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“Negli ultimi giorni non si sono verificati attacchi da parte dei
guerriglieri ceceni”. Con questo stringato comunicato il comando
militare dell’esercito russo nel Caucaso settentrionale conferma la
tenuta del cessate il fuoco unilaterale proclamato giovedì scorso dal
leader indipendentista ceceno Aslan Maskhadov e sottoscritto dal
famigerato Shamil Basayev.
La sospensione della quotidiane azioni di guerriglia da parte dei
ceceni è un’imbarazzante sorpresa per le autorità russe, che fin da
subito avevano bollato il cessate il fuoco come un bluff
propagandistico privo di conseguenze orchestrato da un leader che non
ha più il controllo della resistenza. Evidentemente non è così. Secondo
alcuni analisti russi sembra che qualcuno, al Cremlino, stia per la
prima volta prendendo in seria considerazione l’opportunità di cogliere
la palla al balzo, sfruttando questa occasione per porre fine a una
guerra senza uscita che sta dissanguando le casse dello Stato russo e
che rischia di estendersi alle altre repubbliche islamiche della Russia
caucasica.
Khanbiev nominato negoziatore. Questa è la speranza di Maskhadov, che
dal suo nascondiglio sulle montagne della Cecenia meridionale ha
scritto al quotidiano russo Komersant: “Ora, se al Cremlino
prevarrà la ragione, potremo finalmente porre fine a questa guerra
sedendoci attorno a un tavolo negoziale. Sennò, il sangue continuerà a
scorrere ancora per molto tempo, ma noi ceceni non potremmo più essere
ritenuti moralmente responsabili per la prosecuzione di questa pazzia”.
Per dimostrare che fa sul serio, Maskhadov ha annunciato anche la
nomina di un negoziatore ufficiale per cercare un accordo con i russi:
la scelta è caduta su Umar Khanbiev, ex
ministro della Sanità del governo indipendentista ceceno che Maskhadov
fu democraticamente chiamato a presiedere dal 1997 fino all’invasione
russa del ’99.
Le ragioni di Maskhadov. Sulla stampa russa continua intanto il
dibattito sulle ragioni che hanno spinto il leader indipendentista a
compiere questo “gesto di buona volontà”, come lui stesso lo ha
definito.
Secondo i sostenitori della guerra, la scelta di Maskhadov è stata
determinata dalle pesanti perdite subite dalla guerriglia in seguito
alle massicce offensive militari scatenate nelle ultime settimane
dai russi contro le roccaforti della ribellione sulle montagne del sud della
Cecenia. C’è addirittura chi mette in relazione la mossa del leader
ceceno con il ‘successo’ della nuova strategia anti-guerriglia
intrapresa dal Cremlino dopo Beslan: il rapimento dei familiari dei
capi indipendentisti. Otto parenti stretti di Maskhadov sono stati
rapiti all’inizio di dicembre: un colpo durissimo che avrebbe piegato
lo spirito combattivo del capo della resistenza. Ma questa connessione
è stata seccamente smentita proprio da Umar Khanbiev, intervistato
alcuni giorni fa dall’agenzia di stampa cecena Daymohk.
Basayev non sembra morto. C’è infine chi sostiene che tutto sarebbe
facilmente spiegabile se fosse vera la notizia della morte di Shamil
Basayev. “Basayev è una figura così fondamentale per la resistenza
cecena che la sua scomparsa potrebbe ben spiegare il tentativo di
Maskhadov di trovare rapidamente una via d’uscita alternativa alla resa
alle autorità russe”, ha commentato Taus Dzhabrailov, presidente del
Consiglio di Stato del governo ceceno filo-russo. Ma la notizia della
morte di Basayev sembra non convincere nessuno, nemmeno lo stesso
presidente ceceno Alu Alkhanov, che sarebbe il primo ad esultare se il
fatto fosse vero: “Non ho elementi per poter confermare questo fatto”,
ha invece dichiarato all’agenzia russa Ria Novosti.
Secondo
il sito Internet indipendentista Kavkaz Center Basayev è vivo e
vegeto e venerdì ha passato una bella serata in compagnia dei suoi
luogotenenti davanti alla televisione satellitare, godendosi la sua
intervista su Channel 4, mandata in onda dall’emittente britannica
nonostante le rabbiose proteste del Cremlino.
Manifestazione a Mosca. Intanto a Mosca i movimenti pacifisti russi
stanno organizzando una manifestazione contro la guerra in Cecenia per
il 23 febbraio, vale a dire il giorno successivo alla scadenza del
cessate il fuoco proclamato dai ceceni. Oltre che il giorno del 61esimo
anniversario dell’inizio della deportazione staliniana dei ceceni,
costata la vita a 480 mila persone.
L’attuale guerra ha già ucciso 200 mila ceceni: uno genocidio che ora Putin
ha la possibilità di fermare.
Enrico Piovesana