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Il day after del presidente Obama è il giorno in cui assaporare i numeri del trionfo, prima di mettersi all'opera per allestire il suo governo, in vista del giuramento del 20 gennaio. Ma se l'amministrazione Obama sarà una realtà solo tra due mesi e mezzo, dal voto di ieri si possono già trarre conclusioni chiare sull'America che il nuovo presidente erediterà per (almeno) i prossimi quattro anni.
Mandato popolare forte. La vittoria di Obama è stata netta. In un'elezione che ha visto la più alta percentuale di votanti dal 1908 (oltre il 64 percento, quasi 13 milioni in più rispetto alla già alta affluenza di quattro anni fa), il democratico ha ottenuto il più alto numero di voti della storia statunitense, superando il record fissato da Bush nel 2004. Ha conquistato almeno 349 voti elettorali su 538, e altri 26 potrebbero essergli assegnati dopo i riconteggi in Indiana e North Carolina, dove è in testa per poche migliaia di preferenze. Ha fatto suoi 28 Stati (più il District of Columbia), tra cui alcuni feudi repubblicani, ma soprattutto ha prevalso in tutti gli Stati più popolosi a parte il Texas, e in tutti quelli che più contribuiscono alla creazione della ricchezza nazionale. Per i democratici è stato anche un trionfo al Congresso, dove hanno consolidato la maggioranza. Alla Camera avranno almeno 79 seggi di vantaggio, al Senato ci saranno almeno 56 democratici su 100 senatori, più due indipendenti. I democratici hanno fallito nell'ambizioso obiettivo di arrivare a 60 senatori, una quota che avrebbe permesso loro di superare anche l'ostruzionismo dei repubblicani. Ma probabilmente è meglio così: un potere legislativo ciecamente allineato al presidente raramente porta a un buon governo, e avrebbe anche potuto essere controproducente per i democratici in vista delle elezioni di metà mandato, che tra due anni rinnoveranno parte del Congresso.
La disfatta dei repubblicani. Il partito repubblicano ne esce a pezzi: sempre più conservatore dal punto di vista culturale, sempre più confinato alle aree rurali del Paese, sempre più "bianco" nel suo elettorato, e senza una chiara direzione per il futuro. La mappa degli Stati conquistati da quello che un tempo era il partito dell'elite economica è indicativa: il Grand Old Party di oggi ha ormai il suo baricentro nel sud-ovest, e una connotazione populista-religiosa che fa presa solo sulla small America. E' un partito che culturalmente guarda al passato, con un messaggio improponibile per l'elettorato urbano. Mentre le minoranze hanno abbracciato entusiaste il messaggio di Obama (il 95 percento dei neri ha votato per lui, così come due terzi degli ispanici), per la terza volta di fila i repubblicani non avranno al Congresso un singolo rappresentante afro-americano. E in un Paese dove le minoranze sono destinate a crescere (nel 2042 i bianchi non saranno più maggioranza, secondo un rapporto federale uscito da poco), un partito del genere rischia di rimanere chiuso nel suo guscio, capace solo di aizzare una "vera America" cara a Sarah Palin, ma che è tale solo per i più conservatori. Tra quattro anni, McCain sarà troppo vecchio per ripresentarsi e Sarah Palin, nonostante il suo enorme carisma, avrà difficoltà a superare la pessima opinione che i moderati e gli indipendenti si sono fatti di lei negli ultimi due mesi. Servirebbero facce nuove che siano presentabili, ma all'orizzonte non se ne vedono.
Le priorità dell'America di Obama. Sono state, più che mai, le elezioni della crisi economica. Il 63 percento degli elettori ha indicato l'economia come il tema più importante per il loro voto; a seguire, ma distaccati di gran lunga, la guerra in Iraq (10 percento), la sanità e il terrorismo (nove), l'energia (sette). Quattro anni fa, solo il 20 percento degli elettori considerò l'economia la questione chiave: il 22 percento indicava invece i valori morali, il 19 percento il terrorismo e il 15 percento la guerra in Iraq. A posteriori, l'importanza dell'economia ha sicuramente favorito Obama, che prima dello scoppio della crisi era stato sopravanzato per la prima volta da McCain nei sondaggi. Per il futuro, ciò significa che da Obama ci si aspetta una guida sicura nella fase di recessione, e una pronta rinascita. E ' probabile che l'economia sarà il primo pensiero del nuovo presidente almeno per i prossimi due anni, a meno di gravi emergenze sul piano internazionale. Quale sarà il suo approccio? Molti tracciano già un parallelo con Franklin Roosevelt, che nel 1933 ereditò un Paese in preda alla depressione economica e lo fece risorgere con un massiccio piano di opere pubbliche e un nuovo patto sociale, il New Deal. Ma le risorse finanziarie di Obama, che si troverà in mano un Paese sempre più indebitato, non consentono miracoli. Rispetto alla miriade di promesse fatte in campagna elettorale, il nuovo presidente dovrà compiere scelte dolorose. Già rispettare l'impegno di tagliare le tasse al 95 percento delle famiglie americane, guardando un deficit di bilancio che il prossimo anno potrebbe superare il 6 percento del Prodotto interno lordo, risulterà difficile.
Cambiamento generazionale e demografico. Sono state davvero le elezioni del "change". Oltre al massiccio sostegno delle minoranze, Obama ha trionfato tra l'elettorato giovane (oltre due terzi per lui), prevalendo anche tra i bianchi più giovani con un margine di 10 punti percentuali su McCain. Il candidato repubblicano ha ottenuto più voti solo dagli ultra-sessantenni e dai bianchi in generale, ma con percentuali inferiori a quelle di Bush. Per Obama sono i semi di una base elettorale solida anche in futuro, ma non è un assegno in bianco per portare l'America "a sinistra". Il messaggio di speranza portato da Obama è decisamente più progressista rispetto agli standard politici americani degli ultimi trent'anni, ma gli Stati Uniti rimangono un Paese culturalmente ed economicamente più a destra rispetto all'Europa. Obama ha però un vantaggio: è il primo presidente che non è diventato adulto negli anni Sessanta, con un background che non lo tiene prigioniero della "guerra culturale" che divide gli Usa da quarant'anni tra progressisti e conservatori. E' realmente un volto nuovo, che in patria può proporsi come l'Unificatore senza che gli venga rinfacciato un passato da fricchettone, o una stratagemma per aver evitato il Vietnam.
Alessandro Ursic
Parole chiave: elezioni, obama, presidente, casa bianca