27/11/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



L'opinione pubblica chiede di individuare i responsabili delle violenze di gennaio

scritto per noi da
Matteo Fagotto

 



Sono passati più di sei mesi dalla fine delle violenze post-elettorali che misero in ginocchio il Kenya, provocando più di mille morti e centinaia di migliaia di sfollati. La coalizione tra i partiti del presidente Mwai Kibaki e del premier Raila Odinga, protagonisti dell'accordo di pace siglato lo scorso aprile, regge bene. L'economia si sta lentamente riprendendo dal collasso di inizio anno, così come il turismo. Ma un'ombra aleggia ancora sul futuro del Paese: quella delle responsabilità della politica nell'organizzazione degli scontri più sanguinosi nella recente storia del Kenya.

Un'immagine delle violenze di gennaioDopo le elezioni dello scorso 27 dicembre, Odinga aveva accusato il rieletto Kibaki di aver truccato le elezioni, scatenando un'ondata di violenze tra i sostenitori dei due partiti presto estesesi a tutto il Paese. Acerrimi nemici durante le violenze di inizio anno, l'Orange Democratic Movement di Odinga e il Party of National Unity di Kibaki non sembrano ora così disposti a indagare sulle responsabilità di politici e imprenditori nell'aver fomentato le violenze post-elettorali. Per questo, le conclusioni della Commissione Waki non sono state bene accolte dal mondo politico keniano. La Commissione ha infatti stabilito un collegamento tra gli scontri etnici e il ruolo in essi svolto da politici e businessmen, che avrebbero in alcuni casi favorito le rivolte sobillando l'una contro l'altra le comunità Kikuyu e Luo (nonostante le violenze si siano poi estese anche alle altre etnie keniane). In una lettera privata, indirizzata al mediatore Kofi Annan, la Commissione avrebbe fatto il nome di dieci "sospetti", il cui coinvolgimento nella pianificazione delle violenze deve comunque essere ancora provato.

Secondo gli accordi di pace siglati tra Kibaki e Odinga, le autorità keniane si sono impegnate a perseguire i responsabili delle violenze. Per questo, se il governo non dovesse agire entro la fine di gennaio, creando una sorta di tribunale speciale, rapporto e lettera finirebbero direttamente nelle aule della Corte Penale Internazionale dell'Aja. Una prospettiva non esaltante per i due partiti, nonostante buona parte dell'opinione pubblica prema per l'individuazione dei colpevoli, secondo un sondaggio condotto recentemente dal quotidiano Daily Nation.

Mwai KibakliSia Kibaki che Odinga hanno ribadito il proprio impegno nel perseguire la giustizia. Dalla conclusione dei lavori della Commissione, avvenuti un mese fa, ad oggi, non ci sono però stati sostanziali sviluppi nella vicenda. Questo fa temere che la creazione di un tribunale non sia una delle priorità nell'agenda dei due partiti.
Non si registrano novità neanche sul fronte della riforma agraria. L'iniqua distribuzione delle terre fu una delle cause scatenanti del conflitto, un problema che tutte le amministrazioni succedutesi alla guida del Kenya dall'indipendenza ad oggi hanno promesso di affrontare (salvo poi tirasi indietro per la delicatezza della questione). Sempre secondo la Commissione, mettere la testa sotto la sabbia anche stavolta avrebbe effetti deleteri sullo sviluppo del Paese. La prossima ondata di violenze, infatti, potrebbe rivelarsi molto peggiore della precedente.

Matteo Fagotto

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