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Occhiali da sole neri stile “Matrix”, barba incolta, camicia militare kaki con
bandiera Usa al braccio e kefiah afgana al collo. Jonathan Idema, detto “Jack”,
ex ‘berretto verde’ di quarantotto anni originario di Pughkeepsie nello stato
di New York, venuto in Afghanistan come soldato di ventura e cacciatore di taglie,
se ne sta in piedi dietro la sbarra degli imputati in un aula di tribunale di
Kabul mentre il giudice Abdul Baset Bakhtyari pronuncia il verdetto: “Colpevole”.
E la sentenza: “Dieci anni di prigione”. L’accusa a suo carico è gravissima: aver
gestito nella capitale afgana una prigione privata e avervi torturato almeno otto
‘detenuti’ illegalmente catturati.
La stessa sentenza viene pronunciata dal giudice per il suo giovane braccio destro,
Brent Bennet, ex soldato semplice di ventotto anni originario di Briggsville,
California. Se ne sta in piedi accanto a Jack ad ascoltare il verdetto, muto e
impassibile: è vestito come lui, ma, a differenza del suo capo, è alto e magro,
con una chioma di capelli neri e ricci e una barba lunga da talebano. Due anni
di prigione di meno a Edward Caraballo, cameraman documentarista di quarantadue
anni, originario di New York City, venuto in Afghanistan con Jack per filmare
le sue imprese. Nonostante sia più giovane del suo amico, sembra lui da vecchio.
Veste in abiti civili. Non si scompone alla lettura della sentenza. Contrariamente
ai quattro afgani aiutanti di Jack, che scoppiano a piangere come bambini dopo
aver sentito di essere stati condannati a pene comprese tra gli uno e i quattro
anni di carcere.
Per Idema finire in prigione non è una novità: negli Usa si è già fatto dentro
tre anni per truffa. Ma dopo la sentenza, non riesce a trattenere la rabbia. Mentre
viene ammanettato e portato fuori dall’aula urla verso la corte: “Voi siete come
i giudici del regime talebano, avete lo stesso senso della giustizia”. E poi,
rivolto verso il pubblico. “E pensare che noi siamo venuti qui per aiutarvi e
difendervi: avremmo dovuto lasciare che i talebani vi uccidessero tutti!”.
Questa è stato solo l’ultimo dei vari colpi di teatro messi in scena da Idema
nel corso delle sette ore e mezzo di udienza.
Questo stravagante personaggio, che nel ’97 p erse una causa contro Steven Spielberg, da lui accusato di essersi ispirato alle
sue gesta per il film “The Pacemaker” interpretato da George Clooney, all’inizio
della sua deposizione aveva chiesto di giurare sul Corano. La cosa aveva suscitato
applausi da stadio tra il pubblico che ha iniziato a urlare “Allah è grande!”,
provocando anche l’inattesa reazione di un membro della giuria, gettatosi ai suoi
piedi ringraziando Allah per la sua conversione.
Lo scorso cinque luglio la polizia afgana ha fatto irruzione nella prigione privata
di Jonathan Idema, trovandovi tre afgani appesi al soffitto per i piedi e altri
cinque con evidenti segni di percosse e bruciature. I detenuti hanno affermato
di essere stati pestati, ustionati con acqua bollente e privati di cibo e sonno.
Idema si è difeso dicendo di essersi attenuto alle “tecniche standard di interrogatorio”
e affermando di aver operato per conto del governo americano e dell’amministrazione
afgana. Ha detto che i suoi referenti al Pentagono erano la signora Heather Anderson,
dell’ufficio del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, e il generale William
Boykin, quello che se ne va in giro in divisa per le chiese degli Stati Uniti
predicando la guerra santa contro gli infedeli islamici adoratori di Satana.
Washington ha sempre smentito ogni legame con Idema definendolo un impostore,
ma ha dovuto ammettere che lui e la Anderson si sentivano per telefono, come dimostrano
alcune registrazioni. Idema sostiene che i suoi incontri con ufficiali dell’esercito
americano in Afghanistan e con i leader militari dell’amministrazione afgana sono
testimoniati da decine di filmati girati dall’amico Caraballo. Filmati che l’Fbi,
dice Idema, ha sequestrato e fatto sparire dopo l’irruzione nella sua prigione.
I suoi avvocati, americani, dopo la sentenza di condanna hanno dichiarato che
il governo Usa “ha sacrificato questi suoi uomini per evitare uno scandalo, lasciandoli
in balìa di un sistema giudiziario inadeguato a garantire un giusto processo”.
“Il processo è stato condotto in maniera equa e corretta, secondo le leggi dello
Stato afgano”, ha risposto con una nota ufficiale il portavoce del Dipartimento
di Stato, Richard Boucher, a nome del governo Usa, che in questo periodo non ha
certo interesse a mettere in cattiva luce l’amministrazione afgana guidata da
Hamid Karzai, attuale presidente provvisorio del paese e candidato ufficiale della
Casa Bianca alle prossime elezioni afgane. Il voto è previsto per il prossimo
nove ottobre, condizioni di sicurezza permettendo.
Da una parte c’è la resistenza armata talebana, che continua a controllare tutte
le province meridionali e orientali del paese. I talebani avevano promesso di
boicottare con le armi le elezioni, ritenute una messa in scena orchestrata da
Bush per mantenere al potere a Kabul il suo ‘fantoccio’ Karzai e per sfruttare
a proprio vantaggio questo “primo passo per la democratizzazione dell’Afghanistan
pacificato e liberato dai talebani” co me argomento di campagna elettorale per le presidenziali Usa del prossimo due
novembre. Si stanno mostrando di parola e ora rischiano di rovinare la festa a
Karzai e a Bush. Negli ultimi mesi, e soprattutto nelle ultime settimane, si è
registrata una drammatica escalation nell’offensiva destabilizzatrice dei talebani,
che hanno iniziato a bersagliare Kabul con missili (fino ad ora, per fortuna,
tutti caduti fuori bersaglio) e che l’altro ieri stavano quasi per abbattere l’elicottero
di Karzai.
Dall’altra ci sono i signori della guerra ostili a Karzai (molti ambiguamente
legati ai talebani), che non hanno mai smesso di controllare le province settentrionali
e occidentali dell’Afghanistan, opponendosi con le armi ad ogni tentativo dell’autorità
centrale di Kabul di stabilire almeno una parvenza di sovranità statale, dato
che per ora Karzai è poco più di un sindaco di Kabul. Nei mesi scorsi si è fatto
sentire l’ ‘orso uzbeco’, il famigerato generale Rashid Dostum, che ha scatenato
una guerra per difendere il suo potere nel nord. Karzai ha inviato l’esercito,
fermando i combattimenti, ma lasciando irrisolta la situazione. Nelle ultime settimane,
invece, è stata la volta del ‘leone di Herat’, lo sciita tagico Islamil Khan che
domina l’ovest del paese e che ha reagito militarmente al tentativo di Karzai
di scalzarlo dal suo posto di governatore trasferendolo vicino a lui, a Kabul.
Per ora sembra che Khan abbia ceduto, ma non è detta l’ultima parola.
Enrico Piovesana