07/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Ogni due giorni una donna afgana si dà fuoco per fuggire al suo destino
Fatela, 15 anni, giace in un letto dell’ospedale di Herat, nell’ovest dell’Afghanistan. Il suo corpo è coperto di ustioni. Parla con un filo di voce. “Mio marito, che è anche mio cugino, mi picchia sempre. Volevo scappare via, ma lui se ne è accorto: mi ha picchiata e poi ha preso il mio burqa dicendo che non sarei più potuta uscire di casa. Allora mi sono versata addosso una tanica di kerosene e mi sono data fuoco”.
 

Donne afgane 184 casi nel 2004 solo ad Herat. Fatela è solo una delle centinaia di ragazze afgane che ogni anno cercano la morte nel fuoco per sfuggire a una vita di maltrattamenti e vessazioni inflitte loro da mariti che non amano e che sono stati imposti loro dalle proprie famiglie. Questo tragico fenomeno è particolarmente grave nella zona di Herat, dove le donne, per la storica influenza culturale del vicino Iran, sono tradizionalmente più consapevoli dei propri diritti e quindi più sensibili alle loro violazioni.
Secondo dati parziali forniti dalla Commissione Afgana Indipendente per i Diritti Umani, solo l’anno scorso ad Herat si sono verificati 184 casi di donne che si sono date fuoco, di cui 60 sono morte. Significa un tentato suicidio ogni due giorni, solo in una città. Senza contare i casi non denunciati per vergogna o paura.  
In un altro letto dello stesso ospedale c’è Farzana, 17 anni. Anche lei è coperta di ustioni, ma non è stata lei a procurarsele. “Mio marito mi picchiava ogni giorno. Ho provato a scappare di casa, ma lui e sua madre mi hanno scoperta. Per punizione mi hanno impedito di uscire di casa senza darmi quasi più nulla da mangiare. Un giorno, affamata, sono uscita a mendicare del cibo. Quando sono tornata ho messo a bollire l’acqua sulla stufa per far da mangiare per tutti: mia suocera era furibonda e mi ha versato addosso il pentolone d’acqua bollente”.

Donne afgane Le vedove rimpiangono i talebani. Molti casi di suicidio sono causati non da violenze e abusi: sono disperati atti di ribellione contro la tradizione afgana pre-islamica che obbliga le vedove a risposarsi con i cognati. Nell’ufficio del ministero delle Donne, a Kabul, si incontrano alcune giovani vedove di guerra sull’orlo della disperazione. “Se non mi aiutano io mi ucciderò”, dice seriamente Sahra, 22 anni. “Voglio risposarmi, ma mio cognato non me lo permette: vuole che sposi lui, e mi ha detto che se sposerò qualcun altro mi ucciderà. Ma se mi costringerà a sposarlo, mi ucciderò da sola”.
Soraya, 24 anni, è nella stessa condizione. “La famiglia del mio defunto marito pretende che io sposi suo fratello di 13 anni, disabile. Quando ho detto che non voglio, mio suocero mi ha picchiata”.
Hanifa, 27 anni, rimpiange l’epoca dei talebani. “Io mi sono risposata con un uomo che non è parente del mio defunto marito perché il mullah Omar aveva emesso un decreto che consentiva alle vedove di risposarsi con chi volevano. Ma ora mio cognato ha minacciato di uccidermi se non mi risposo con lui e mi ha portato via i quattro figli che avevo avuto da suo fratello”.
“Il mullah Omar aveva riconosciuto questa libertà alle vedove perché così vogliono Allah e il suo Profeta”, spiega Shaikh Zada, un mullah di Kabul. “La legge islamica non costringe le vedove a sposare i cognati: questa è una follia che affonda le sue radici nella più conservatrice tradizione tribale afgana”.  

Sima Samar La debole voce delle donne. La caduta del regime talebano non ha insomma portato grandi miglioramenti alla condizione delle donne afgane. Anzi. E non solo per colpa delle redivive tradizioni pre-islamiche, ma anche per l’insensibilità delle istituzioni governative, nonostante i proclami e le garanzie costituzionali. “Le strutture pubbliche locali non sono a conoscenza dei diritti di cui le donne godono, almeno sulla carta, e quindi invece di aiutarle peggiorano la loro situazione”, dice Mohammad Azam, giudice di Herat. Lo spiega bene Sima Samar, donna simbolo della lotta per l’emancipazione delle donne afgane. “In questo paese le donne che fuggono dalle violenze dei loro mariti scappando di casa, vengono ancora arrestate dalla polizia. E vengono rilasciate solo per essere ricondotte dal marito”.
Per ora alle donne afgane non rimane altro che stare chiuse in casa, e sognare ad occhi aperti ascoltando alla radio le trasmissioni di “Voce delle Donne”, un'emittente afgana dedicata alla lotta per i loro diritti. Questa radio aveva iniziato a trasmettere subito dopo la caduta dei talebani, con il sostegno degli Stati Uniti, desiderosi di mostrare le positive novità dell’Afghanistan ‘liberato’. Ma pochi mesi dopo, l’operazione pubblicitaria evidentemente era conclusa e la radio rimase senza fondi e fu costretta a chiudere. Da poche settimane “Voce delle Donne” è tornata in onda grazie ai finanziamenti di una Ong tedesca. Ma solo nella zona di Kabul: il suo segnale purtroppo non arriva fino ad Herat, dove le donne continuano a darsi fuoco.

Enrico Piovesana

Articoli correlati:
24/01/2005 La festa dei sacrifici: Kabul: non è facile rispettare le tradizioni dopo 25 anni di guerra
18/01/2005 Il pentolone afgano: Tagiki, uzbechi e hazara: tutti protestano contro il nuovo governo di Hamid Karzai
04/01/2005 Le figlie dell'oppio: Gli effetti collaterali del programma antidroga afgano
24/12/2004 Afghanistan, 24 dicembre 1979: Quando gli Stati Uniti combattevano la jihad: 25 anni fa l'invasione Urss
10/12/2004 Gandamak connection: Pagati 1,5 milioni di dollari per la liberazione dei tre ostaggi Onu rapiti a Kabul
30/11/2004 Fumi tossici: Storie di contadini afgani, vittime delle fumigazioni e dell'oppressione feudale
15/11/2004 Un testimone da eliminare: Rapito il cameraman afgano che filmò i massacri di Mazar del novembre 2001
11/11/2004 Talebani made in Usa: Sarebbero una creatura americana i talebani che hanno preso tre ostaggi Onu a Kabul
02/11/2004 Nostalgie talebane: In pellegrinaggio sulle tombe dei talebani, sperando nel loro ritorno al potere
30/10/2004 Tutto come previsto: Hamid Karzai ha vinto. Analisi e riflessioni su un voto costato 40 mila morti
16/10/2004 Alle origini di Abu Ghraib: In Afghanistan nel 2002 venivano sperimentate le tecniche applicate nel carcere iracheno
12/10/2004 Meravigliose elezioni: Scrutinio sospeso in Afghanistan tra denunce di brogli e confusione tra gli elettori
10/10/2004 Voto consapevole: Oggi è il giorno delle elezioni in Afghanistan, ma in pochi sanno come e chi eleggere
07/09/2004 Liberazione umanitaria: Ottocento prigionieri di guerra talebani verranno rilasciati dal carcere di Kabul
01/10/2004 Democrazia esportata: In un rapporto di Human Rights Watch le tensioni pre-elettorali in Afghanistan
25/09/2004 Quanti Jamal?: La storia di un soldato afgano di 18 anni torturato a morte dalle forze speciali Usa
22/09/2004 Digestivo “Bin Laden”: Le elezioni afgane si avvicinano e i talebani intensificano propaganda e attentati
18/09/2004 Torturatore in proprio: Dieci anni di carcere all’americano che gestiva una prigione privata in Afghanistan
11/09/2004 Facevo il talebano: Detenuti, in attesa di essere scarcerati: la storia di Mussafer e Mohamed
02/06/2004 L'oppio dei poveri: Un viaggio tra le piantagioni afgane di papaveri da oppio
22/05/2004 Il carcere della vergogna: Nella prigione di Shebergan, dove nessun giornalista era mai entrato prima
19/05/2004 Sul fronte afgano: Il racconto del terribile mestiere dello sminatore in Afghanistan
14/05/2004 Fortezze nel deserto: La millenaria Lashkargah, fondata dai turchi, culla dell'Islam afgano
08/05/2004 Nella terra di Dostum: Un viaggio attraverso le province settentrionali dell’Afghanistan
04/05/2004 L'ombra lunga della guerra: In Afghanistan venticinque anni di guerra hanno portato il caos
04/05/2004 Welcome to Kabul: Viaggio nella capitale afghana, per capire la situazione del Paese "liberato"
09/03/2004 Portando democrazia: La denuncia di Emergency sulla condizione dei prigionieri nel carcere di Shebargan
08/03/2004 Le eroine di Haji Bai Nazar: Due donne sfidano paura e tradizioni bonificando da sole il loro villaggio
08/03/2004 Donne d'Afghanistan: Da Mushkhail, Gardez e Herat tre storie di donne afgane
08/03/2004 La speranza si chiama Massouda: Una Don Chisciotte con il velo contro gli abusi sulle donne afgane
Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità