15/11/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Venticinque storie dal Paese più giovane d'Europa

di Giulia Bondi e Anna Maria Selini


Sandali sportivi calpestano le strade polverose di Pristina. Poche donne kosovare sarebbero a proprio agio indossandoli. Gli altri piedi scavalcano voragini, evitano cartacce, zigzagano tra le lastre di pietra di via Madre Teresa comodamente calzati in tacchi a spillo vertiginosi. I nostri hanno scarpe sportive e rasoterra. Straniere e riconoscibili, ma accolte quasi ovunque come figlie o sorelle, in tre settimane di viaggio su e giù per il Kosovo abbiamo ascoltato decine di voci, soprattutto giovani e donne, del paese più giovane d'Europa, l'ultimo nato dalla dissoluzione dei Balcani dopo i sanguinosi conflitti degli anni Novanta, ancora occupato dalla Missione ad interim delle Nazioni Unite, Unmik. Un mosaico pieno di contraddizioni e memorie divise, che abbiamo cercato di raccontare in un piccolo vademecum: 25 frammenti per il Kosovo dalla A alla Z

la prima parte dell'Alfabeto kosovaro, dalla A alla G

 

foto di giulia bondiH come How much
Viene da chiedersi come faccia a vivere, la gente. Con i soldi dei parenti all'estero, rispondono in tanti. Con i soldi dei traffici illeciti, si legge su Limes. Certamente, consumando poco. Frutta e verdura di stagione, automobili scassate, case senza intonaco. Ma tutto il resto, i miniabiti in acrilico in vendita nei negozietti, i prodotti di importazione nei supermercati? In Kosovo, tutto è d'importazione. Quando si chiede How much, quanto costa, si scoprono prezzi non troppo diversi da quelli italiani ed europei in genere. I salari però, sono a livelli poco più che africani. Per chi ha un lavoro, naturalmente, perché la disoccupazione pare superi il 60 o il 70%, a seconda delle stime. Poi ci sono i matrimoni da 20 mila euro, le famiglie che si indebitano per non fare brutta figura davanti agli zii d'America o di Germania, tornati in patria per l'estate. I cellulari modernissimi nelle mani dei ragazzini. I negozi ricolmi di coloratissimi cd che poi, quando li apri, sono tutti masterizzati. Le donne rom che chiedono l'elemosina, un giovane mendicante che geme per otto ore al giorno davanti al Grand Hotel di Pristina. L'inaugurazione della nuova concessionaria Porsche e le marche italiane che spopolano nei grandi centri commerciali. Italiano è sinonimo di qualità, di paese amico del Kosovo, tra i primi a riconoscerlo. Gli albanesi ringraziano, i serbi ironizzano: "anche se ci avete bombardato, sedetevi da noi per un caffè". E sulla strada per l'aeroporto di Pristina, un noto ristorante porta il nome di Aviano in onore della nostra base americana.


foto di giulia bondiI come Ilire, diario di guerra
"Essere tu il personaggio è diverso", racconta Ilire Zajmi Rugova, giornalista, scrittrice e corrispondente dal Kosovo per l'Ansa. Il suo compagno, Veton Rugova, è nipote dell'ex presidente Ibrahim Rugova, l'intellettuale leader del movimento che negli anni '90 cercò di opporsi pacificamente al regime di Milosevic, chiedendo agli albanesi kosovari disobbedienza civile verso tutte le istituzioni dell'allora provincia autonoma jugoslava, e organizzando un sistema parallelo di scuole, ospedali e servizi grazie ai finanziamenti dei connazionali espatriati. Con Veton, Ilire ha condiviso l'esperienza della guerra e il viaggio verso il campo profughi di Blace, in Macedonia. "Abbiamo persino dovuto pagare il biglietto per la pulizia etnica", ricorda Ilire. Beviamo caffè e acqua minerale slovena al bar nel giardino di Rtk, la televisione che Ilire stessa ha contribuito a fondare, in una via centrale di Pristina. Fuori dal cancello di metallo, dietro le vetrine dei negozi, sorridono manichini con chiassosi abiti da sposa in poliestere. Sui ciottoli della strada si affastellano bancarelle di frutta, verdura, t-shirt e bandierine. Ilire e Marco Guidi, il giornalista che ci accompagna nei primi giorni di viaggio, ricordano i giorni di giugno del '99 quando la Nato entrò nel paese. Nelle parole di Marco scorre l'adrenalina dell'inviato di guerra, nello sguardo determinato di Ilire e nelle sue parole chiare traspare appena l'emozione di ricordi dolorosi. "Il Kosovo - sostiene - è la vittoria dei giornalisti e della grande visibilità che hanno saputo dare alla nostra tragedia". Per lei, il bisogno di raccontare è stato più forte del dolore. Anche dal campo profughi scriveva e pubblicava il suo diario di guerra. Gli amici giornalisti italiani organizzarono per lei e i familiari un trasferimento in Italia, ma dopo solo pochi giorni Ilire sentì il bisogno di tornare in Kosovo, a scrivere e mostrare le storie del suo popolo. "L'arrivo della Nato ci ha salvati - dice - e anche oggi la presenza dei contingenti Kfor è fondamentale per tentare di combattere il crimine". Secondo Ilire però, gli internazionali oggi sono anche parte in causa in uno dei più gravi problemi del Kosovo, i traffici, soprattutto quello di donne da avviare alla prostituzione. "E quando si tratta di affari - spiega - i criminali albanesi e serbi vanno sempre d'amore e d'accordo, negli anni delle guerre come adesso".


foto di giulia bondiJ come Jo Negociata
"No ai negoziati, Autodeterminazione". Significano questo le scritte "Jo negociata" che tappezzano i muri delle città kosovare. È solo una delle campagne "virali" con cui gli attivisti del movimento Vetevendosje cercano di sensibilizzare la popolazione kosovara sulla corruzione dei propri governanti e la natura antidemocratica della presenza internazionale. "Gli internazionali vorrebbero portarci la democrazia stando al di sopra della legge - spiega Fatime, 27 anni, che ha passato l'adolescenza in Germania ed è rientrata in Kosovo nel 2000: - è come picchiare un bambino per insegnargli la non violenza. Insistono sulla questione etnica per tenere divisa la gente. Serbi e albanesi, invece, dovrebbero lottare insieme per un paese più giusto". Del movimento però non fanno parte giovani serbi, che sono meno del 10% della popolazione. Fatime racconta del febbraio 2007, quando la polizia Onu uccise due manifestanti: "noi avevamo megafoni, loro proiettili". Le prime azioni del movimento risalgono al '99, subito dopo la fine del conflitto serbo-albanese e l'ingresso delle truppe Nato. Nove anni dopo, il Kosovo si è dichiarato unilateralmente indipendente. Molti paesi Onu non lo riconoscono e 77 hanno approvato la mozione della Serbia per portare il caso alla Corte internazionale di giustizia. Sul territorio ci sono ancora Nato, missione Unmik delle Nazioni Unite e funzionari europei di Eulex. Vetevendosje continua con le azioni: cartelli coi volti dei parlamentari e la scritta "wanted", necrologi della risoluzione Onu 1244, quella che autorizzò - a posteriori - i bombardamenti Nato sulla Serbia di Milosevic, pur riconoscendone la sovranità sul Kosovo. Graffiti sui muri recitano "EU= idiot" e sui cassonetti d'immondizia c'è il nome di Ahtisaari, il mediatore finlandese che ha condotto le trattative post conflitto e vinto il Nobel per la Pace 2008.


foto di anna maria selliniK come Kanun, la legge tradizionale
Sono passati sei secoli da quando il principe Lek Dukagjini codificò nel Kanun le norme tradizionali che regolavano la società albanese. Tramandato fino ad allora in forma orale, il Kanun fu trascritto all'inizio del Novecento e anche oggi, tra telefonini e manifesti pubblicitari, continua ad esercitare la sua influenza soprattutto nei villaggi del Kosovo rurale. Il sistema si basa sul clan, la famiglia allargata di tipo patriarcale, sulla difesa dell'onore dei membri dagli attacchi esterni e sul rispetto a ogni costo della parola data. Ci sono villaggi abitati quasi esclusivamente da vedove, e non soltanto a causa della guerra ma anche per l'obbligo di vendetta: chi vede uccidere un proprio familiare deve continuare la faida sui parenti maschi dell'assassino fino al terzo grado. La popolazione kosovara è fatta per oltre metà da giovani sotto i 25 anni e i cambiamenti avanzano in fretta, ma per alcuni strati sociali liberarsi dalla tradizione è più difficile. Nel villaggio di Vitina, vicino al confine con la Macedonia, la chiesa cattolica è riuscita a spezzare in parte una dolorosa catena di vessazioni il cui anello debole erano le donne. Il Kanun prevede infatti che una donna rimasta vedova venga allontanata dalla casa del marito, lasciando ai suoceri gli eventuali figli. "In questo modo, i bambini rimanevano orfani due volte", spiega il parroco don Lush Gjergji, che con anni di tenace dialogo, offrendo alle vedove un sostegno economico, è riuscito a convincere molte famiglie ad abbandonare la crudele tradizione. Al posto del Kanun, oggi in Kosovo è in vigore un'avanzata costituzione, ma i tempi delle culture, si sa, sono più lunghi di quelli della politica. La centralità del clan è la cifra, ma anche un po' la forza, della società kosovara, in cui è normale che un fratello o una sorella emigrati si facciano carico di mantenere anche una decina di persone della famiglia d'origine. "Il Kanun è ancora presente in tutto - commenta la ricercatrice femminista Viollca Krasniqi: - nel modo in cui si fanno gli affari, nei discorsi dei politici, perfino nel modo di salutarsi".


foto di giulia bondiL come Lazar, il mito
Un'attrice in abiti medievali declama un canto epico, incita i connazionali a cacciare lo straniero dalla propria terra sacra. Suore vestite di nero scattano foto con modernissime Nikon. Sacerdoti incartapecoriti agitano incensi, politici sudati depongono corone di fiori. Siamo a Gazimestan, 30 chilometri circa da Pristina. In un luogo qui vicino, detto Campo dei Merli, nel 1389 l'esercito serbo fu sconfitto dai turchi in un'epica battaglia. Esattamente seicento anni dopo, un celeberrimo discorso di Slobodan Milosevic segnò l'inizio della fine della Jugoslavia. È Vidovdan, giorno di San Vito e anniversario della battaglia. Per la prima volta, la festa si celebra nel Kosovo indipendente. Un gruppo di venti persone è arrivato a piedi da Belgrado dopo 15 giorni di cammino. Pullman sono arrivati da Mitrovica, tante famiglie sono in gita con le proprie auto, pellegrini, vecchi e bambini. I soldati irlandesi che presidiano il monumento tengono d'occhio tutti, fotografandoli con teleobiettivi potentissimi. Il comandante è molto gentile, organizza i tanti giornalisti presenti, proibisce solo di fotografare mezzi e installazioni militari. Le emozioni dei presenti, un migliaio di persone, vanno dal religioso al nazionalista. "Siamo venuti qui per dimostrare che il Kosovo non è un paese indipendente", spiega Dane, 20 anni, arrivato da Novi Sad con i compagni del movimento Obraz, vicino a posizioni neonaziste. "Il Kosovo è Serbia, ci è stato tolto con la violenza e siamo pronti a riprendercelo con le armi". Ci tiene a sottolineare che lui e i suoi amici sono giovani e forti. Ma come, gli chiediamo, non credi che ormai sia tempo di pace? "Questa non è pace", risponde sicuro: "dove sono i diritti umani? La gente delle enclave non può uscire di casa, non è libera nel proprio paese. Questa è ancora una guerra". Obraz significa onore. C'è chi indossa magliette "101% serbo", chi si è tatuato sul braccio un eroe medievale, chi ha la scritta "libertà o morte" sopra il basco nero. Questi giovani non rappresentano tutta la Serbia, ma certo ne incarnano il mito, gli sconfitti dalla storia che rimangono indomabili, come Lazar, il condottiero di Campo dei Merli. L'effigie di Lazar, che durante la celebrazione sarà interpretato da un attore invasato vestito di pesanti velluti, ci accompagna fin dal mattino, mentre saliamo tra i campi di grano alla collina di Gazimestan. Troneggia sulle bottiglie di domacja rakjia, la grappa fatta in casa che Jovan, intraprendente cinquantenne di Gracanica, ha disposto in bella mostra sul cofano della sua Renault scassata, per allettare gli acquirenti con un mix imperdibile di alcol e nazionalismo. Forse è proprio lui l'unico vincitore della giornata.



foto di giulia bondiM come Marthe, la nonna di Videja
Marthe è rughe e pelle bruciata. La vocina di una strega, non c'è grasso sul suo corpo. Vedendo la casa di questa 86enne, nel villaggio di Videja-Vidanje, non si fatica a credere alla Banca mondiale, secondo la quale il 40% dei kosovari vivrebbe con meno di due dollari al giorno. "Sono 66 anni che abito qui. Siamo nelle mani di Dio - dice mostrando le quattro pareti d'argilla, pronte a sbriciolarsi da un momento all'altro, dentro le quali vive con figlio nuora e nipoti. "Non abbiamo terra, solo qualche pollo, e la guerra del ‘99 ha peggiorato la situazione. Alle donne serbe, scherzando, dico che dovrebbero ricostruirmi la casa".
Ironia così simile alla verità. In questo villaggio, vicino alla città di Klina, zona occidentale del Kosovo, alcuni serbi sono ritornati e le loro abitazioni in parte sono state ricostruite con il contributo dell'Amministrazione. Di fronte alla casa di Marthe, al di là della piccola strada sterrata, i vicini serbi salutano sorseggiando una bibita sotto il portico della villetta a due piani.
"Durante la guerra noi abbiamo protetto gli albanesi - ricorda Milorad Sarkovich, responsabile (serbo) dell'ufficio rientri del Comune di Klina - mentre loro, a scontri terminati, hanno distrutto le nostre case. Noi li perdoniamo, ma non dimentichiamo". Questo Marthe lo sa, ma la guerra rende ancora più povero chi già lo era . "I miei figli sono scappati in Croazia per mangiare - racconta a sua volta - e solo alcuni sono tornati". Tra di loro sua nipote, una ragazzina silenziosa e magrissima, cresciuta lontano da qui. Da quando ha fatto ritorno in Kosovo non ha mai parlato in albanese, la lingua delle sua famiglia. Lo capisce e conosce, ma preferisce il serbo-croato. Come se dal '99 non fosse mai tornata a casa.


foto di anna maria selliniN come Newborn, il neonato d'Europa
In una delle piazze principali di Pristina, proprio di fronte al quartier generale dell'Unmik (la missione Onu che amministra il Kosovo), campeggia un'enorme scultura metallica. E' una scritta tridimensionale, costituita da grandi lettere gialle alte circa 3 metri, che recita "Newborn": neonato.
Il 17 febbraio scorso, quando il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia, il Newborn è stato scoperto e ripreso dalle televisioni di tutto il mondo, davanti a migliaia di albanesi festanti, mentre il premier Hashim Thaci vi apponeva per primo la propria firma.
A ideare, in soli dieci giorni, la prima campagna per la nascita di un paese, è stata una squadra di giovani creativi di un'agenzia pubblicitaria locale, affiliata a una grande multinazionale della comunicazione. Gli stessi che nel 1999 vendevano a Londra, per finanziare l'Uck (l'esercito di liberazione del Kosovo) le t-shirt "Nato air: just do it".
Oggi chiunque arrivi a Pristina, la capitale, lascia un segno del proprio passaggio sulla scultura, che meglio di ogni altro simbolo rappresenta il "neonato" d'Europa.


foto di giulia bondiO come 049
L'indipendenza passa anche attraverso un numero. O meglio un prefisso telefonico internazionale, che contraddistingue ogni Stato e che ancora il Kosovo non si è visto assegnare. Akan Ismaili è il giovane manager di Ipko, la compagnia di telecomunicazioni che, con il prefisso 049, ha rivoluzionato il mercato kosovaro abbassando drasticamente le tariffe. "Per chiamare internamente usiamo 049 o 044 per i cellulari, più i vari prefissi locali per i fissi - spiega Akan - ma per chi ci chiama dall'estero ci sono ben tre diversi prefissi internazionali: quello serbo, quello sloveno oppure quello del principato di Monaco".
Ismaili confessa che il suo modello ispiratore è Steve Jobs, il fondatore di Apple, e spera di emularne il successo grazie a un sistema di servizi integrati tra cellulare, tv via cavo, internet e voice over ip. La sua compagnia, nata come iniziativa non profit per portare internet gratis ad associazioni e cittadini, è cresciuta negli anni con l'ingresso di capitali sloveni ed è arrivata a fatturare 6 milioni di euro nei primi 4 mesi del 2008. "Il mercato della telefonia cellulare prima era un monopolio - racconta Akan - e grazie a noi i prezzi sono scesi rendendo il telefonino accessibile a molte più persone". Come il suo guru Jobs, anche Ismaili non colleziona solo successi. La Commissione sull'indipendenza dei media del Kosovo ha sanzionato Ipko e altri 5 gestori della tv via cavo per avere rubato il segnale da un satellite, diffondendo canali come Cnn e National Geographic senza pagare i diritti.


foto di giulia bondiP come Pristina, la capitale
Inutile chiedere un'indicazione stradale a Pristina. Qui, le vie, i governi, la storia, cambiano troppo in fretta e la gente ha rinunciato a ricordare i nomi delle strade e delle piazze.
Meglio affidarsi a punti di riferimento come grandi negozi, ristoranti o sedi delle organizzazioni internazionali, che con poca discrezione hanno occupato il centro della città.
Benvenuti a Prishtina (in albanese) o Pristine (in serbo), si legge avvicinandosi alla capitale del Kosovo, anche se qui di serbi se ne incontrano pochi.
A ribadire la (costituzionale) parità delle etnie che compongono il mosaico kosovaro (albanesi, serbi, rom, turchi, gorani e bosniaci) c'è anche la nuova bandiera. Troppo simile a quella dell'Unione europea e per questo poco amata, comincia a fare timidamente la sua comparsa accanto all'onnipresente aquila a due teste albanese.
Nelle vie grigie e trafficate, ai freddi palazzoni della vecchia Jugoslavia, si alternano moderni grattacieli di cristallo, nuovi status symbol di modello occidentale, come gli shopping center, le catene d'abbigliamento e le concessionarie d'auto di lusso, aperti a tutti ma accessibili a pochi.
Lungo la centralissima via Madre Teresa, le bancarelle di libri, intanto, resistono allo scorrere del tempo e della crisi aumentando l'offerta di testi di seconda mano. "Gli internazionali - racconta un libraio che qualche mese fa ha dovuto chiudere il suo negozio - non sono interessati ai nostri libri e alla nostra cultura e i kosovari devono pensare a mangiare".
Il fascino di Pristina è racchiuso nel piccolo cuore antico, attorno alla moschea vecchia, tra piccoli forni che vendono burek, il pane tradizionale, e negozi femminili alla moda saudita. Da queste parti può capitare di vedere una moschea sorgere sopra un supermarket, dove, inutile dirlo, è rigorosamente vietata la vendita di alcolici. E anche qui, tra i generatori elettrici, di cui sono dotati tutti gli esercizi commerciali, si moltiplicano gli Internet point.
Pristina ama l'America che l'ha liberata: su un palazzo campeggia la gigantografia di Bill Clinton, gli Hillary's bar si incontrano ad ogni angolo e la sera i ragazzi riempiono i pub, mischiandosi ai cosiddetti "internazionali", presenti ormai dal '99. Grazie a loro, il costo degli affitti e della vita ha raggiunto i livelli di una capitale europea, senza che gli stipendi abbiano fatto lo stesso.

Parole chiave: serbia, kosovo, pristina
Categoria: Diritti, Donne, Guerra, Politica, Storia
Luogo: Serbia
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