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di Giulia Bondi e Anna Maria Selini
Sandali sportivi calpestano le strade polverose di Pristina. Poche donne kosovare sarebbero a proprio agio indossandoli. Gli altri piedi scavalcano voragini, evitano cartacce, zigzagano tra le lastre di pietra di via Madre Teresa comodamente calzati in tacchi a spillo vertiginosi. I nostri hanno scarpe sportive e rasoterra. Straniere e riconoscibili, ma accolte quasi ovunque come figlie o sorelle, in tre settimane di viaggio su e giù per il Kosovo abbiamo ascoltato decine di voci, soprattutto giovani e donne, del paese più giovane d'Europa, l'ultimo nato dalla dissoluzione dei Balcani dopo i sanguinosi conflitti degli anni Novanta, ancora occupato dalla Missione ad interim delle Nazioni Unite, Unmik. Un mosaico pieno di contraddizioni e memorie divise, che abbiamo cercato di raccontare in un piccolo vademecum: 25 frammenti per il Kosovo dalla A alla Z.
A come Aquila
Aquila si dice Shqipe, ed è il simbolo degli albanesi. Da Aquila viene l'aggettivo schipetaro, Aquila è anche un nome femminile in voga, nei periodi in cui perfino l'anagrafe si veste di nazionalismo e le frecce per Belgrado spariscono dai cartelli stradali. L'aquila nera bifronte spicca sul fondo rosso delle bandiere. Ha guidato i guerriglieri dell'Esercito di liberazione del Kosovo come la stella sul basco del Che l'equipaggio del Granma. Sventola ai matrimoni, ciondola dagli specchietti retrovisori. Ma è la bandiera dell'Albania. Ai due milioni di abitanti del nuovo Kosovo indipendente serve un vessillo diverso. La bandiera ufficiale è una carta geografica dorata su fondo azzurro, con sei stelle d'oro che citano in modo quasi commovente l'Unione Europea e il desiderio di entrarci, anche se dovrebbero simboleggiare i sei popoli del Kosovo: albanesi (la maggioranza), serbi, rom, bosniaci, turchi e gorani. Alla gente, la nuova bandiera non piace. "Avevano indetto un concorso di idee - protesta il pubblicitario Fisnik Ismaili - poi hanno fatto di testa loro, scegliendo il peggio: come fa bambino a disegnarla?". Il nuovo simbolo ha già suggerito decine di barzellette, la più comune delle quali racconta che, di fronte ai sei asterischi che sormontano la bandiera, un noto politico abbia sbraitato: "che diavolo ci fa lì sopra la mia password?". Un'altra aquila nera, ma in campo giallo, c'è anche sulla bandiera tradizionale bizantina. Le narrazioni più semplicistiche dei conflitti balcanici parlano di odi etnici e religiosi insormontabili, sopiti per secoli sotto imperi e dittature, differenze abissali esplose nelle guerre negli anni Novanta. E allora, come mai l'aquila degli ortodossi è uguale a quella dei musulmani? Perché tra gli albanesi ci sono sia islamici che cattolici? Chi sono i gorani, popoli dei monti di lingua serba e religione del Profeta? Come mai a nel centro di Prizren tra moschea, chiesa cattolica e chiesa ortodossa ci sono meno di cento metri in linea d'aria? Le aquile stanno a guardare.
B come Brasilena, una calabrese a Mitrovica
Al Cafè Paris di Mitrovica nord si beve Brasilena, una gassosa calabrese al caffè, introvabile in Italia a nord di Lamezia Terme. La importa Ivano, un quarantenne che vive qui da qualche anno, sposato a una ragazza serba. "Non dico che preferisco il Kosovo all'Italia. Ma certamente preferisco Mitrovica a Rosarno e i suoi clan". Kosovska Mitrovica è la città divisa, rimasta per metà sotto il controllo di Belgrado. Militari francesi e poliziotti giordani controllano il ponte sul fiume Ibar, che separa il sud albanese dal nord serbo. Cinquanta metri più indietro, il ponte pedonale si attraversa senza check point, i bambini fanno il bagno e le famiglie organizzano picnic. Sulla collina che sovrasta la città, un monumento ricorda i minatori di Trebca, e un adagio serbo recita " Trebca se radi, Beograd se gradi": qui si lavora, e Belgrado si arricchisce. Radici del separatismo che sembrano più economiche che etniche. A Mitrovica nord ci sono tre palazzi, le torri, dove vivono anche famiglie albanesi. Anche la collina di Koha Ditore è multietnica, e gli attivisti di Community building Mitrovica organizzano attività e momenti di incontro tra serbi, albanesi, bosniaci e rom. A Mitrovica nord si paga in dinari. Le vecchiette siedono, nere dalla testa ai piedi, accanto alle cassette di cipolle ed erbe dell'orto. Le bionde cotonate gli passano accanto in tacchi a spillo. Adesivi in caratteri cirillici inneggiano a Ratko Mladic, manifesti rossi dichiarano "Il Kosovo è Serbia", e un anziano commerciante, nel sentirci parlare italiano, azzarda perfino un "Trst je nas", Trieste è nostra. Altre donne in nero siedono accanto al ponte, sotto al monumento che ricorda i serbi caduti nei 78 giorni di bombardamenti Nato del ‘99. Ci salutano con parole italiane, fumano come turche.
C come Clinton, il boulevard
Un vistoso fuoristrada Hummer giallo arranca nel traffico accanto a una vecchissima Zastava argento metallizzato, uscita dalla fabbrica modello di Kragujevac sui telai della storica Fiat Seicento. Il viale, pochi alberi e tante buche, si chiama Boulevard Bill Clinton. Nel nuovo Kosovo, molti interventi in materia di strade si sono concentrati sulla toponomastica. Nelle vie di Pristina nomi titoisti come Partizanska o Lenina hanno lasciato il posto a personaggi bipartisan come Madre Teresa o vari martiri ed eroi dell'Uck, l'Esercito di liberazione del Kosovo. Non poteva mancare la celebrazione in vita dei protettori angloamericani: non solo Clinton ma anche il fedele Blair e Madeleine Allbright, segretario di stato americano che si dice non restasse indifferente al fascino del guerrigliero chiamato Serpente, Hashim Thaci, oggi Primo ministro del Kosovo. A proposito di serpenti, per evitare confusione con le pronunce locali, il contingente americano della Nato ha ribattezzato ogni strada di scorrimento tra le città principali con un nome di animale e il corrispondente disegno. E se di fronte a Cane e Gatto si può pensare inizialmente a un cartello di pericolo per il possibile attraversamento, Leone e Pinguino sembrano un po' troppo, anche al più avventuroso esploratore del piccolo Assurdistan balcanico.
D come Dobrila, la pasionaria
"Quando una potenza straniera fa un'occupazione, e pochi mesi dopo installa in quella terra la sua più grande base militare, che cosa vuol dire questo? Perché mi chiedi a chi è servita l'indipendenza del Kosovo?". Ha il carisma di una storia misteriosa alle spalle, le certezze incrollabili della fede e nessun pelo sulla lingua Dobrila Bozovic, ex docente di storia dell'arte a Parigi e oggi portavoce laica del Patriarcato di Pec, culla della cultura serbo ortodossa nel cuore del Kosovo, protetto giorno e notte dai soldati del contingente italiano Kfor. Dobrila decifra per noi gli affreschi bizantini raccontando la storia del Patriarcato, ci autorizza a scattare foto incurante delle proteste delle monache, liquida con freddezza due soldati sloveni arrivati per una visita guidata. "Siete in ritardo e piove. Se arrivavate all'ora giusta, non c'era pioggia e non c'erano sloveni", ci bacchetta ironica all'inizio della visita. Poi ci trattiene per quasi due ore davanti a caffè e dolcetti turchi, ricorda la casa della sua infanzia accanto a una moschea, la colonna sonora del canto del muezzin. "Se islam e cristianesimo non possono vivere insieme nei Balcani, allora non può esserci pace in nessun luogo. Noi siamo stati manipolati, tutti e due i popoli, sia i serbi che gli albanesi", dice. Manipolati da chi aveva interesse a sbriciolare il multiculturalismo jugoslavo in uno spezzatino di stati cuscinetto etnici, senza risorse e senza storia. "Vogliono che la Serbia accetti l'indipendenza del Kosovo per entrare in Europa - dice, - ma il Kosovo è la culla della nostra cultura e religione, o entriamo in Europa con Cristo o rinneghiamo la nostra anima. Dovete capire che l'economia e la demografia non sono tutto. Il 90% di popolazione albanese, per i serbi non è che un numero". Due milioni di abitanti, un territorio grande come l'Abruzzo, separato dalla nostra penisola solo da un pezzo di Montenegro e un braccio di mar Adriatico, coperto di montagne e punteggiato di preziosissimi monasteri ortodossi, in parte danneggiati durante gli atti vandalici antiserbi del 2004. In Kosovo, anche i monasteri parlano delle tante culture dei Balcani. Il Monastero di Decani, a pochi chilometri da Pec, è una visione: militari all'ingresso, un pesante portone di legno. E oltre il muro, su un prato verde, un perfetto edificio romanico, candido come la cattedrale di Trani, scolpito dagli stessi artigiani negli stessi anni. All'interno del Monastero, la magia, il salto a oriente, negli azzurri della pittura bizantina, odore di incenso e Cristi Pantocratori. "Adesso non si può dire cosa sia successo sulla nostra terra, è passato troppo poco tempo - sospira Dobrila, - forse saranno i nostri nipoti a poterlo raccontare".
E come Elettricità, quando c'è
Il ticchettio dei tacchi a spillo, il frastuono del traffico, il rumore ripetitivo dei generatori. Ecco i suoni che accompagnano chi cammina tra le strade di Pristina. Nella capitale, come nelle altre città kosovare, l'elettricità manca anche per 6 ore al giorno. Nonostante, o forse a causa delle privatizzazioni che hanno svenduto a privati il patrimonio industriale delle cooperative ex jugoslave, dette Socially owned enterprises, mancano gli investimenti per rinnovare le centrali elettriche. La centrale di Obilic, poco distante dalla capitale, avvelena l'aria, i campi e le baracche dei rom che sorgono ai suoi piedi. E la compagnia elettrica statale Kek non può far altro che tagliare la luce quando non ce n'è più. I quartieri da lasciare al buio, spiega la guida di Pristina, vengono scelti in base a quante persone residenti pagano l'elettricità: meno black out per le zone più virtuose. Chiunque possa permetterselo ha un generatore. Gli altri, candele. Anche la candela rossa ideata come gadget da un'agenzia pubblicitaria kosovara acquista, al primo black out, una luce non banale.
F come Firenze
Where are you from? Firènze, risponde la ragazzina con perfetto accento toscano, la e aperta, un'aspirazione di fondo che coinvolge anche la f e la z. Accanto a lei, la nonna coi pantaloni alla turca, foulard in testa, una geografia di rughe sulla faccia. Siamo a Shtupel, nel centro del Kosovo, uno dei villaggi dove nel '98 è nata l'Uck e dove, pochi mesi fa, qualcuno ha fatto saltare una dozzina di case ricostruite per il rientro dei serbi. Qui, come nel resto di questo neonato paese, luglio e agosto sono i mesi del rientro della diaspora. Madri di famiglia con 3 o 4 figli al seguito stipano i voli diretti a Pristina. Nonne kosovare affettano cetrioli e angurie per merende di stagione. E migliaia di nipotini espatriati, molti dei quali parlano a stento la lingua madre, si preparano a una lunga estate nei villaggi. "M'annoio", mi aveva detto la mia vicina di posto in aereo, una teenager bresciana-kosovara vestita di marche contraffatte dalla testa ai piedi, ombelico a vista pochi centimetri sopra la cintura di sicurezza. "Fortuna che ad agosto andremo qualche giorno al mare vicino a Scutari. Al mio villaggio non c'è niente da fare". Abbiamo iniziato a chiacchierare perché il suo lettore mp3 era scarico. Mi ha chiesto di ascoltare il mio, ci siamo divise una cuffia a testa. Paolo Conte cantava di Bartali, i Tiromancino descrivevano attimi, Madonna si sdilinquiva in urletti per l'uomo capace di farla sentire nuova e splendente, e l'Adriatico sotto di noi lasciava il posto al verde e marrone delle terre balcaniche. "Senti - mi dice dopo poco, sconsolata, - ma non ce l'hai Tiziano Ferro?".
G come Gorazdevac, l'enclave
Gorazdevac è un'enclave serba a pochi chilometri dalla città di Pec /Peja. I soldati Kfor presidiano la strada all'entrata e all'uscita dal villaggio. Tutto è scritto in cirillico, dall'insegna della Kafana alla didascalia sotto il teschio sui pali dell'alta tensione. Molti degli abitanti di Gorazdevac fanno parte di quella schiera di irriducibili che non hanno mai lasciato le proprie case, nemmeno nei giorni della contropulizia etnica nei confronti dei serbi, subito dopo l'ingresso della Nato in Kosovo nel '99. Tra questi, c'è Jelena, classe 1938. La incontriamo insieme ad altre due generazioni di donne, la nuora Nada e la nipote Dragana. "Per alcuni giorni non si vide nessuno - ricorda Jelena, - poi cominciarono ad arrivare i primi soldati a proteggerci. Gli facemmo festa ammazzando un maiale". La famiglia di Jelena non sfollò da Gorazdevac nemmeno durante la seconda guerra mondiale. La nuora, Nada, non è da meno. Vedova da alcuni anni, cresce 5 figli di cui una gravemente handicappata, Marina. Quando era più piccola, la portava a un centro diurno di terapia, ma ora muoversi, per i serbi, è troppo complicato. Davanti all'immancabile caffè, Nada scambia battute con Sonja, la volontaria dell'Operazione colomba che ci ha accompagnato qui. I ragazzi di Operazione colomba garantiscono un servizio di scorta civile, portano gli anziani serbi a fare compere a Pec per non farli sentire troppo isolati in questa sorta di Dogville con una strada e 10 case. Ma per i giovani, la città di riferimento è Mitrovica. È qui che andrà a studiare Dragana, che seduta in hot pants sul tappeto di casa fuma una sigaretta dopo l'altra. A Mitrovica studierà geografia. Una materia, da queste parti, tutt'altro che secondaria.