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184 casi nel 2004 solo ad Herat. Fatela è solo una delle centinaia di
ragazze afgane che ogni anno cercano la morte nel fuoco per sfuggire a
una vita di maltrattamenti e vessazioni inflitte loro da mariti che non
amano e che sono stati imposti loro dalle proprie famiglie. Questo
tragico fenomeno è particolarmente grave nella zona di Herat, dove le
donne, per la storica influenza culturale del vicino Iran, sono
tradizionalmente più consapevoli dei propri diritti e quindi più
sensibili alle loro violazioni.
Secondo dati parziali forniti dalla Commissione Afgana Indipendente per
i Diritti Umani, solo l’anno scorso ad Herat si sono verificati 184
casi di donne che si sono date fuoco, di cui 60 sono morte. Significa
un tentato suicidio ogni due giorni, solo in una città. Senza contare i
casi non denunciati per vergogna o paura.
In un altro letto dello stesso ospedale c’è Farzana, 17 anni. Anche lei
è coperta di ustioni, ma non è stata lei a procurarsele. “Mio marito mi
picchiava ogni giorno. Ho provato a scappare di casa, ma lui e sua madre
mi hanno scoperta. Per punizione mi hanno impedito di uscire di casa
senza darmi quasi più nulla da mangiare. Un giorno, affamata, sono
uscita a mendicare del cibo. Quando sono tornata ho messo a bollire
l’acqua sulla stufa per far da mangiare per tutti: mia suocera era
furibonda e mi ha versato addosso il pentolone d’acqua bollente”.
Le vedove rimpiangono i talebani. Molti casi di suicidio sono causati
non da violenze e abusi: sono disperati atti di ribellione contro la
tradizione afgana pre-islamica che obbliga le vedove a risposarsi con i
cognati. Nell’ufficio del ministero delle Donne, a Kabul, si incontrano
alcune giovani vedove di guerra sull’orlo della disperazione. “Se non
mi aiutano io mi ucciderò”, dice seriamente Sahra, 22 anni. “Voglio
risposarmi, ma mio cognato non me lo permette: vuole che sposi lui, e
mi ha detto che se sposerò qualcun altro mi ucciderà. Ma se mi
costringerà a sposarlo, mi ucciderò da sola”.
Soraya, 24 anni, è nella stessa condizione. “La famiglia del mio
defunto marito pretende che io sposi suo fratello di 13 anni, disabile.
Quando ho detto che non voglio, mio suocero mi ha picchiata”.
Hanifa, 27 anni, rimpiange l’epoca dei talebani. “Io mi sono risposata
con un uomo che non è parente del mio defunto marito perché il mullah
Omar aveva emesso un decreto che consentiva alle vedove di risposarsi
con chi volevano. Ma ora mio cognato ha minacciato di uccidermi se non
mi risposo con lui e mi ha portato via i quattro figli che avevo avuto
da suo fratello”.
“Il mullah Omar aveva riconosciuto questa libertà alle vedove perché
così vogliono Allah e il suo Profeta”, spiega Shaikh Zada, un mullah di
Kabul. “La legge islamica non costringe le vedove a sposare i cognati:
questa è una follia che affonda le sue radici nella più conservatrice
tradizione tribale afgana”.
La debole voce delle donne. La caduta del regime talebano non ha
insomma portato grandi miglioramenti alla condizione delle donne
afgane. Anzi. E non solo per colpa delle redivive tradizioni
pre-islamiche, ma anche per l’insensibilità delle istituzioni
governative, nonostante i proclami e le garanzie costituzionali. “Le
strutture pubbliche locali non sono a conoscenza dei diritti di cui le
donne godono, almeno sulla carta, e quindi invece di aiutarle
peggiorano la loro situazione”, dice Mohammad Azam, giudice di Herat.
Lo spiega bene Sima Samar, donna simbolo della lotta per
l’emancipazione delle donne afgane. “In questo paese le donne che
fuggono dalle violenze dei loro mariti scappando di casa, vengono
ancora arrestate dalla polizia. E vengono rilasciate solo per essere
ricondotte dal marito”.
Per ora alle donne afgane non rimane altro che stare chiuse in casa, e
sognare ad occhi aperti ascoltando alla radio le trasmissioni di “Voce
delle Donne”, un'emittente afgana dedicata alla lotta per
i loro diritti. Questa radio aveva iniziato a trasmettere subito dopo
la caduta dei talebani, con il sostegno degli Stati Uniti, desiderosi
di mostrare le positive novità dell’Afghanistan ‘liberato’. Ma pochi
mesi dopo, l’operazione pubblicitaria evidentemente era conclusa e la
radio rimase senza fondi e fu costretta a chiudere. Da poche settimane
“Voce delle Donne” è tornata in onda grazie ai finanziamenti di una Ong
tedesca. Ma solo nella zona di Kabul: il suo segnale purtroppo non
arriva fino ad Herat, dove le donne continuano a darsi fuoco.
Enrico Piovesana