08/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Tali Fahima è stata condannata. Per una amicizia.
Quattro mesi di reclusione, senza che contro di lei siano state formulate accuse esplicite. Fino a domenica, quando il giudice della corte israeliana, che aveva accolto le richieste di prolungamento del fermo nelle tre udienze precedenti, ha deciso di confermare l’arresto di Tali.

tali FahimaLa mobilitazione dello Shin Beth, il servizio segreto interno israeliano per imbastire dei capi di accusa contro di lei in sede di processo, insieme all’ingombrante pressione esercitata sui media, erano parsi da subito sintomi di preoccupazione da parte dell’intelligence.
Tali Fahima ha ripetuto per oltre un mese di essere estranea a qualsiasi azione terrorista, mentre i suoi accusatori hanno tentato, sia in aula che attraverso i numerosi media allineati, di collegarla con l’attentato che ha colpito il check point di Qalandia, alle porte di Gerusalemme: dapprima sostenendo che lei, approfittando del suo status di cittadina israeliana, avesse personalmente portato in loco la bomba, poi in modo vago, insinuando un suo coinvolgimento nell’organizzazione.
Il suo avvocato, la signora Smadar Ben Natan, ci ha spiegato che “Se lo Shin Beth avesse avuto delle prove contro di lei l’avrebbe senz’altro processata. Il fatto che non l’abbiano fatto indica che non sono in grado di portarla in aula senza una confessione. “ E ha aggiunto che il suo arresto “è una provocazione, una ritorsione dello Shin Beth in seguito al rifiuto della mia cliente di collaborare con loro fornendo informazioni sulle attività delle Brigate di al-Aqsa.”

Lin Chalozin Dovrat, amica personale di Tali e attivista della Women’s Coalition for a Just Peace, anche lei presente all’ultima udienza, racconta che la ragione addotta dall’accusa per giustificare il mancato processo e la secretazione delle imputazioni è stata “Per non esporre le fonti ” e ha commentato: “Potrebbe essere vero, ma questo non fa che confermare che contro di lei hanno solo dichiarazioni rese da collaboratori. Questo tipo di prove da sole non sono sufficienti a vincere un processo, perché i membri delle corti conoscono bene i metodi con cui quel tipo di prove vengono ottenute: con la tortura, le minacce, la corruzione.. anche semplicemente concedendo ai collaboratori l’autorizzazione per passare il check point che li separa dal posto di lavoro. ”
Una volta appresa la notizia dell’arresto amministrativo, l’avvocatessa Ben Natan ha fatto notare alla corte che questo tipo di provvedimenti vengono applicati solo quando c’è la certezza che il sospetto sia una minaccia attuale per la popolazione, ma nel caso di Tali, lei sapeva bene di essere strettamente controllata dalle forze di sicurezza, e nessuno che sappia di essere spiato si metterebbe mai ad organizzare un attentato terrorista.

Per Tali dunque, una normale ragazza israeliana -ex soldatessa ed ex elettrice della destra israeliana -, all’improvviso deve essersi aperta la terra sotto ai piedi; in pochi mesi ha perduto il lavoro e ha sperimentato sulla pelle gli effetti dell’accanimento dei media sulla sua vita. Ha visto trasformare il suo esperimento di dialogo e comprensione individuale con chi sta dall’altra parte del muro in una volgare love story col nemico, ha dovuto forzatamente abbandonare il suo progetto educativo per i giovani del campo profughi di Jenin e si è sentita accusare di collaborazione nella preparazione di attentati contro la sua gente.
In questo mese è stata tenuta in solitudine nelle celle di Petach Tiva, una struttura adibita agli interrogatori, dove, ci racconta l’avvocatessa Ben Natan, “Si è tentato di “ammorbidirla” tenendola ammanettata o bendata per molte ore, in condizioni igieniche disagevoli, senza possibilità di incontrare amici e familiari. Le sono state negate anche le sigarette.
Ora fortunatamente verrà trasferita in un carcere femminile dove dovrebbe ricevere un trattamento un po’ migliore e avrà la possibilità di incontrare almeno i familiari ”.
La detenzione amministrativa per Tali, la traditrice, assomiglia amaramente ad un contrappasso, perché questo tipo di provvedimento in Israele viene usato soprattutto per i prigionieri palestinesi; dall’inizio della seconda intifada infatti, sono state migliaia le persone arrestate nelle città della Cisgiordania. I sospetti vengono spesso catturati nel corso dei rastrellamenti di massa dell’esercito, trattenuti e maltrattati nei centri di interrogatorio segreti senza il diritto di conoscere le imputazioni e senza poter avere contatti con l’esterno.
“La detenzione amministrativa- spiega ancora Lin - è una misura, eticamente discutibile, che il governo israeliano ha mutuato dal sistema giudiziario adottato sin dal tempo del mandato britannico sulla Palestina storica: significa che se lo stato decide che sussistono circostanze di emergenza, ha il potere di incarcerare una persona fino a sei mesi senza processo, una detenzione che al termine può essere rinnovata ancora e ancora all’infinito.
In questo modo le forze di sicurezza possono imprigionare dei palestinesi per anni senza accusarli di nulla”. In Israele per lo più, le circostanze di emergenza rappresentano uno status costante, che viene quasi automaticamente rinnovato per decreto parlamentare ogni pochi mesi.

L’avvocatessa Ben Natan tra pochi giorni avrà una nuova possibilità per difendere Tali davanti ad una corte, il 14 settembre infatti verrà esaminata la procedura del processo, e in quella sede le verrà data la possibilità di fronteggiare, in un interrogatorio incrociato, gli agenti dei servizi che hanno montato le accuse e eseguito gli interrogatori; lei stessa però non si dichiara affatto ottimista in proposito: “Le possibilità che la Corte non avvalli le richieste dell’accusa sono praticamente nulle, ma quello che potrò fare sarà tentare di ottenere dagli uomini della sicurezza altre informazioni sulle accuse concrete e mostrare che non possono esibire alcuna prova a sostegno di quelle”.
Tali però, nel corso di questi drammatici mesi, oltre ad essersi fatta una moltitudine di nemici come mai avrebbe immaginato, ha toccato anche i sentimenti di altrettante persone che, come noi sono rimaste colpite dal suo coraggio e dalla sua totale indifferenza rispetto a quello che la gente può pensare di lei. Leggendo alcuni degli editoriali apparsi sulla stampa israeliana, impressiona quanto ampia sia oggi la voragine tra i dotti opinionisti vicini alla destra israeliana e l’ala sinistra dei movimenti che si sono schierati a fianco di Tali. I primi raramente si sono sottratti alla tentazione di rappresentare la vicenda nei termini suggeriti dallo Shin Beth e hanno duramente condannato la giovane Fahima, entrambe le correnti sembrano ormai incapaci di riconoscere la vicenda umana al di sotto della metafora politica. Una parziale eccezione, e un’inattesa assoluzione di Tali, è uscita dalla penna di Nadia Matar, direttrice della organizzazione conservatrice delle Donne in Verde per il Domani d’Israele, che in un opinione pubblicata su Jewish Indianapolis accettava per buone tutte le illazioni fatte sul conto di Tali per poi domandarsi: “Cosa c’è di così terribile in quello che ha fatto, se lo ha fatto? Tali Fahima abbraccia Zubeidi? Shimon Peres ha recentemente abbracciato il comandante di Zubeidi, il terrorista Yasser Arafat. Tali Fahima ha accettato di trasportare l’esplosivo per l’attentato di Qalandia? Nel contesto degli accordi di Oslo, Peres e Yossi Beilin hanno diretto migliaia di armi e munizioni ai terroristi arabi, ignorando il fatto che sarebbero state usate contro di noi.”
Il pensiero individuale e il dialogo con il diverso sono ancora percepiti come minacce da gran parte della società israeliana che, a qualsiasi prezzo, sente il bisogno di difendersi. Così adesso la storia di Tali Fahima è proprio come quella dei palestinesi, nascosta dietro ad un muro.

Naoki Tomasini

Administrator SlampDesk

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