06/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Le elezioni piu' complicate al mondo. Tra conflitti, terrorismo, economia in crisi

Elezioni in IndonesiaLa consultazione si è svolta lunedì 5 aprile per scegliere i rappresentanti in Parlamento e al nuovo Consiglio regionale. E' stato il voto più complicato al mondo: 147 milioni di elettori, 660 milioni di schede stampate, 595mila cabine installate in 14mila isole. Un particolare, le schede erano grandi come fogli di giornale e perfino ripiegarle è stato difficilissimo. E’ la seconda volta che si va alle urne da quando, nel ’98, cadde la dittatura trentennale di Suharto, mentre tensioni comunitarie, movimenti separatisti, stagnazione economica e corruzione rendono difficile la vita alla giovane democrazia. Nell’estrema provincia settentrionale dell’Aceh, dove dal ’76 si consuma una guerra dimenticata, non sono mancati i disordini. “Alcuni uomini, sospettati di essere ribelli, hanno sparato contro un seggio e ucciso due civili.”, si leggeva sul quotidiano Jakarta Post. Nell’area i guerriglieri del Movimento Aceh Libero (Gam) combattono contro l’esercito nazionale (Tni) per l’indipendenza della regione. Alcuni uomini hanno aperto il fuoco dalle colline circostanti, colpendo due individui di guardia alle cabine elettorali. La polizia ha detto che potevano essere del Gam, ma nessuna dichiarazione può essere comprovata in una zona dove è vietato l’accesso ai giornalisti e alle organizzazioni umanitarie.

Le testimonianze sulla situazione in Aceh vengono per lo più dai migliaia di esuli, fuggiti nella vicina Malaysia su imbarcazioni di fortuna attraverso lo stretto di Malacca. Molte dichiarazioni sono state raccolte in un recente rapporto di Human Rights Watch (Hrw). Un ragazzo di diciannove anni racconta: “Chiediamo che i nostri villaggi siano sicuri. Vogliamo tornare a casa, rivedere le nostre famiglie. Nei nostri villaggi vorremmo trovare cibo e lavoro”. L’ultima offensiva militare nelle provincia settentrionale è iniziata il 19 marzo 2003, quando è fallito il cessate il fuoco proclamato sei mesi prima. Da allora il governo ha imposto la legge marziale. Si tratta dell’operazione di guerra più imponente dall’invasione indonesiana di Timor Est. In quell’occasione circa 30 mila soldati furono dispiegati per stanare la guerriglia di 5mila guerriglieri. Hrw sostiene che, dalla ripresa del conflitto (di fatto mai concluso), anche il rispetto dei diritti umani ha subito una drammatica involuzione. Sono aumentate le esecuzioni extragiudiziali, i rapimenti,le torture, gli arresti e le detenzioni arbitrarie. Inoltre non si contano le violenze sessuali e i saccheggi ad opera delle forze di sicurezza governative. La ripresa massiccia delle ostilità ha generato l’esodo di centinaia di civili perchè gli attacchi dell’esercito non risparmiano le zone abitate.

“Ogni giorno c’erano scontri tra l’esercito e i membri del Gam in tutta la provincia. Ero terrorizzato. Da casa mia sentivo gli spari. I miei amici sono stati picchiati o minacciati dai militari. Non potevo più vivere laggiù. Avevo troppa paura, spero di non tornarci mai, piuttosto preferisco morire”, dice un profugo. Moltissimi giovani, per lo più ragazzi, sono scappati in Malaysia proprio quando fu dichiarata la legge marziale. Il governo del vicino paese, nonostante gli appelli di Human Rights Watch, rifiuta però di concedere asilo politico, nonostante questi uomini siano fuggiti da una zona di guerra. “A marzo – racconta uno di loro - mi trovavo in Malaysia, ma a luglio sono stato rimpatriato. Allora un centinaio di poliziotti arrestarono cinquanta immigrati. Mi portarono via di notte, verso le due, mentre lavoravo al mercato del pesce. Alla stazione della polizia ci hanno domandato: “Appartenete al Gam? Chi siete?”. Solo in quattro provenivamo dall’Aceh, gli altri erano dell’isola di Giava. Abbiamo detto che eravamo arrivati lì in cerca di lavoro. Poi ci hanno caricati su un traghetto e portati a Dumai, in Indonesia. Qui ci hanno interrogati uno alla volta, chiedendoci di nuovo da dove venivamo. Chi, come me, disse “dall’Aceh settentrionale”, venne arrestato. Fui liberato grazie a un parente che lavorava nella polizia”.

Le persecuzioni delle forze indonesiane spesso colpiscono i famigliari di chi è scappato, quasi sempre donne, anziani e bambini. “Quando sono fuggito ho chiamato i miei genitori. Mi dissero che i poliziotti erano entrati in casa. Volevano i nomi di chi era andato via”, spiega un giovane. La presidente Megawati Sukarnoputri ha ripristinato nella regione settentrionale un controllo militare simile a quello attuato negli anni ’90, al tempo della dittatura di Suharto, facendo dislocare nell’ultimo anno 40-50mila effettivi tra unità locali, polizia e reparti speciali. Oltre al temperamento conservatore, diverse ragioni hanno convinto Megawati ad avvicinarsi ai militari, all’élite burocratica e al mondo degli affari che avevano sostenuto Suharto, autore del tragico colpo di stato nel quale era stato destituito suo padre, il presidente Sukarno.

Megawati non ha realizzato le riforme democratiche promesse all’inizio del mandato, inimicandosi gli ambienti più progressisti del suo partito, il PDI-P, e deludendo l’elettorato. Del malcontento generale ha approfittato il Golkar, vecchio partito di Suharto e del generale Wiranto, accusato dalle Nazioni Unite per i crimini commessi a Timor est. Terrorismo islamico, il Paese è a maggioranza musulmana, e tensioni comunitarie hanno spinto gran parte degli elettori a votare per chi appoggia i militari, ritenuti i soli in grado di ristabilire l’ordine. Sempre nel giorno della consultazione, a Papua, venti uomini armati di coltelli, frecce e macete hanno attaccato un gruppo di poliziotti, uccidendone uno. Non è chiaro se appartenevano al Movimento Papua Libero (Opm) che combatte per l’indipendenza da quando l’Indonesia prese il controllo della regione nel’63.

Francesca Lancini


 

Categoria: Elezioni
Luogo: Indonesia