
L’ultimo dinosauro della politica africana si è spento lo scorso sabato mattina,
lasciando il suo Paese in un caos politico-istituzionale che negli ultimi giorni
ha riempito le pagine dei giornali africani. A 69 anni, più della metà dei quali
spesi a governare il Togo sotto il suo pugno di ferro, Gnassibe Eyadema è morto
su un volo diretto in Francia, dove lo stavano trasportando per sottoporlo ad
alcune cure mediche d’emergenza.
Subito dopo la sua morte il figlio, Faure Gnassibe, ha lasciato il ministero
delle Comunicazioni di cui era a capo per diventare nuovo presidente della repubblica
togolese. Lo hanno appoggiato alcuni quadri alti dell'esercito.
Una mossa non prevista dalla costituzione del piccolo Paese dell’Africa occidentale,
secondo la quale la presidenza sarebbe spettata all'attuale capo del Parlamento,
Natchaba Ouattara, che nei giorni scorsi era dato per assente.
Il gesto ha fatto infuriare i membri dell’opposizione e della comunità africana
e internazionale, che hanno gridato al colpo di stato.
Un affare di famiglia. Ciò nonostante, il parlamento ha votato il trentanovenne Faure alla presidenza
fino al 2008.
Il dittatore più longevo d’Africa ha dunque lasciato il posto al presidente più
giovane del continente, consegnandogli un Paese che a questo punto assomiglia
di più a un feudo a conduzione familiare.
Poco conosciuto internazionalmente, il Togo è stato in mano a Eyadema dal 1967,
anno in cui il militare nato in una famiglia rurale conquistò il potere con un
colpo di stato. Dopo quella brusca salita al potere, Eyadema ci ha messo ben 24
anni a legalizzare i partiti politici e alti tre per indire le elezioni, che ha
sempre vinto. Comprese quelle del 1998, quando un’indagine rivelò che gli abusi,
i brogli e le violazioni dei diritti umani erano stati molto frequenti prima e
durante le elezioni. Ora il defunto padre-padrone del Togo ha abbandonato il club
dei presidenti-dittatori più longevi del continente nero, di cui Robert Mugabe
(Zimbabwe) Ould Sid Ahmed Taya (Mauritania), Denis Sasso-Nguesso (Congo), Lansana
Contè (Guinea Conakry) e Mswati III (Swaziland) sono ancora membri.
La denuncia. Il colpo di mano di Faure, avvenuto in un Paese sotto shock per la morte di
quello che molti consideravano il padre della patria, è stato denunciato dall’Unione
Africana, che per voce del suo segretario, il maliano Alpha Oumar Konare, ha parlato
di golpe.
Insieme a lui anche la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale
(Ecowas) e l’Unione Europea hanno intimato il giovane rampollo della dinastia
Gnassigbe di non rendersi protagonista dell’ennesimo putsch, pena forti sanzioni.
Opposizione ed esuli in fermento. Faure e l’esercito per tutta risposta hanno chiuso le frontiere e fatto orecchie
da mercante. Secondo alcune testimonianze raccolte dall’agenzia Agence France
Presse, il nuovo governo avrebbe proibito qualsiasi tipo di manifestazione nella
capitale Lomé per i prossimi due mesi per lutto nazionale.
L’opposizione togolese non ha aspettato a mobilitarsi per condannare la violazione
della costituzione da parte di Faure Gnassibe. A Parigi, lunedì 7 febbraio, alle
ore 18, alcuni esuli del Comite Togolais de Resistance (Ctr) hanno indetto una
manifestazione davanti all’ambasciata del Togo in segno di protesta al grido di
Ablode Gbadza!!! (“La lotta continua”, in lingua Anivè).
"Saremo circa 250 persone provenienti da tutte le città della Francia", ha detto
poco fa al telefono da Parigi Isidor Latzoo, esule e presidente del Ctr. Isidor
racconta di essere fuggito dal Togo negli anni Settanta, poco tempo dopo la salita
al potere di Eyadema, che ne aveva ordinato la carcerazione e la tortura. "Sono
una vittima di quel regime, come molti altri, qui in Europa e nella diaspora togolese
– ha continuato Latzoo – alcuni tra noi sono stati condannati a morte e costretti
a fuggire. Ora vogliamo denunciare quello che è accaduto nei giorni scorsi. Si
tratta di un vero e proprio colpo di stato. La comunità internazionale non può
stare a guardare".
"Questa mattina la polizia ha fatto sgombrare il campus universitario dove gli
studenti si erano riuniti a protestare", testimonia Jean, un dissidente raggiunto
telefonicamente a Lomé. "Conosciamo bene la ferocia di Eyadema, ma sappiamo poco
o nulla del figlio, per cui non possiamo ancora giudicarlo. Tuttavia quello che
ha fatto è anti-costituzionale. Come membri dell'opposizione continueremo la nostra
battaglia per uno stato di diritto. Ma lo faremo in modo discreto. Qui le carceri
sono piene di dissidenti ed è meglio non alzare troppo la voce, se non si vuole
finire male".