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di Giulia Bondi e Anna Maria Selini
Sandali sportivi calpestano le strade polverose di Pristina. Poche donne kosovare sarebbero a proprio agio indossandoli. Gli altri piedi scavalcano voragini, evitano cartacce, zigzagano tra le lastre di pietra di via Madre Teresa comodamente calzati in tacchi a spillo vertiginosi. I nostri hanno scarpe sportive e rasoterra. Straniere e riconoscibili, ma accolte quasi ovunque come figlie o sorelle, in tre settimane di viaggio su e giù per il Kosovo abbiamo ascoltato decine di voci, soprattutto giovani e donne, del paese più giovane d'Europa, l'ultimo nato dalla dissoluzione dei Balcani dopo i sanguinosi conflitti degli anni Novanta, ancora occupato dalla Missione ad interim delle Nazioni Unite, Unmik. Un mosaico pieno di contraddizioni e memorie divise, che abbiamo cercato di raccontare in un piccolo vademecum: 25 frammenti per il Kosovo dalla A alla Z.
vai alla seconda parte, dalla H alla PQ come Quote (rosa)
Unghie laccate di rosso, sguardo fiero enfatizzato dal trucco, femminismo e femminilità in ogni gesto. Vjollca Krasniqi è la direttrice del centro di ricerche e politiche di genere di Pristina, nonché docente alla facoltà di Sociologia.
La incontriamo per capire meglio qual è la condizione delle donne in Kosovo. Per le strade di Pristina, emancipazione e tradizione si sovrappongono continuamente: giovanissime in abiti succinti, adolescenti col cellulare in mano, professioniste in eleganti tailleur, camminano tra ragazze velate dalla testa ai piedi e anziane con il fazzoletto annodato dietro la nuca.
Il Kosovo ha una delle Costituzioni più avanzate dei Balcani in termini di diritti delle donne. Molti di questi, però, sono solo sulla carta: la famiglia albanese è ancora rigidamente patriarcale e alle donne serbe è pressoché negata la libertà di movimento fuori dalle enclaves.
"Gli anni dopo la guerra - spiega Vjollca - hanno portato molti cambiamenti nella politica: oggi abbiamo quote rosa del 30% sia in ambito nazionale che locale, ma nella vita privata le donne sono ancora subordinate. Le giovani hanno apparentemente più libertà di scelta delle loro madri, ma a causa della situazione economica hanno più limiti e meno chance di fare carriera".
"La condizione femminile è cambiata dopo la guerra - sostiene la giornalista Ilire Zajimi, la "Lilli Gruber del Kosovo" - adesso le donne lavorano e sono più coraggiose anche se questo spesso si traduce in più divorzi".
Ma non per tutte è così. Besa Ismaili fa l'interprete per l'Osce, è musulmana e da pochi anni ha scelto di indossare il velo islamico. "La mia fortuna - spiega - è lavorare per un'organizzazione internazionale, perché uffici pubblici e aziende private kosovare difficilmente assumono le donne islamiche. Ogni epoca ha il suo capro espiatorio: nell'800 erano i neri, ora sono le donne col velo". R come rientri (dei serbi)
Dopo l'ingresso della Nato, i profughi albanesi sono tornati, mentre i serbi hanno cominciato a fuggire. Nelle città se ne contano pochissimi e solo alcuni hanno fatto ritorno, trovando spesso la propria casa distrutta, per ritorsione dagli albanesi. Grappoli di case depredate, abbattute e andate a fuoco, soprattutto nella zona occidentale del paese, sono il segno più evidente della guerra consumatasi nove anni fa. Da allora, i serbi più irriducibili vivono nelle enclaves, presidiate giorno e notte dai militari della missione internazionale Kfor.
I rapporti tra le due etnie, infatti, sono ancora molto tesi e per Belgrado questa regione continua a chiamarsi Kosovo e Methohija, la parte dove sorgono i più importanti luoghi di culto della religione e della cultura serbo-ortodossa. Per trovare esempi "felici" di convivenza, occorre andare in quei villaggi dove le relazioni interne alla comunità già prima delle guerra erano buone e andavano al di là della differenza etnica: è qui che i rientri sono riusciti meglio e in parte sono ancora in corso.
Nel villaggio di Videja - Vidanje, per esempio, l'ong italiana Reggio Terzo Mondo, contribuisce alla riconciliazione attraverso diversi progetti come quello che ha dato vita all'associazione Indira.
Sferruzzando e chiacchierando, un gruppo di donne albanesi, serbe e rom, grazie all'aiuto italiano tenta di emanciparsi e, cosa che non guasta, integrare il reddito familiare attraverso una collezione di scialli, guanti e borsette fatte a mano, vendute poi nelle botteghe equo-solidali nostrane.
I coloratissimi gomitoli utilizzati sono di acrilico. La lana vera in Kosovo costerebbe troppo.S come sauditi, i "restauratori" dell'Islam
Sulla facciata di una delle principali moschee di Pristina appaiono delle grandi scritte verdi, in arabo: è il segno dei sauditi. Dal 1999 a oggi, grazie a loro, decine di minareti e moschee, distrutti dal tempo o dalla guerra, sono stati ristrutturati o edificati da zero. E associazioni islamiche o magnati stranieri sempre più spesso offrono corsi di inglese, informatica, borse di studio o "incentivi" a kosovari particolarmente "meritevoli".
Nora, per esempio, ha 20 anni e studia alla facoltà di legge dell'Università internazionale islamica della Malesia. Come lei, altri 24 studenti, provenienti dal Kosovo, hanno ricevuto una borsa di studio dalla Fondazione malese Al-Bukhary, che sponsorizza tutti i loro studi selezionando i migliori allievi dal Liceo Islamico di Pristina. "Il proprietario della fondazione - racconta - è l'ottavo uomo più ricco della Malesia". In tutti i Balcani, i beneficiari sono alcune centinaia di studenti che altrimenti non avrebbero i mezzi per formarsi. Ma dietro la filantropia, secondo diversi osservatori, si nasconderebbe dell'altro, così come dietro al numero crescente di donne, specie giovanissime, che indossano il velo islamico.
"Questo fenomeno è completamente nuovo - commenta don Lush Gjergji, parroco della chiesa cattolica di Prizren e amico personale del compianto presidente Ibrahim Rugova - e si è diffuso solo dopo la guerra. Sono giunte molte organizzazioni e organismi anche di stati arabi che hanno un concetto di Islam estremamente diverso dal nostro, che è invece molto moderato, tradizionale, proeuropeo e procristiano. Ho la certezza che alcune di queste organizzazioni paghino una donna 500 o 1000 euro per vestirsi per qualche ora al giorno così, col fine di testimoniare la presenza islamica in Kosovo. Per fortuna la maggior parte dei fratelli albanesi rifiutano".
Il centro studi Kipred, che tra i propri finanziatori annovera anche la fondazione americana Rockefeller, nel 2005 ha pubblicato uno studio sulle infiltrazioni del fondamentalismo islamico in Kosovo. "Abbiamo individuato dei rischi seri poco dopo la guerra - spiega il ricercatore Ilir Dugolli - con l'afflusso, a tre mesi dal conflitto, di circa mezzo milione di dollari per fare propaganda. A quanto ci risulta, però, il tentativo a oggi è fallito. La comunità musulmana non ha consentito l'ingresso di questo Islam politico dai paesi arabi. Non siamo immuni, però, da questo rischio. In particolare, è la disoccupazione, che va dal 40 al 60 percento, a preoccuparci. Anche se finora le infiltrazioni non hanno avuto successo, come in Bosnia, non bisogna lasciare libero questo spazio". T come turco, il caffè che non si rifiuta mai
Entrare in una casa kosovara ed uscirne senza essersi sporcati le labbra di caffè, rappresenta una sorta di piccola grande offesa. La tradizionale bevanda turca, densa e polverosa (prima di berla occorre fare depositare la polvere per non ingoiarla) è infatti uno dei pochi elementi che accomuna tutte le etnie kosovare: che i vostri ospiti siano albanesi, serbi, rom, turchi o gorani, state sicuri che durante la vostra visita non mancheranno di offrirvi uno o più caffè. Rigorosamente accompagnati da tabacco (i kosovari fumano davvero come turchi), rakjia (la grappa locale) e spesso verdure di stagione (cetrioli, peperoni, ecc.). Insomma, tutto quello che la famiglia, a seconda delle proprie possibilità, è in grado di offrirvi. L'ospitalità nei Balcani è sacra (forse ancora più che nel nostro Sud Italia) e passa prima di tutto attraverso una buona tazza di caffè. U come Uck, l'esercito di liberazione
Eroi della patria o terroristi? Come sempre, dipende dalla prospettiva da cui si guarda. Le campagne e città albanesi, "parlano" dell'Uck, l'esercito di liberazione del Kosovo, come dei nostri partigiani: per le strade si incontrano decine e decine di lapidi, scritte e monumenti dedicati ai guerriglieri martiri dell'indipendenza.
Per i serbi invece si tratta di terroristi e violenti traditori.
Quel che è certo è che il leader dell'Uck, nome di battaglia "serpente", Hashim Thaci, fatto sedere dagli americani al tavolo dei negoziati al posto del pacifista Ibrahim Rugova, oggi è il premier del Kosovo, nonché il leader del Pdk, il principale partito nato proprio dalla riconversione politica dell'Uck. Meno chiaro, invece, è quello che si nasconderebbe dietro il Pdk. Secondo molti osservatori le forme di finanziamento del partito sarebbero legate a oscuri traffici, traffici di armi, droga e prostituzione, di cui il Kosovo sembra essere uno dei principali punti di snodo in Europa. Intanto Ramush Haradinaj e la sua bionda moglie sorridono dalla copertina del periodico femminile Teuta e manifesti sui muri delle principali città esprimono all'ex guerrigliero il bentornato dopo l'assoluzione del Tribunale dell'Aja.V come Villaggio Italia
Se per un attimo chiudi gli occhi ti sembra di stare in Italia, non certo in Kosovo. Con la pizzeria, il ristorante, la ormai mitica Radio West, che diffonde musica e canzoni nostrane, piazza Giovanni XXIII e le due mense (ottime), in cui i militari stranieri cercano di "infiltrarsi" costantemente. Benvenuti a Villaggio Italia, la sede della Multinational Task Force West, una delle cinque forze multinazionali della missione Kfor, a comando italiano.
La base si trova a Belo Polje, piccolo Comune nei dintorni di Pec e ospita la maggior parte del contingente italiano in Kosovo, presente anche a Pristina, Decane e Djakovica.
A Villaggio Italia sorge l'Health center, dove da aprile a novembre (quando era di stanza la Brigata Pinerolo, comandata dal generale Agostino Biancafarina) sono stati esaminati 512 casi di patologie non curabili in Kosovo, in particolare di giovani malati. Di questi, 122 sono stati inviati in Italia per curarsi nei nostri ospedali. Ad aderire a quest'attività, tra le più importanti di quelle promosse dalla Cooperazione civile e militare italiana (Cimic), sono le Regioni, gli ospedali e le associazioni italiane, sotto il coordinamento del personale medico e amministrativo dell'Health center, che segue dall'inizio alla fine l'iter del paziente.
"Questo tipo di progetti sono una nostra prerogativa - spiega il maggiore Pierluigi Palumbo, responsabile della diagnostica dell'Health center - rientrano, infatti, nella politica sanitaria delle Forze Armate all'estero e ci contraddistinguono dalle altre nazioni". Tanto che gli americani starebbero studiando le attività Cimic e il nostro modo di relazionarci (e fare propaganda) con le popolazioni locali.
Costruzione di scuole, acquedotti, generatori elettrici o ponti, come quello inaugurato a fine ottobre, sulla strada Tranzit di Peja, dalla cellula Cimic della MTFW. L'opera, costata 150 mila euro, è la più importante dal punto di vista sociale e ingegneristico realizzata in Kosovo dai militari italiani negli ultimi sei mesi.
W come W il duce (e bandiera rossa)
"Italiani, ah italiani... buongiorno signorina, W il duce e bandiera rossa". Inutile cercare di spiegare alla signora serba che incontriamo per una strada di Mitrovica Nord, che la frase appena pronunciata è più che una contraddizione. Quasi un ossimoro. L'ha imparata nel secondo dopoguerra, racconta, quando i soldati italiani occuparono questa stessa zona dei Balcani.
L'Italia, vista da serbi, albanesi o rom, è tutta uguale: una Bengodi distante poche ore di viaggio, un paese dove si possono vincere milioni di euro alla televisione, sotto lo sguardo di belle donne poco vestite, con calciatori ricchi e stilosi come esempi nazionali. "Mio cugino gioca in una squadra di calcio italiana e presto sposerà una modella della televisione - racconta Ibra, che fa il cameriere in un hotel di Pristina - io verrò al matrimonio, sono sicuro che sarà da sogno e presto mi trasferirò da voi".
"Mi piacerebbe fare l'attrice, se le condizioni di vita miglioreranno starò qui, se no andrò via. Magari in Italia o in Svizzera, chi lo sa...", racconta Akbulena, 19 anni, abito rosso aderente e pose da star, ha appena partecipato alla realizzazione di un video, finanziato dall'Osce, nel villaggio di Fushe Kosova.
Se nei negozi si parla in italiano, l'accoglienza è entusiastica. Quasi tutti sanno qualche parola, imparata in un'esperienza di emigrazione o guardando Buona Domenica sul satellite. Per chi arriva in Italia parlando albanese o serbo, il trattamento è un po' diverso.
Y come Yugoslavia
Quando c'era nessuno la voleva, adesso che non c'è più tutti la rimpiangono. Cara vecchia Yugoslavia, sbriciolata da anni di guerre, di cui il Kosovo è solo l'ultimo dei frammenti. "Si stava meglio con Tito - racconta Januz, tassista albanese e cicerone - con lui andavamo tutti d'accordo".
Al censimento voluto da Milosevic nel 2001, dove tra le proprie generalità si chiedeva di indicare anche la nazionalità "etnica", c'era ancora chi si definiva "Yugoslavo" e chi, come un gruppo di giovani della città di Pancevo, in Vojvodina, protestava contro l'idea stessa di etnia definendosi "Supereroe", "Extraterreste", "Cheyenne " o semplicemente "Umano".
"Non so più neanche come chiamare il mio paese, in attesa di nuovi eventi lo abbiamo ribattezzato Serbia/Montenegro/Kosovo", ironizzava Ljubisa Vrencev, attivista dell'organizzazione ecologista e pacifista GruPa, nel periodo in cui la Federazione Yugoslava passava alle denominazioni più leggere di Federazione - e poi Unione - di Serbia e Montenegro, prima della definitiva scissione del 2006. Il tutto mentre la risoluzione Onu 1244 del 1999 contemporaneamente aveva sancito la sovranità della Federazione sul Kosovo e la legittimità della presenza internazionale Nato e Onu sulla ex provincia autonoma della Serbia.
Ora che il Kosovo si è dichiarato indipendente, c'è addirittura chi vorrebbe dare vita alla Yugoslavia 2.0. "Facciamo un'altra Yugoslavia, tagliamo la Slovenia, loro sono diversi da noi - scherza, ma non del tutto, Milorad Sarkovich, responsabile serbo dell'ufficio rientri del Comune kosovaro di Klina - e ci prendiamo l'Albania e la Macedonia, che invece ci assomigliano". Chissà cosa ne penserebbe Tito. Z come Zarifa, la "signora della guerra"
Se non fosse per quella foto incorniciata, la tentazione sarebbe di non crederle. Come immaginare, dietro gli occhi da cerbiatta e il sorriso timido di oggi, la "signora della guerra" di ieri? Veniva chiamata così, Zarifa, l'infermiera tuttofare del piccolo villaggio di Shtupel. Durante il conflitto serbo-albanese del ‘99, unica donna tra decine di uomini, ha militato nell'Uck, l'esercito di liberazione del Kosovo. "Quando finivo i lavori di casa - racconta, mostrando tessera e foto in divisa - uscivo a fare pattuglia con gli altri perchè eravamo circondati dalla forze militari serbe e anche perchè avevo paura a stare sola. Per fortuna la guerra è finita altrimenti sarei diventata un uomo". Oggi Zarifa è anche presidente dell'associazione delle donne del paese, donne che da sempre la guardano con rispetto. Le albanesi, per cui ha combattuto, e le serbe, che non ha mai smesso di curare. "Dopo la guerra e gli scontri del 2004, insieme al medico, abbiamo fornito assistenza agli abitanti del villaggio di Bic e, come per tutti, siamo sempre a loro disposizione". È in questa stessa zona, a ovest del nuovo stato kosovaro a maggioranza albanese, che molte case serbe, appena ricostruite, sono state date al fuoco e subito distrutte.
Zarifa sta per salutare anche loro. Come molti suoi connazionali, a breve lascerà il Kosovo per la Germania: ad attenderla c'è il suo futuro marito e una vita piena di speranze.