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Esplosioni tra i civili, stazioni della polizia depredate, scuole
bruciate. Dall’inizio dell’anno a oggi il sud della Thailandia è stato
colpito da un’escalation di violenze che hanno ucciso finora più di 50
persone. L’ultimo episodio è avvenuto nel fine settimana. Sabato scorso
una bomba, nascosta su di una motocicletta, è esplosa al tramonto
davanti a un karaoke di Sungai Kolok, località turistica in riva
all’omonimo fiume frequentata in gran parte da malesiani. Erano le
19.30 di una calda giornata di primavera e i vacanzieri indugiavano
all’aperto. La deflagrazione ha causato 28 feriti: venti donne e otto
uomini, tra cui cinque turisti venuti dalla vicina Malaysia.
Il 23 marzo scorso un altro attentato dinamitardo aveva colpito una
toilette nei pressi dell'edificio in cui i ministri della Difesa e
degli Interni stavano incontrando alcuni funzionari locali. Ma il fatto
più grave è stato quello del 4 gennaio 2004, quando 30 uomini armati
assalirono un deposito dell’esercito nella provincia meridionale del
Narathiwat. In 24 ore quattro soldati vennero uccisi e una serie di
incendi furono appiccati nella zona. Le fiamme disintegrarono 18 scuole
e il governo decise di imporre la legge marziale in tutto il sud
(province di Narathiwat, Yala e Pattani).
Nonostante nessuno di questi attacchi sia stato rivendicato, le
autorità centrali continuano a incolpare alcuni membri della comunità
islamica. In realtà le ragioni delle tensioni sono più profonde. Nel
sud si concentra la minoranza musulmana (4 per cento di una popolazione
per il 94 per cento buddista) e il 70 per cento degli abitanti vivono
sotto la soglia di povertà. All’estremo confine con la Malaysia “le
genti musulmane subiscono delle pressioni dal governo buddhista. Alcuni
leader religiosi e maestri islamici sono stati incarcerati per
terrorismo senza alcuna prova. Gli arresti sono iniziati già un anno
fa”, racconta un operatore turistico nel Paese. Gruppi islamici
indipendentisti, in realtà, erano attivi tra gli anni ’70 e gli ’80.
Tra i sospettati degli ultimi tempi c’è anche un parlamentare di
religione musulmana, Najamudin Umar, del partito del primo ministro e
magnate delle telecomunicazioni Thaksin Shinawatra.
Intanto, il The Nation, il quotidiano più diffuso nella capitale
Bangkog, ha diffuso ieri la notizia che negli ultimi tre mesi sono
stati abbandonati 22 templi buddisti. Il terrore è cresciuto tra i
monaci, di cui tre sono stati massacrati nelle ultime settimane. Ma
Udom Charoen, direttore del National Buddhism Bureau, ci tiene a
sottolineare che “non si tratta di uno scontro tra comunità musulmana e
buddista” e condanna chi parla di “conflitto di religione”. Lo stesso
clima di paura si è diffuso tra studenti e insegnanti che per molti
giorni si sono rifiutati di riprendere le lezioni.
Gli ultimi eventi, però, non fanno ben sperare per il futuro. Fonti dei
servizi segreti dichiarano: “La violenza continuerà. Ci aspettiamo un
attentato più grande proprio questa settimana, in seguito all’arresto
di nove persone accusate di aver preso parte all’incursione di gennaio
nella base militare”. Il governo, di nuovo in allarme, ieri ha valutato
un piano in sei punti che considera la sospensione della legge
marziale. In questo modo Bangkog verrebbe incontro alle istanze
sollevate dai leader musulmani del sud, dove il malcontento verso il
governo sta crescendo. Per l’emergenza, il premier Shinawatra ha
sospeso un viaggio in sei Paesi europei e si prepara a visitare la
regione. Il Bangkog Post, il quotidiano più diffuso in Thailandia,
riporta che l’esplosione di venerdì “segna un cambio di direzione. Gli
attentatori finora non si erano accaniti contro civili, ma avevano
ucciso per lo più poliziotti e soldati”.
Intanto sulla cittadina di Slungai Kolok è calata la sera. Giovani
prostitute popolano le vie. Hanno i tratti orientali, molte vengono da
Russia e Cina. Questo è un altro aspetto del degrado di questo sud
emarginato. Di qui, come nel resto del Paese, passano il traffico di
droga e ogni tipo di contrabbando. Sempre ieri il Bangkog Post
segnalava il sequestro di 64mila anfetamine nella provincia di Krabi. E
alla lotta alla droga le autorità thailandesi stanno dedicando gran
parte delle loro energie. I ministeri della Salute pubblica e degli
Interni tailandesi hanno dato l’ordine di eliminare gli spacciatori
(secondo fonti locali sarebbero state uccise circa 3mila persone) e di
deportare i tossicodipendenti nei cosiddetti detox camp, campi di
disintossicazione più simili a carceri di massima sicurezza.