A due anni esatti dallo scoppio della guerra civile che gli è valso spazio su
giornali ed emittenti di tutto il mondo e assai poco sulla stampa italiana, il
Darfur continua ad essere teatro di una crisi politica e umanitaria che non accenna
a diminuire, e che sammai peggiora di giorno in giorno.
Settantamila morti, duecentomila profughi, un milione e mezzo di sfollati interni:
sono i numeri di un’ecatombe che cresce grazie all’azione ritardata e debole della
comunità internazionale, incapace da due anni di trovare un accordo che ponga
fine ai massacri e agli abusi di ogni tipo commessi ai danni della popolazione
civile.
La regione del Sudan occidentale al confine con il Ciad, abitata soprattutto
da popolazioni nere, è diventata una zona calda nel febbraio del 2003. Fu in quel
periodo che i due gruppi armati del Sudanese Liberation Army/Movement (Sla/m) e del Justice and Equality Movement (Jem) si sono ribellati al governo del presidente Omar al-Bashir, colpevole secondo
loro di non fare abbastanza per la popolazione darfurina, lasciata vivere in una
zona priva di strade, scuole, ospedali.
Ma non basta. La regione del Darfur era e continua ad essere minata dall’eterno
conflitto tra popolazioni nomadi e stanziali, che si contendono terra e bestiame,
vitale per la loro sopravvivenza. Inoltre, sotto i loro piedi potrebbero nascondersi
giacimenti petroliferi che fanno gola tanto al governo sudanese, quanto alle multinazionali
e agli investitori stranieri.
Dalla capitale Khartoum il governo a maggioranza araba, ancora impegnato negli
ultimi scampoli della lunga guerra contro il sud la cui, ha risposto duramente
alla ribellione in Darfur, inviando l’esercito ed appoggiandosi a un gruppo di
paramilitari mercenari denominati Janjaweed (diavoli a cavallo).
Questi ultimi, si presume provenienti da diverse regioni della fascia Saheliana
che corre tra il Sudan e la Mauritania, sarebbero stati ingaggiati per terrorizzare
la popolazione del Darfur e per riottenere il controllo sulla zona. Gran parte
delle atrocità commesse nella regione – omicidi sommari, rapimenti, stupri e saccheggi
denunciati da diverse prominenti organizzazioni internazionali per la difesa dei
diritti umani – sarebbe stata commessa da questi miliziani. Di questi ultimi si
è sempre saputo poco o nulla.
Tuttavia, i dubbi iniziali sul loro legame con il governo di al-Bashir si sono
rafforzati quando un'inchiesta giornalistica di alcuni reporter internazionali
ha svelato - attraverso interviste e dichiarazioni di alcuni miliziani - che il
governo di Khartoum avrebbe finanziato bande di janjaweed per compiere le loro scorribande assassine. Che almeno finora si sono rivelate
efficaci. Centinaia di villaggi sono stati dati alle fiamme, obbligando gli abitanti
a fuggire attraverso regioni aride e sabbiose verso il Ciad, dove le organizzazioni
umanitarie faticano ad assistere e soccorrere un numero sempre più alto di profughi.
In tutto il Sudan, attorno alle principali città e ai centri urbani si sono formate
decine di tendopoli e campi di accoglienza per gli sfollati, che spesso sono attaccati
dai miliziani perché non sufficientemente protetti e sorvegliati.

Inizialmente le testimonianze di profughi e sopravvissuti, le rare notizie delle
agenzie, i reportage degli inviati e i rapporti di osservatori ed esperti avevano
fatto pensare a un “genocidio” eseguito accuratamente dal governo filo-arabo sudanese
ai danni delle popolazioni africane che abitano il Darfur (i
Fur,
Massalit,
Zaghawa e altre minoranze).
L’uso di questo termine per definire la guerra e la crisi del Darfur costituisce
un aspetto chiave dell’intera vicenda: se le Nazioni Unite riconoscessero nel
Sudan Occidentale un piano che prevede la ‘distruzione di un intero gruppo etnico,
razziale o religioso’, sarebbero costrette ad intervenire militarmente. Finora,
ed è stato ribadito a fine gennaio 2005, l’Onu non definisce “genocidio” quello
che sta accadendo in Darfur, nonostante l’opinione contraria degli Stati Uniti
e dell’ex Segretario di Stato, Colin Powell.
I rappresentanti dei gruppi ribelli, Slam e Jem, continuano a premere il Palazzo
di Vetro affinché riconosca che l’élite araba di Khartoum stia cercando di sterminare
la popolazione nera. Una tesi confermata in parte dalle immagini aeree di villaggi
bruciati, dai racconti di ragazze violentate, e dalle notizie di massacri efferati
denunciati da tutte le organizzazioni umanitarie, tra cui Physicians for Human
Rights.
Ma subito smentita dal fatto che dietro i fantomatici guerriglieri Janjaweed non sembra celarsi alcuna ideologia pan-araba o anti-africana, come sostiene
da Parigi l’esperto in geopolitica sudanese, Marc Lavergne. Tutt’al più, sostiene
il politologo francese, si tratta di una guerra fra poveri, nella quale il governo
sudanese si serve dei membri di popolazioni tradizionalmente nomadi (i janjaweed) contro le popolazioni stanziali del Darfur. Una tipologia di conflitto – quello
per il territorio – che si riscontra in più parti dell’Africa, dalla Nigeria (Tarokh
contro Fulani) al Kenya (Maasai contro Kikuyu), e via di seguito.