stampa
invia
La prima volta che Darrell Anderson tornò in Kentucky in licenza dall’Iraq, lo
scorso luglio, scherzava ed era felice di respirare nuovamente l’aria di casa.
Era stato ferito in aprile e per questo aveva ricevuto un Purple Heart, il riconoscimento dell’esercito Usa ai feriti in battaglia, ma non aveva ancora
perso la voglia di sorridere. Quando ritornò dai genitori per la licenza natalizia,
il 22enne di Lexington era un uomo cambiato. “Non riusciva a dormire, aveva spesso
degli incubi, si vedeva che era pensieroso”, dice la madre Anita. Alla fine Darrell
si confidò con la madre, ma in testa sua sapeva già cosa fare: per non dover tornare
in Iraq, sarebbe scappato in Canada. E così ha fatto.
A un soffio dalla strage. In particolare, un episodio accaduto lo scorso aprile ha fatto cambiare idea
a Darrell. Assieme ad altri soldati stava difendendo una stazione di polizia di
Baghdad che era stata attaccata dagli insorti. Alcuni militari erano stati uccisi
o feriti, e mentre lui teneva sotto tiro la strada un’automobile si avvicinò verso
la sua postazione. “I miei compagni mi gridavano ‘spara, spara!’, ma io ero convinto
che non ci fosse nessuna minaccia. Quando la macchina si fermò, vidi che dentro
c’erano anche dei bambini e dissi ‘visto? E’ una famiglia, sono degli innocenti’,
ma il mio superiore mi rispose a muso duro: ‘non mi interessa. La prossima volta
spari’”.
In buona compagnia. Invece di tornare alla base militare in Germania a cui era assegnato prima di
essere spedito di nuovo in Iraq la prossima estate, Darrell ora vive a Toronto.
Fa parte di quella decina di militari statunitensi scappati in Canada che sono
difesi da Jeffry House, un avvocato che si sottrasse alla leva obbligatori ai
tempi del Vietnam facendo la stessa scelta. Il destino di Darrell è ancora da
definire. Quarant’anni fa il Canada accettava apertamente i disertori Usa, e più
di 50mila giovani americani oltrepassarono il confine per non dover combattere
in Vietnam, ma ora le regole sull’immigrazione sono più rigide e l’opinione pubblica
canadese è divisa sul modo in cui trattare i disertori.Una scelta ponderata. Darrell comunque non è pentito, e di carcere non vuole sentir parlare: “Non passerei mai neanche un giorno in prigione come punizione per aver fatto la scelta giusta. Qualcuno crede che me la sia semplicemente fatta sotto, ma ho scelto di non tornare in Iraq dopo averci pensato in tutta calma. Ora credo troppo fermamente nella mia decisione per accettare di essere punito”. E mamma Anita approva: “Darrell è stato coraggioso. Come madre, non potrei essere più orgogliosa: ho cresciuto un ragazzo che in cuor suo ha deciso cosa era giusto e sbagliato, ed è andato avanti pur conoscendo le gravi conseguenze che questo avrebbe avuto sulla sua vita”.
Alessandro Ursic