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Matteo Fagotto
Per la prima volta dallo scoppio della guerra in Darfur, i capi dei principali movimenti ribelli operanti nella regione sudanese potrebbero venire incriminati dalla Corte Penale Internazionale. Il procuratore della Corte, Luis Moreno Ocampo, ha infatti chiesto la messa in stato d'accusa, per crimini di guerra, dei leader ribelli che, dal febbraio 2003, combattono contro l'esercito sudanese e le milizie Janjaweed una guerra che ha ucciso più di 200.000 persone.
I capi ribelli (i cui nomi non sono però stati resi noti) sarebbero stati accusati per l'attacco, avvenuto lo scorso anno, alla base dei peacekeepers dell'Unione Africana ad Haskanita. In quell'occasione, i berretti verdi resistettero per ore all'assalto dei ribelli, salvo capitolare a causa della fine delle munizioni. Nella battaglia, dodici peacekeepers persero la vita, e altri otto rimasero feriti. Per ora, nessun commento è stato fatto dai movimenti, finiti negli ultimi mesi sotto il bersaglio della critica internazionale per le violenze commesse contro i civili e la loro tendenza a frazionarsi (da due, ora i gruppi armati darfurini sono diventati dodici)
La richiesta di Ocampo si somma a quelle emesse in precedenza contro il presidente sudanese, Hassan Omar al Bashir, e altri esponenti politici del governo di Khartoum e delle milizie Janjaweed, che avevano più volte accusato la Corte di parzialità. La mossa non sembra comunque aver addolcito la posizione delle autorità sudanesi, le quali hanno da tempo fatto sapere che non collaboreranno con il Tribunale dell'Aja, la cui giurisdizione non è mai stata riconosciuta da Khartoum (il governo sudanese, pur avendo firmato il Trattato di Roma che istituiva la Corte, non l'ha mai ratificato).
Dietro le quinte della scena internazionale, però, ci si muove per sbloccare una situazione che rischia di compromettere qualsiasi sforzo per raggiungere la pace. La tregua unilaterale, proclamata due settimane fa dal presidente sudanese, è già stata violata giovedì scorso, con nuovi scontri tra l'esercito e i ribelli, a riprova di come sia difficile riuscire a portare al tavolo delle trattative i protagonisti della guerra. All'Onu si sta studiando la possibilità di ritardare di un anno l'eventuale incriminazione del presidente, un'eventualità che fa gridare allo scandalo le associazioni dei diritti umani. Se però questa linea dovesse passare, difficilmente i ribelli riceverebbero un trattamento diverso.
Quello appena descritto non è però l'unico scenario possibile. Vista la riluttanza di governo e ribelli a scendere a compromessi, le incriminazioni potrebbero servire come un'utile strumento di pressione. In questo caso, a rischiare di più sarebbero sicuramente i capi ribelli, che non godono della protezione delle autorità sudanesi e la cui incriminazione non ha sollevato aspre critiche nel mondo arabo, come successo in occasione della richiesta riguardante al Bashir.
Matteo Fagotto