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La tana del lupo. Il post 11 settembre 2001, in tutto il mondo, ha visto nascere e morire migliaia
di vertici, conferenze e coordinamenti di tutti i tipi contro il terrorismo in
tutto il mondo. Guardando la situazione attuale in Iraq, dove la media quotidiana
degli attentati non accenna a diminuire nonostante le elezioni, non sembra che
i risultati siano entusiasmanti. Questo potrebbe sminuire l'importanza del vertice
di Riad, ma bisogna tenere conto dell'estrema peculiarità che il regno saudita
rappresenta nel mondo islamico e nel Medio Oriente. Alcuni dati: dei 19 dirottatori
dell'11 settembre, ben 15 erano sauditi. Osama bin Laden, pur originario dello
Yemen, ha vissuto e ha formato la sua visione integralista della jihad in Arabia Saudita. Da maggio del 2003 ad oggi, il terrorismo ha causato la morte
di quasi 100 persone tra uomini delle forze dell'ordine saudite e presunti guerriglieri.
Giusto per dare l'idea del clima in cui si è svolto la Counterterrorism International Conference.
Il tempo stringe. Il principe reggente saudita Abdullah ha curato ogni dettaglio del vertice, che
si è svolto in un nuovo megagalattico centro convegni a Riad, in prima persona
per
sottolineare l'importanza dello stesso e, se qualcuno non l'avesse capito, perchè
la casa reale saudita è sotto pressione. Il tempo della protezione statunitense
è finito. Gli Usa cercano in giro per il mondo partner più affidabili e ugualmente
ricchi di petrolio, come la guerra in Iraq insegna. Le correnti fondamentaliste
saudite, la scuola wahabita, sembrano sfuggite al controllo che la casa reale ha mantenuto su di esse con
l'apporto finanziario che adesso si rivela un boomerang pericoloso. La situazione
attorno al Paese dei Saud non è più serena: il Kuwait ha da poco votato una legislazione
speciale contro il terrorismo che concede inusitati poteri alla polizia, dopo
che sono morte 10 persone in pochi giorni a causa di scontri a fuoco tra polizia
e miliziani armati. Non era mai successo prima. In Oman, dopo 10 anni, si è riaffacciato
il fondamentalismo armato e nei giorni
scorsi centinaia di persone sono state arrestate. La ormai sempre più probabile
vittoria degli sciiti in Iraq crea una pressione
notevole in un'area a maggioranza sunnita e potrebbe risvegliare le rivendicazioni
degli sciiti di altri paesi come lo Yemen e il Bahrein. Un quadro angosciante.
Il messaggio. I risultati della conferenza quindi sono più strategici che pratici. Quello che
premeva al principe Abdullah è lanciare un messaggio chiaro: la situazione è quella
che è e dobbiamo rimboccarci le maniche, visto e considerato che l'aiuto contro
il terrorismo degli Stati Uniti rischia di arrivare con i caccia bombardieri.
L'Arabia Saudita vuole accreditarsi come punto di riferimento della lotta al
fondamentalismo armato e uscire da un'ambiguità che spesso e volentieri le è valso
il titolo di centrale del terrorismo. Contando su problemi che attanagliano
tutti i paesi del Golfo, la famiglia Saud conta di rovesciare la situazione a
proprio favore, passando da punto chiave del problema a capofila della lotta al
terrore. Resta da capire quanto credibili possano sembrare le misure di una leadership
come quella saudita che per anni ha, con una mano, fatto affari con l'Occidente,
i cui benefici non sono peraltro ricaduti sulla società saudita ma solo sul clan
della famiglia reale. Con l'altra mano ha tenuto buoni i fondamentalisti passandogli
somme ingenti. Sembra che adesso tutto sia cambiato, bisogna vedere se non è troppo
tardi.Christian Elia