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La speranza che la ripresa degli scontri armati tra esercito e separatisti islamici nel sud delle Filippine fosse un fuoco di paglia è ormai completamente perduta. Dopo cinque anni di tregua e negoziati di pace, l'isola di Mindanao sta risprofondando in una guerra civile, e di religione, sempre più sanguinosa.
Sessanta morti in una settimana. Solo nell'ultima settimana i combattimenti tra esercito e Fronte Islamico di Liberazione dei Moro (Milf) hanno provocato più di sessanta morti, tra cui molti civili: sia cristiani vittime degli attacchi dei ribelli, che musulmani uccisi nei bombardamenti aerei o negli agguati delle milizie paramilitari. Dalla ripresa delle ostilità lo scorso 10 agosto - seguita alla rottura governativa del processo di pace - si contano ormai oltre cinquecento morti e decine di migliaia di sfollati.
Il governo riorganizza i paramilitari. L'aspetto più preoccupante è che il governo non solo sta massicciamente armando la popolazione civile cristiana di Mindanao, promuovendo la formazione delle milizie civili 'Bantay Bayan' (Guardie Comunali), ma sta anche favorendo la riorganizzazione di gruppi paramilitari come le milizie cristiane 'Ilaga' (Ratti), famigerate negli anni '70 per i massacri di civili musulmani. "Per ogni cristiano ucciso, noi uccideremo dieci Mori", ha recentemnete dichiarato Felimon Cayang, leader delle 'Bagong Ilaga' (Nuovi Ratti).
Enrico Piovesana