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Una signora di colore con lo sguardo incollato allo schermo gigante montato nel pieno centro di Harlem, il nome di Barack Obama scolpito su dei grossi cubi di ghiaccio, un coro improvvisato all'angolo di una strada in un elegante quartiere di Manhattan, un edicolante rimasto senza copie del New York Times alle 9 di mercoledì mattina, la metà delle persone che ho incrociato con una spilletta di Obama sulla giacca.
Sono alcune delle fotografie rimaste nella mia testa per tutti questi giorni. Immagini che raccontano, ognuna a modo suo, l'America che volta pagina, e che inizia a scrivere un nuovo capitolo della sua storia. E scrivere mi sembra proprio il termine giusto. La gente è contenta, anche chi non si definisce democratico, e in parte anche quelli che Obama non l'hanno votato. Sono contenti perché incuriositi, stimolati, attratti dall'idea di cambiamento. Change. La stessa parola che è stata stampata su centinaia di migliaia di magliette e di manifesti, insieme alla faccia del futuro presidente americano in rosso e blu.
Scrivere perché il futuro è tutto da inventare, da studiare. Nessuno sa come sarà questo nuovo capitolo. Nessuno è in grado di prevedere che cosa riuscirà a fare il signor Barack Obama. La novità è profonda, e per leggerla e interpretarla mancano ancora le categorie.
L'idea è quella di un esperimento collettivo, anche se il tempo, visti i problemi (dall'economia alle guerre in Iraq e Afghanistan) è molto poco.
Il giorno dopo le elezioni una radio autorevole, come National Public Radio, ha chiesto ai suoi ascoltatori di provare a definire questo momento. Un esperimento curioso, che ha prodotto, tra le altre cose, l'idea di un nuovo tipo di patriottismo, un "patriottismo progressista". Gli americani rimangono molto legati al loro paese e alla loro bandiera, a prescindere dal loro colore politico. Anzi, Barack Obama ha unito ancora di più il paese, lo ha compattato dietro di sé, ha colmato i vuoti che c'erano tra le diverse comunità e le diverse fazioni politiche. Ma ad unire il paese, adesso, c'è appunto l'idea di qualcosa di nuovo, non più la paura di un nemico piuttosto fumoso, come il terrorismo dell'era Bush ormai al tramonto.Ecco spiegate, mi verrebbe da dire, tutte quelle bandiere americane che sono comparse in questi giorni alle finestre, sui vetri delle macchine, davanti alle porte di casa. "Per la prima volta - raccontava durante la trasmissione di National Public Radio una signora, che per di più non aveva mai votato per i democratici - per la prima volta sono orgogliosa del mio paese. Per noi europei, abituati ad un nazionalismo proveniente dal centro dello stato piuttosto pericoloso, suona un po' strano. Ma è così.
Osservando tutto questo viene però spontanea una domanda.
Il nuovo presidente sarà capace di tradurre l'energia positiva in politiche concrete? Sarà in grado di cambiare sul serio la vita degli americani?Non solo. La vittoria di Barack Obama è stata festeggiata anche in molti altri paesi. Ma il futuro presidente avrà la forza e la volonta di ammorbidire l'aggressiva politica estera degli Stati Uniti? La gente ci crede. Un po' perché peggio di così - dicono - non si può andare. Un po' - penso io - perchè la speranza è così alta da alimentare senza problemi l'ottimismo ancora per parecchio tempo. E in tutto questo il colore della pelle di Barack che peso ha?
Ovviamente ne ha parecchio. Anche se qualcuno mi ha fatto notare, giustamente, che nessun altro politico nero era mai riuscito ad avere lo stesso successo. Ma molti neri, almeno qui a New York, mi hanno anche detto esplicitamente che per loro non si tratta di una rivincita, di una rivoluzione. A loro piace l'idea di novità, non il fatto che Obama sia di colore. Me lo ha raccontato una ragazza di 18 anni, e me lo ha confermato un signore di 80 anni che ricordo ancora. Una camicia bianca piuttosto consumata, dei pantaloni marroni di velluto e delle bretelle azzurre. "Ho voglia di guardare solamente in avanti. Obama e i nostri giovani possono fare grandi cose".
La notte della vittoria di Obama, per le strade di Harlem, il quartiere simbolo della comunità afro-americana di New York e degli Stati Uniti, il tema dei pregiudizi razziali è però venuto a galla, quasi a ricordarmi, anche se nessuno lo aveva dimenticato, che il razzismo, in questo paese, esiste ancora.Nel mezzo della festeggiamenti ho notato un signore con le braccia incrociate. A differenza di tutti gli altri non si era fatto coinvolgere dalle danze e dai balli: "sono felice, certo che sono felice, ma soprattutto per le persone più anziane, per i miei genitori e per i miei nonni, che non ci sono più. Perché una giornata come questa loro non l'avevano mai potuta nemmeno sognare".
Emanuele Valenti
Parole chiave: Obama, elezioni Usa, New York, Harlem