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La scalata al potere del primo ministro tailandese Thaksin Shinawatra è stata
rapida e senza precedenti.
L’ex
poliziotto del nord (nato a Chiang Mai) è riuscito negli anni ’80 a
costruire un impero delle telecomunicazioni e nel 2001 a prendere il
potere con un partito fondato solo tre anni prima, il Thai Rak Thai (o
‘Thai Loves Thai’). Domenica scorsa una nuova conferma: Thaksin ha
stravinto alle legislative ottenendo 375 seggi del parlamento su 500.
Un risultato così devastante per il partito Democratico all’opposizione
che il suo leader ha dovuto dimettersi dopo i primi scrutini. Per la
prima volta nella storia democratica della monarchia costituzionale, il
partito di maggioranza non dovrà coalizzarsi con altri per reggere
l’Esecutivo e ciò preoccupa molto i rivali che temono l’instaurazione
di una ‘dittatura parlamentare’. Ma sono soprattutto le organizzazioni
umanitarie di tutto il mondo a esprimere perplessità sull’operato di
Thaksin: “Molti progressi compiuti dalla Thailandia negli ultimi dieci
anni sono stati vanificati dal premier” dice Brad Adams,
portavoce di Human Rights Watch (HRW).Repressione poliziesca nel sud musulmano
e povero, esecuzioni extragiudiziali
nella lotta alla droga e censura dei media sono solo alcuni dei gravissimi abusi
ordinati da Thaksin nei primi quattro anni di governo. Ma questi non sembrano
aver leso la sua popolarità: a votarlo infatti sono stati i poveri che hanno creduto
alle sue promesse di sradicare la miseria e in generale tutti coloro che hanno
apprezzato la gestione della tragedia del 26 dicembre scorso. Lo tsunami ha causato
5.300 morti e danni ingenti alle coste turistiche.
Repressione nel sud musulmano.
Il 2004 è stato un anno di sangue nelle province meridionali di
Narathinat, Pattani, Songhkla e Yala, dove si concentra la minoranza
musulmana. Contro i frequenti attacchi di militanti islamici a danno
della comunità buddista, il governo ha usato rimedi estremi. Il 28
aprile 2004 la polizia ha ucciso oltre cento insorti che avevano
compiuto raid in diverse stazioni delle forze di sicurezza. Le vittime
erano tutti giovani di età compresa tra i quindici e i venticinque
anni. Trenta di loro sono morti sotto le macerie di un’antica moschea
che i poliziotti hanno disintegrato con lanci di granate. Il 25
ottobre 2004, nel villaggio di Tak Bai, si è ripetuto un simile
scenario: le forze di sicurezza hanno provocato la morte di 86
musulmani che stavano manifestando per la liberazione dal carcere di
alcuni concittadini: sette dimostranti sono rimasti uccisi da colpi
d’arma da fuoco e altri 78 sono soffocati dentro le camionette della
polizia. Le immagini di decine di uomini che strisciavano a terra e
venivano presi a calci dalle forze dell’ordine hanno fatto il giro del
mondo. La repressione delle autorità ha esacerbato il neonato conflitto
del sud. Negli ultimi mesi gruppi di radicali islamici hanno
ripetutamente lanciato bombe e appiccato il fuoco contro edifici
pubblici, in segno di sfida ai buddisti, ovvero la maggioranza della
popolazione. Dal gennaio 2004, inizio dei disordini, ci sono state 550
vittime. 
Francesca Lancini