08/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un soldato Usa scappa in Canada per non tornare in Iraq: "Io non uccido innocenti"
Darrell AndersonLa prima volta che Darrell Anderson tornò in Kentucky in licenza dall’Iraq, lo scorso luglio, scherzava ed era felice di respirare nuovamente l’aria di casa. Era stato ferito in aprile e per questo aveva ricevuto un Purple Heart, il riconoscimento dell’esercito Usa ai feriti in battaglia, ma non aveva ancora perso la voglia di sorridere. Quando ritornò dai genitori per la licenza natalizia, il 22enne di Lexington era un uomo cambiato. “Non riusciva a dormire, aveva spesso degli incubi, si vedeva che era pensieroso”, dice la madre Anita. Alla fine Darrell si confidò con la madre, ma in testa sua sapeva già cosa fare: per non dover tornare in Iraq, sarebbe scappato in Canada. E così ha fatto.
 
Perché si è arruolato. La madre ricorda come Darrell non sia un tipo violento: “Quando era a scuola, se iniziava una rissa lui era sempre quello che cercava di tenere calmi gli altri”. Ma Darrell non è sempre stato contrario alla guerra. Come molti ragazzi americani, si arruolò nell’esercito dopo l’11 settembre per spirito patriottico e perché un buono stipendio gli serviva per andare al college e mantenere la figlia di 4 anni, nata da una vecchia relazione con una compagna di high school. “Quando sono stato mandato in Iraq, credevo di dover difendere il mio Paese. Poi ho scoperto che tutta la guerra era basata su bugie, e che io dovevo combattere per i soldi di qualcun altro”.
 
Un soldato statunitense tiene sotto tiro un iracheno durante una perquisizioneA un soffio dalla strage. In particolare, un episodio accaduto lo scorso aprile ha fatto cambiare idea a Darrell. Assieme ad altri soldati stava difendendo una stazione di polizia di Baghdad che era stata attaccata dagli insorti. Alcuni militari erano stati uccisi o feriti, e mentre lui teneva sotto tiro la strada un’automobile si avvicinò verso la sua postazione. “I miei compagni mi gridavano ‘spara, spara!’, ma io ero convinto che non ci fosse nessuna minaccia. Quando la macchina si fermò, vidi che dentro c’erano anche dei bambini e dissi ‘visto? E’ una famiglia, sono degli innocenti’, ma il mio superiore mi rispose a muso duro: ‘non mi interessa. La prossima volta spari’”.
 
Guerra di nervi. Per Darrell era troppo. “Ho visto i miei compagni – continua – venire spinti al punto in cui erano pronto a uccidere degli innocenti, e anch’io lo sono stato. Questi ragazzi sono in Iraq da più di un anno, le loro mogli e fidanzate li hanno lasciati, i loro migliori amici sono stati uccisi , sono stressati perché sanno che potrebbero morire ogni giorno anche loro. Arrivi al punto in cui sei così stressato che uccideresti chiunque pur di essere più sicuro di vivere. Come ha potuto il mio Paese metterci in questa situazione? Quando sono ritornato a casa a Natale, nessuna sapeva darmi una buona risposta”.
 
Un soldato americano durante un'operazione contro gli insortiIn buona compagnia. Invece di tornare alla base militare in Germania a cui era assegnato prima di essere spedito di nuovo in Iraq la prossima estate, Darrell ora vive a Toronto. Fa parte di quella decina di militari statunitensi scappati in Canada che sono difesi da Jeffry House, un avvocato che si sottrasse alla leva obbligatori ai tempi del Vietnam facendo la stessa scelta. Il destino di Darrell è ancora da definire. Quarant’anni fa il Canada accettava apertamente i disertori Usa, e più di 50mila giovani americani oltrepassarono il confine per non dover combattere in Vietnam, ma ora le regole sull’immigrazione sono più rigide e l’opinione pubblica canadese è divisa sul modo in cui trattare i disertori.
 
Lontano da casa o in carcere. Al momento, Darrell non può neanche cercare di tornare negli Usa: se lo facesse, finirebbe automaticamente in prigione. Non sa neanche se potrà costruirsi una vita in Canada, dipende da quello che deciderà Ottawa perché il problema dei disertori dagli Stati Uniti è in crescita. L’avvocato House sostiene di aver ricevuto domande da circa 200 soldati Usa interessati a scappare in Canada pur di non andare in Iraq.
 

Una scelta ponderata. Darrell comunque non è pentito, e di carcere non vuole sentir parlare: “Non passerei mai neanche un giorno in prigione come punizione per aver fatto la scelta giusta. Qualcuno crede che me la sia semplicemente fatta sotto, ma ho scelto di non tornare in Iraq dopo averci pensato in tutta calma. Ora credo troppo fermamente nella mia decisione per accettare di essere punito”. E mamma Anita approva: “Darrell è stato coraggioso. Come madre, non potrei essere più orgogliosa: ho cresciuto un ragazzo che in cuor suo ha deciso cosa era giusto e sbagliato, ed è andato avanti pur conoscendo le gravi conseguenze che questo avrebbe avuto sulla sua vita”. 

Alessandro Ursic

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