05/11/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il candidato democratico è il 44esimo presidente degli Usa. La sua elezione è storica, e le aspettative su di lui sono enormi. Ora avrà il duro compito di trasformarle in realtà

Il messaggio della speranza ha prevalso su quello della rabbia, il giovane sul vecchio. Ma soprattutto, per quanto sia antipatico metterla sul colore della pelle: il nero ha vinto sul bianco, e alzi la mano chi l'avrebbe previsto anche solo un anno fa. Barack Obama è il 44esimo presidente degli Stati Uniti d'America, e per questo il 4 novembre 2008 diventerà un giorno per cui la parola "storico" non verrà mai scritta abbastanza. Il figlio di uno studente del Kenya, con un nome che più esotico non si può, è diventato il primo presidente afro-americano di un Paese che dal 1776 era sempre stato guidato da bianchi protestanti, con l'eccezione del cattolico John Kennedy.

Barack Obama, il 44esimo presidente degli Stati Uniti d'AmericaAltre volte l'America aveva stupito, dimostrando di essere capace di scelte radicali nei suoi momenti difficili. E ora che tre quarti degli americani vedevano il Paese indirizzato sulla strada sbagliata, il cambiamento è arrivato nella forma più clamorosa. Otto anni fa Barack Obama non veniva neanche ammesso alla convention dei democratici; nel 2004 fece innamorare la base del partito con un discorso che lo lanciò sullo scenario politico nazionale; quest'anno ha spazzato Hillary Clinton, che sembrava destinata a essere la presidente "inevitabile"; e per ultimo ha sconfitto l'eroe di guerra John McCain. Più "nuovo" di lui, nella politica statunitense, non c'era nessuno.

La potenza simbolica di un presidente afro-americano è straordinaria, in un Paese dove fino al 1965, in molti Stati, ai neri veniva impedito di votare. La forza del messaggio di Obama, però, è stata quella di porsi come il candidato dell'America "post-razziale", come un politico capace di unire, non di dividere: il leader di un Paese dove non ha importanza il colore della pelle, ma serve l'impegno di tutti per uscire da una delle crisi più gravi della sua storia. Ciò gli ha consentito di conquistare voti in quasi tutte le fasce della popolazione. Tra gli afro-americani, tra le altre minoranze, tra i giovani, ma anche tra le donne e in generale nell'elettorato bianco, che ha scelto McCain ma solo per pochi punti percentuali. Solo i più anziani e i bianchi del sud sono rimasti ostili a Obama. Ma anche questo è un segno del cambiamento, di generazioni e di mentalità.

La folla di sostenitori di Obama a Grant Park, a ChicagoLe sfide che il nuovo presidente si troverà di fronte sono immense. Il Paese che Obama governerà dal prossimo 20 gennaio è in crisi economica, di identità, di immagine all'estero, e impegnato in due guerre ancora lontane dalla conclusione. Il candidato democratico ha trionfato con un vantaggio ampio, quindi neanche i suoi avversari potranno contestare la legittimità di una tale vittoria. Tutto il pianeta ha riposto la sua fiducia in Obama, credendo che solo lui potesse ridare all'America il prestigio dilapidato dall'amministrazione Bush. Per tutta la campagna elettorale, il democratico è stato più che mai il "candidato mondiale". Il presidente Obama avrà così un enorme capitale di popolarità da spendere, in patria e all'estero, e potrebbe portare gli Usa a scelte coraggiose su temi sempre più globali: la crisi economica, il riscaldamento del pianeta, la lotta al terrorismo. Ma Obama dovrà stare attento a gestire questa investitura popolare: le aspettative troppo elevate possono anche portare a grandi delusioni, se non vengono presto trasformate in realtà.

Come sarà l'America di Obama? Probabilmente una via di mezzo tra l'America di Bush e l'America che gli europei sognano. Non è vero che non cambierà niente, come è esagerato dire che cambierà tutto. Nonostante il suo fenomenale messaggio di speranza abbia fatto diventare realtà quello che sembrava impossibile per chissà quanti decenni, nonostante le sue idee abbiano fatto breccia negli Usa e nel resto del pianeta, Obama sarà comunque il presidente di un Paese che - come tutti - ha degli interessi nazionali e delle priorità, nonché un elettorato a cui rispondere. Il nuovo leader della Casa Bianca non farà finire le guerre degli Stati Uniti con una bacchetta magica; ma non le porterà neanche avanti con la testardaggine e l'arroganza del suo predecessore. Difficilmente riuscirà a fare dell'America il Paese più ambientalista del mondo; ma non escluderà gli Usa dagli sforzi per limitare le emissioni nocive. Non abbandonerà il tradizionale sostegno incondizionato di Washington a Israele; ma potrà mostrare al mondo musulmano che l'America da oggi ha un altro volto. Con il suo carisma, Obama ha in mano un'occasione unica per riportare gli Stati Uniti, e il mondo, verso una direzione migliore; ma non ha la strada spianata. Oggi è "storica" la sua elezione. Tra quattro oppure otto anni, bisognerà vedere se sarà considerata allo stesso modo anche la sua presidenza.

Alessandro Ursic

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