09/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel febbraio 2003 cominciava il conflitto nel Sudan occidentale
Fotogallery: In fuga verso ovest
Immagini di profughi sudanesi in Ciad
 
Darfur: a due anni dall'inizio della guerra
A due anni esatti dallo scoppio della guerra civile che gli è valso spazio su giornali ed emittenti di tutto il mondo e assai poco sulla stampa italiana, il Darfur continua ad essere teatro di una crisi politica e umanitaria che non accenna a diminuire, e che sammai peggiora di giorno in giorno.
Settantamila morti, duecentomila profughi, un milione e mezzo di sfollati interni: sono i numeri di un’ecatombe che cresce grazie all’azione ritardata e debole della comunità internazionale, incapace da due anni di trovare un accordo che ponga fine ai massacri e agli abusi di ogni tipo commessi ai danni della popolazione civile.

La regione del Sudan occidentale al confine con il Ciad, abitata soprattutto da popolazioni nere, è diventata una zona calda nel febbraio del 2003. Fu in quel periodo che i due gruppi armati del Sudanese Liberation Army/Movement (Sla/m) e del Justice and Equality Movement (Jem) si sono ribellati al governo del presidente Omar al-Bashir, colpevole secondo loro di non fare abbastanza per la popolazione darfurina, lasciata vivere in una zona priva di strade, scuole, ospedali.
Ma non basta. La regione del Darfur era e continua ad essere minata dall’eterno conflitto tra popolazioni nomadi e stanziali, che si contendono terra e bestiame, vitale per la loro sopravvivenza. Inoltre, sotto i loro piedi potrebbero nascondersi giacimenti petroliferi che fanno gola tanto al governo sudanese, quanto alle multinazionali e agli investitori stranieri.
 
Dalla capitale Khartoum il governo a maggioranza araba, ancora impegnato negli ultimi scampoli della lunga guerra contro il sud la cui, ha risposto duramente alla ribellione in Darfur, inviando l’esercito ed appoggiandosi a un gruppo di paramilitari mercenari denominati Janjaweed (diavoli a cavallo).
Questi ultimi, si presume provenienti da diverse regioni della fascia Saheliana che corre tra il Sudan e la Mauritania, sarebbero stati ingaggiati per terrorizzare la popolazione del Darfur e per riottenere il controllo sulla zona. Gran parte delle atrocità commesse nella regione – omicidi sommari, rapimenti, stupri e saccheggi denunciati da diverse prominenti organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani – sarebbe stata commessa da questi miliziani. Di questi ultimi si è sempre saputo poco o nulla.
Tuttavia, i dubbi iniziali sul loro legame con il governo di al-Bashir si sono rafforzati quando un'inchiesta giornalistica di alcuni reporter internazionali ha svelato - attraverso interviste e dichiarazioni di alcuni miliziani - che il governo di Khartoum avrebbe finanziato bande di janjaweed per compiere le loro scorribande assassine. Che almeno finora si sono rivelate efficaci. Centinaia di villaggi sono stati dati alle fiamme, obbligando gli abitanti a fuggire attraverso regioni aride e sabbiose verso il Ciad, dove le organizzazioni umanitarie faticano ad assistere e soccorrere un numero sempre più alto di profughi. In tutto il Sudan, attorno alle principali città e ai centri urbani si sono formate decine di tendopoli e campi di accoglienza per gli sfollati, che spesso sono attaccati dai miliziani perché non sufficientemente protetti e sorvegliati.
 
Sospetti miliziani janjaweed. Fonte: Human Rights WatchInizialmente le testimonianze di profughi e sopravvissuti, le rare notizie delle agenzie, i reportage degli inviati e i rapporti di osservatori ed esperti avevano fatto pensare a un “genocidio” eseguito accuratamente dal governo filo-arabo sudanese ai danni delle popolazioni africane che abitano il Darfur (i Fur, Massalit, Zaghawa e altre minoranze).
L’uso di questo termine per definire la guerra e la crisi del Darfur costituisce un aspetto chiave dell’intera vicenda: se le Nazioni Unite riconoscessero nel Sudan Occidentale un piano che prevede la ‘distruzione di un intero gruppo etnico, razziale o religioso’, sarebbero costrette ad intervenire militarmente. Finora, ed è stato ribadito a fine gennaio 2005, l’Onu non definisce “genocidio” quello che sta accadendo in Darfur, nonostante l’opinione contraria degli Stati Uniti e dell’ex Segretario di Stato, Colin Powell.
I rappresentanti dei gruppi ribelli, Slam e Jem, continuano a premere il Palazzo di Vetro affinché riconosca che l’élite araba di Khartoum stia cercando di sterminare la popolazione nera. Una tesi confermata in parte dalle immagini aeree di villaggi bruciati, dai racconti di ragazze violentate, e dalle notizie di massacri efferati denunciati da tutte le organizzazioni umanitarie, tra cui Physicians for Human Rights.
Ma subito smentita dal fatto che dietro i fantomatici guerriglieri Janjaweed non sembra celarsi alcuna ideologia pan-araba o anti-africana, come sostiene da Parigi l’esperto in geopolitica sudanese, Marc Lavergne. Tutt’al più, sostiene il politologo francese, si tratta di una guerra fra poveri, nella quale il governo sudanese si serve dei membri di popolazioni tradizionalmente nomadi (i janjaweed) contro le popolazioni stanziali del Darfur. Una tipologia di conflitto – quello per il territorio – che si riscontra in più parti dell’Africa, dalla Nigeria (Tarokh contro Fulani) al Kenya (Maasai contro Kikuyu), e via di seguito.
 
Continua: La reazione della comunità internazionale

Pablo Trincia

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