo.

Nel suo ultimo film “Cantando dietro i paraventi”, le due parti in conflitto (la donna pirata e l’imperatore) riescono alla fine a capirsi. Arrivano alla pace. Ho firmato anche per un altro motivo. Non credo che i nostri appelli possano in qualche modo fermare la stupidità, ovvero la violenza. Ma non farli sarebbe un atto di inadempienza. Devono sapere che non sottoscriviamo tutti i comportamenti che portano all’atto violento. L’atto estremo di un percorso che parte da lontano. Da piccoli egoismi che diventano grandi. Coloro che hanno la responsabilità dell’ultima azione, deflagrante, straziante, devono sapere che ci rendiamo conto che non hanno giustificazioni.

Ma crede nella pace? No. Mi pare che l’uomo sia addirittura condannato a essere un soggetto violento. Cioè quando offende un’entità altrui: umana, animale e vegetale senza essere mosso dalla necessità di sopravvivenza. Qualche volta addirittura in termini di inconsapevolezza. E penso al bambino innocente che fa piccole violenze. Accade però che l’uomo (l’adulto) prende consapevolezza delle sue azioni. In quel momento, è responsabile.

Sembra preoccupato… Sì, perché ci sentiamo appagati e scagionati soltanto nel porci la questione e nell’individuare alcune risposte. In genere, di tipo filosofico. Mentre l’unica risposta è fare un’azione che corrisponda all’esatto contrario della violenza. Tutto il resto, a volte, è un alibi vergognoso.

Nel suo ultimo film il messaggio di pace è portato dagli aquiloni, fatti volare dall’imperatore sulle navi dei pirati. Si può arrivare oggi a un minimo di dialogo?
Il film rappresenta un apologo. Una favola per esporre un concetto, una possibilità di scelte alternative. Credo che tutto il racconto muova da una frase dei sapienzali cinesi. Tutti i popoli hanno un patrimonio di pensieri sintetici che creano i paletti di un percorso. La frase è: “Se accetti un gesto gentile, devi deporre la spada”. In termini razionali, significa che la spada può essere deposta, se qualcuno compie un gesto gentile. Ma, mi chiedo, chi è disposto a interrompere la catena dei gesti di violenza? Nel film tutti i generali fanno ragionamenti lucidissimi a difesa delle loro scelte. Ora opportunistiche, ora per il prestigio. In questa antica cultura orientale, chi perde, si uccide perché non sopporta il disonore. E’ l’imperatore a compiere il gesto gentile. Nella cultura cinese è il figlio del cielo che è al di sopra degli uomini, pur stando tra loro. Non si può guardarlo in volto. Bisogna tenere gli occhi abbassati. Arrivati in punto in cui a uno scontro bellico ne segue un altro, l’imperatore che sta al di sopra degli uomini propone un gesto gentile. Rappresenta una ritrovata fisionomia divina nell’uomo. Un residuo di spiritualità. Molto spesso il gesto viene rifiutato o non è capito. Offrire il perdono è un atto di grande livello morale. Accettarlo non è una cosa facile. Devi ammettere il tuo errore. L’orgoglio può impedirtelo.

Perché ha scelto di raccontare la guerra? E’ “la” questione. Il nodo che non siamo mai riusciti a sciogliere.

I suoi combattenti, come quelli cinquecenteschi del film “Il mestiere delle armi”, sono persone umili, che praticano un lavoro duro. E muoiono per questo. Chi sono i soldati di oggi? I soldati si chiamano così, perché erano “assoldati” da qualcuno che chiedeva loro di fare la guerra. Allora c’erano dei disperati che non sapevano come campare. Andavano a svolgere un lavoro.

E’ ancora così? Non ci sono giustificazioni per coloro che impugnano le armi. Anche in senso metaforico: le armi possono essere parole, atteggiamenti, l’indifferenza. Non abbiamo diritto a vivere se questo comporta la morte di un altro. Poi si sono trovate tutte le scappatoie. Un gioco di ipocrisia. Noi stessi ci facciamo del male, ingannandoci. Solo nei momenti estremi vediamo con lucidità: la morte non accetta la nostra ipocrisia e davanti a questa siamo costretti a essere leali con noi stessi.

Sul grande schermo ha portato storie di conflitti di alcuni secoli fa, ricche di significati universali. Come racconterebbe il mondo attuale? La guerra di oggi è ancora più subdola. Quella delle spade e delle lance aveva un nemico che ci guardava negli occhi. Vedevamo l’odio,ma anche la paura e la pietà. Oggi è tutto asettico, lontano, attenuato. Soltanto chi sta in mezzo alle persone che soffrono vede la guerra. Quando parliamo di fatti cruenti lontani nel tempo o connotati come una fiction, possiamo rappresentare la crudeltà del dolore. Ma quello che viene rappresentato attraverso la cronaca, che accade mentre guardo, anche quando è distante fisicamente, è vicino. A poche ore di volo. Questa realtà mostrata mi mette a disagio. E’ come se, stando seduto lì, offendessi chi soffre. Perché sono spettatore di un dolore. Rassicurato dal fatto che ne resto fuori. Molte volte il dolore raccontato, oltrepassa il limite del pudore. Il dolore sembra distante perché è la televisione che l’allontana. Non è vero che lo rende vicino. E solo attraverso le parole d’indignazione, le cerimonie, la celebrazione, ci sentiamo appagati di questo nostro rifiuto del dolore. Ma siamo sempre distanti. Invece, la pagina scritta consente al lettore il tempo della pietas. Rappresenta una mediazione. L’indignazione e la pietà hanno tempi diversi. L’indignazione è reazione. La pietas è silenzio.

All’inizio si occupava di documentari… [Silenzio] Il mondo attuale non lo rappresenterei.

Francesca Lancini


 

Categoria: Pace