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La consultazione si è svolta lunedì 5 aprile per scegliere i
rappresentanti in Parlamento e al nuovo Consiglio regionale. E' stato
il voto più complicato al mondo: 147 milioni di elettori, 660 milioni
di schede stampate, 595mila cabine installate in 14mila isole. Un
particolare, le schede erano grandi come fogli di giornale e perfino
ripiegarle è stato difficilissimo. E’ la seconda volta che si va alle
urne da quando, nel ’98, cadde la dittatura trentennale di Suharto,
mentre tensioni comunitarie, movimenti separatisti, stagnazione
economica e corruzione rendono difficile la vita alla giovane
democrazia. Nell’estrema provincia settentrionale dell’Aceh, dove dal
’76 si consuma una guerra dimenticata, non sono mancati i disordini.
“Alcuni uomini, sospettati di essere ribelli, hanno sparato contro un
seggio e ucciso due civili.”, si leggeva sul quotidiano Jakarta Post.
Nell’area i guerriglieri del Movimento Aceh Libero (Gam) combattono
contro l’esercito nazionale (Tni) per l’indipendenza della regione.
Alcuni uomini hanno aperto il fuoco dalle colline circostanti, colpendo
due individui di guardia alle cabine elettorali. La polizia ha detto
che potevano essere del Gam, ma nessuna dichiarazione può essere
comprovata in una zona dove è vietato l’accesso ai giornalisti e alle
organizzazioni umanitarie.
Le testimonianze sulla situazione in Aceh vengono per lo più dai
migliaia di esuli, fuggiti nella vicina Malaysia su imbarcazioni di
fortuna attraverso lo stretto di Malacca. Molte dichiarazioni sono
state raccolte in un recente rapporto di Human Rights Watch (Hrw). Un
ragazzo di diciannove anni racconta: “Chiediamo che i nostri villaggi
siano sicuri. Vogliamo tornare a casa, rivedere le nostre famiglie. Nei
nostri villaggi vorremmo trovare cibo e lavoro”. L’ultima offensiva
militare nelle provincia settentrionale è iniziata il 19 marzo 2003,
quando è fallito il cessate il fuoco proclamato sei mesi prima. Da
allora il governo ha imposto la legge marziale. Si tratta
dell’operazione di guerra più imponente dall’invasione indonesiana di
Timor Est. In quell’occasione circa 30 mila soldati furono dispiegati
per stanare la guerriglia di 5mila guerriglieri. Hrw sostiene che,
dalla ripresa del conflitto (di fatto mai concluso), anche il rispetto
dei diritti umani ha subito una drammatica involuzione. Sono aumentate
le esecuzioni extragiudiziali, i rapimenti,le torture, gli arresti e le
detenzioni arbitrarie. Inoltre non si contano le violenze sessuali e i
saccheggi ad opera delle forze di sicurezza governative. La ripresa
massiccia delle ostilità ha generato l’esodo di centinaia di civili
perchè gli attacchi dell’esercito non risparmiano le zone abitate.
“Ogni giorno c’erano scontri tra l’esercito e i membri del Gam in tutta
la provincia. Ero terrorizzato. Da casa mia sentivo gli spari. I miei
amici sono stati picchiati o minacciati dai militari. Non potevo più
vivere laggiù. Avevo troppa paura, spero di non tornarci mai, piuttosto
preferisco morire”, dice un profugo. Moltissimi giovani, per lo più
ragazzi, sono scappati in Malaysia proprio quando fu dichiarata la
legge marziale. Il governo del vicino paese, nonostante gli appelli di
Human Rights Watch, rifiuta però di concedere asilo politico,
nonostante questi uomini siano fuggiti da una zona di guerra. “A marzo
– racconta uno di loro - mi trovavo in Malaysia, ma a luglio sono stato
rimpatriato. Allora un centinaio di poliziotti arrestarono cinquanta
immigrati. Mi portarono via di notte, verso le due, mentre lavoravo al
mercato del pesce. Alla stazione della polizia ci hanno domandato:
“Appartenete al Gam? Chi siete?”. Solo in quattro provenivamo
dall’Aceh, gli altri erano dell’isola di Giava. Abbiamo detto che
eravamo arrivati lì in cerca di lavoro. Poi ci hanno caricati su un
traghetto e portati a Dumai, in Indonesia. Qui ci hanno interrogati uno
alla volta, chiedendoci di nuovo da dove venivamo. Chi, come me, disse
“dall’Aceh settentrionale”, venne arrestato. Fui liberato grazie a un
parente che lavorava nella polizia”.
Le persecuzioni delle forze indonesiane spesso colpiscono i famigliari
di chi è scappato, quasi sempre donne, anziani e bambini. “Quando sono
fuggito ho chiamato i miei genitori. Mi dissero che i poliziotti erano
entrati in casa. Volevano i nomi di chi era andato via”, spiega un
giovane. La presidente Megawati Sukarnoputri ha ripristinato nella
regione settentrionale un controllo militare simile a quello attuato
negli anni ’90, al tempo della dittatura di Suharto, facendo dislocare
nell’ultimo anno 40-50mila effettivi tra unità locali, polizia e
reparti speciali. Oltre al temperamento conservatore, diverse ragioni
hanno convinto Megawati ad avvicinarsi ai militari, all’élite
burocratica e al mondo degli affari che avevano sostenuto Suharto,
autore del tragico colpo di stato nel quale era stato destituito suo
padre, il presidente Sukarno.
Megawati non ha realizzato le riforme democratiche promesse all’inizio
del mandato, inimicandosi gli ambienti più progressisti del suo
partito, il PDI-P, e deludendo l’elettorato. Del malcontento generale
ha approfittato il Golkar, vecchio partito di Suharto e del generale
Wiranto, accusato dalle Nazioni Unite per i crimini commessi a Timor
est. Terrorismo islamico, il Paese è a maggioranza musulmana, e
tensioni comunitarie hanno spinto gran parte degli elettori a votare
per chi appoggia i militari, ritenuti i soli in grado di ristabilire
l’ordine. Sempre nel giorno della consultazione, a Papua, venti uomini
armati di coltelli, frecce e macete hanno attaccato un gruppo di
poliziotti, uccidendone uno. Non è chiaro se appartenevano al Movimento
Papua Libero (Opm) che combatte per l’indipendenza da quando
l’Indonesia prese il controllo della regione nel’63.