Segue dalla prima parte: Darfur, due anni dopo

Genocidio, si diceva. Le Nazioni Unite continuano a negarne l’esistenza, asserendo
che si tratti di una serie di crimini di guerra e contro l’umanità i cui responsabili,
membri del governo sudanese in primis, andrebbero giudicati dalla Corte Penale
Internazionale. La stessa a cui gli Stati Uniti si oppongono, per paura di essere
i primi a finire nel mirino dei giudici.
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu avrebbe invece avanzato l’ipotesi di sanzioni
da imporre al governo sudanese, ma Russia e Cina, entrambe con forti interessi
commerciali in Sudan, si sono opposte.
L’atteggiamento titubante della comunità internazionale ricorda però a tutti
un fatto storico di cui, il 7 aprile scorso, si è celebrato il decennale della
(non) memoria: il genocidio ruandese, una delle pagine più nere della storia dell’Africa
e delle Nazioni Unite, che restarono letteralmente a guardare mentre ottocentomila
(c’è chi dice un milione) tra tutsi e dissidenti hutu vennero macellati nel giro
di soli cento giorni dai miliziani Interahamwe e dalla gendarmerie rwandaise.
Allora, mentre a Kigali, Butare e Cyangugu bande di paramilitari rincorrevano
per le strade donne, bambini e uomini tutsi per finirli a colpi d’arma da fuoco
o di machete, l’Onu ci mise svariate settimane a definire “genocidio” quello che
stava accadendo in Ruanda.
Dopo due anni di guerra civile, mentre il mondo decide sul da farsi, dal Darfur
continuano a giungere notizie sporadiche e vaghe di bombardamenti, attacchi notturni
e soprusi di ogni tipo. Ogni settimana la Sudanese Organisation Against Torture (Soat), invia ai pochi giornalisti stranieri iscritti alla sua newsletter elenchi
di persone sparite, violentate, arrestate o uccise.
I rapporti della principale organizzazione per la difesa dei diritti umani, Human Rights Watch, confermano la presenza di accampamenti disseminati nelle aree più isolate del
Darfur, dove le ragazze rapite nei villaggi verrebbero torturate e violentate
dai janjaweed.
Il numero dei morti si sarebbe assestato sui 70mila (una media di circa 100 al
giorno), anche se è impossibile avere cifre esatte, visto che l’intera regione,
grande quanto la Francia, è pattugliata da soli 1400 soldati nigeriani e ruandesi
dell’Unione Africana e da qualche osservatore.

Ma, come spesso accade nel corso delle guerre africane, la gravità di questo
conflitto non è data solo dal numero di vittime degli attacchi perpetrati da esercito
e ribelli, quanto dallo sviluppo collaterale di una crisi umanitaria che le agenzie
internazionali non riescono in alcun modo ad arginare. Come in Tanzania e nell’allora
Zaire migliaia di profughi ruandesi morirono per la diffusione di epidemie e la
mancanza di cibo e farmaci, così nelle tendopoli del Ciad e del Sudan un numero
incalcolabile di persone – soprattutto bambini – muore perché l’acqua dei pozzi
è inquinata e causa dissenteria e altre decine di infezioni la cui diffusione
viene agevolata dalla denutrizione e dalla mancanza di igiene.
I tentativi di dialogo tra ribelli del Darfur e governo sudanese sono stati finora
caratterizzati da una serie di promesse mancate e insuccessi. Le parti in conflitto
si sono incontrate una volta nella capitale etiope, Addis Abeba, e in più occasioni
nella capitale nigeriana, Abuja.
Proprio il presidente nigeriano e capo dell’Unione Africana, Olosegun Obasanjo,
si è distinto come principale mediatore dei colloqui di pace, insistendo sulla
necessità di stabilire un temporaneo cessate-il-fuoco nelle regioni più colpite
dal conflitto, in modo da dare alle parti la possibilità di parlarsi e agli operatori
umanitari di intervenire in soccorso alla popolazione.
Tuttavia nessuna tregua è stata finora rispettata. I bombardamenti continuano,
gli attacchi pure, e così le numerose atrocità commesse sia dal governo sudanese
che dai ribelli.
Il timore è che, per vedere risultati effettivi, gli abitanti del Darfur siano
condannati ad una lunga attesa. Come quella alla quale sono stati costretti i
loro connazionali del Sudan meridionale, reduci da una guerra durata ufficialmente
ventuno anni – in verità mezzo secolo – e conclusasi con due accordi di pace siglati
nel maggio 2004 e nel gennaio 2005.
La situazione è di estrema emergenza e necessita di un maggior impegno da parte
della comunità internazionale, che deve spingere il governo sudanese ad ammettere
le proprie colpe e a favorire una massiccia operazione di peacekeeping. Ma non
basta. Come molte altre zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, il
Darfur non gode di una copertura mediatica adeguata, nonostante la grave crisi
umanitaria che sta vivendo. L’Iraq, la crisi mediorientale o lo tsunami di turno
tolgono spazio, immagini e importanza a una terra geopoliticamente meno strategica,
dove è in corso “una delle tante guerre tribali tra africani”, la stessa affermazione
con cui il governo di Khartoum minimizza 70mila morti, 200mila rifugiati e un
milione e mezzo di sfollati.