stampa
invia
Scritto per noi da
Edoardo Cavadini
"873 bombe, compresa quella di oggi, signore". Il curriculum del sergente William James e' tutto in questo numero. E nello sguardo 'disinnescato' con cui guarda il suo superiore.
Baghdad, Secondo Conflitto Iracheno. Compagnia speciale Bravo, artificieri dell'esercito. Quelli che intervengono quando il nemico è un ammasso di ferraglia pronto a esplodere. Quando la fanteria è ben al riparo dietro i tank blindati, ad aspettare che tu, in un modo o nell'atro, abbia finito il tuo lavoro. Dopo una manciata di secondi nei quali la vita scorre tra le mani. E tu sei solo, completamente.
Cinque anni dopo l'ingresso delle truppe americane in Iraq, "The Hurt Locker" di Kathryn Bigelow (esordio nel 1991 con "Point Break", buona conferma con "Strange Days" nel 1999) ha lo spessore necessario per entrare a far parte del filone nobile della filmografia bellica statunitense. Dimostrando di aver assimilato la lezione delle icone del genere, "Platoon", "Full Metal Jacket", "Il Cacciatore", ma senza il desiderio di strafare, la regista ha optato felicemente per una cifra stilistica molto descrittiva, con una retorica delle immagini potentemente incentrata sulla realtà in situazione, sezionata secondo per secondo, in modo da mantenere l'attenzione dello spettatore freneticamente accesa.
Primi piani, riprese in soggettiva, inserti documentaristici con riprese sgranate e disangolate, sono solo una parte del linguaggio espressivo utilizzato dalla Bigelow. La cifra distintiva della pellicola sta infatti nella resa efficace dell'isolamento e della perdita progressiva di umanità del protagonista - il sergente James - ottenuta attraverso un sapiente uso del silenzio. Solitudine e silenzio quando armeggia con i fili di una bomba. Solitudine e silenzio, rotto solo dal respiro fiaccato, quando indossa la ridicola tuta protettiva. Solitudine e silenzio durante le notti passate a sciogliere i ricordi in una bottiglia di whisky. La parte meglio disegnata è proprio la sua. Instabile, ma capace di improvvisi slanci di affetto. Solitario e nonostante questo incredibilmente protettivo nei confronti di un bambino che lavora nel mercatino allestito per i soldati del campo. La schizofrenia degli affetti è l'espressione di un disagio interiore che si solidifica nell'assuefazione alla morte, al dolore, alla venatura di assoluta provvisorietà che assume ogni gesto quotidiano vissuto al fronte.
La ripetitività delle missioni, la meccanicità dei gesti che accompagna ogni operazione di disinnesco, strappano poco a poco il soldato che li compie dal suo orizzonte esistenziale, proiettandolo in uno stato di sospensione che altro non è se l'attesa della morte. Ogni gesto potrebbe essere l'ultimo. E proprio per questo ogni gesto perde di significato.
Così il ritorno alla vita domestica non può che essere traumatico, proprio perché la sicurezza riacquistata è vissuta da James come un disagio, un elemento ormai estraneo. E la mancanza di una ‘dose' di adrenalina che doni l'illusione di essere ancora vivo è un vuoto insopportabile.