Tali Fahima è stata condannata. Per una amicizia.
Quattro mesi di reclusione, senza che contro di lei siano state formulate accuse
esplicite. Fino a domenica, quando il giudice della corte israeliana, che aveva
accolto le richieste di prolungamento del fermo nelle tre udienze precedenti,
ha deciso di confermare l’arresto di Tali.

La mobilitazione dello Shin Beth, il servizio segreto interno israeliano per
imbastire dei capi di accusa contro di lei in sede di processo, insieme all’ingombrante
pressione esercitata sui media, erano parsi da subito sintomi di preoccupazione
da parte dell’intelligence.
Tali Fahima ha ripetuto per oltre un mese di essere estranea a qualsiasi azione
terrorista, mentre i suoi accusatori hanno tentato, sia in aula che attraverso
i numerosi media allineati, di collegarla con l’attentato che ha colpito il check
point di Qalandia, alle porte di Gerusalemme: dapprima sostenendo che lei, approfittando
del suo status di cittadina israeliana, avesse personalmente portato in loco la
bomba, poi in modo vago, insinuando un suo coinvolgimento nell’organizzazione.
Il suo avvocato, la signora Smadar Ben Natan, ci ha spiegato che “Se lo Shin
Beth avesse avuto delle prove contro di lei l’avrebbe senz’altro processata. Il
fatto che non l’abbiano fatto indica che non sono in grado di portarla in aula
senza una confessione. “ E ha aggiunto che il suo arresto “è una provocazione,
una ritorsione dello Shin Beth in seguito al rifiuto della mia cliente di collaborare
con loro fornendo informazioni sulle attività delle Brigate di al-Aqsa.”
Lin Chalozin Dovrat, amica personale di Tali e attivista della Women’s Coalition
for a Just Peace, anche lei presente all’ultima udienza, racconta che la ragione
addotta dall’accusa per giustificare il mancato processo e la secretazione delle
imputazioni è stata “Per non esporre le fonti ” e ha commentato: “Potrebbe essere
vero, ma questo non fa che confermare che contro di lei hanno solo dichiarazioni
rese da collaboratori. Questo tipo di prove da sole non sono sufficienti a vincere
un processo, perché i membri delle corti conoscono bene i metodi con cui quel
tipo di prove vengono ottenute: con la tortura, le minacce, la corruzione.. anche
semplicemente concedendo ai collaboratori l’autorizzazione per passare il check
point che li separa dal posto di lavoro. ”
Una volta appresa la notizia dell’arresto amministrativo, l’avvocatessa Ben Natan
ha fatto notare alla corte che questo tipo di provvedimenti vengono applicati
solo quando c’è la certezza che il sospetto sia una minaccia attuale per la popolazione,
ma nel caso di Tali, lei sapeva bene di essere strettamente controllata dalle
forze di sicurezza, e nessuno che sappia di essere spiato si metterebbe mai ad
organizzare un attentato terrorista.
Per Tali dunque, una normale ragazza israeliana -ex soldatessa ed ex elettrice
della destra israeliana -, all’improvviso deve essersi aperta la terra sotto ai
piedi; in pochi mesi ha perduto il lavoro e ha sperimentato sulla pelle gli effetti
dell’accanimento dei media sulla sua vita. Ha visto trasformare il suo esperimento
di dialogo e comprensione individuale con chi sta dall’altra parte del muro in
una volgare love story col nemico, ha dovuto forzatamente abbandonare il suo progetto
educativo per i giovani del campo profughi di Jenin e si è sentita accusare di
collaborazione nella preparazione di attentati contro la sua gente.
In questo mese è stata tenuta in solitudine nelle celle di Petach Tiva, una struttura

adibita agli interrogatori, dove, ci racconta l’avvocatessa Ben Natan, “Si è
tentato di “ammorbidirla” tenendola ammanettata o bendata per molte ore, in condizioni
igieniche disagevoli, senza possibilità di incontrare amici e familiari. Le sono
state negate anche le sigarette.
Ora fortunatamente verrà trasferita in un carcere femminile dove dovrebbe ricevere
un trattamento un po’ migliore e avrà la possibilità di incontrare almeno i familiari
”.
La detenzione amministrativa per Tali, la traditrice, assomiglia amaramente ad
un contrappasso, perché questo tipo di provvedimento in Israele viene usato soprattutto
per i prigionieri palestinesi; dall’inizio della seconda intifada infatti, sono
state migliaia le persone arrestate nelle città della Cisgiordania. I sospetti
vengono spesso catturati nel corso dei rastrellamenti di massa dell’esercito,
trattenuti e maltrattati nei centri di interrogatorio segreti senza il diritto
di conoscere le imputazioni e senza poter avere contatti con l’esterno.
“La detenzione amministrativa- spiega ancora Lin - è una misura, eticamente discutibile,
che il governo israeliano ha mutuato dal sistema giudiziario adottato sin dal
tempo del mandato britannico sulla Palestina storica: significa che se lo stato
decide che sussistono circostanze di emergenza, ha il potere di incarcerare una
persona fino a sei mesi senza processo, una detenzione che al termine può essere
rinnovata ancora e ancora all’infinito.
In questo modo le forze di sicurezza possono imprigionare dei palestinesi per
anni senza accusarli di nulla”. In Israele per lo più, le circostanze di emergenza
rappresentano uno status costante, che viene quasi automaticamente rinnovato per
decreto parlamentare ogni pochi mesi.
L’avvocatessa Ben Natan tra pochi giorni avrà una nuova possibilità per difendere
Tali davanti ad una corte, il 14 settembre infatti verrà esaminata la procedura
del processo, e in quella sede le verrà data la possibilità di fronteggiare, in
un interrogatorio incrociato, gli agenti dei servizi che hanno montato le accuse
e eseguito gli interrogatori; lei stessa però non si dichiara affatto ottimista
in proposito: “Le possibilità che la Corte non avvalli le richieste dell’accusa
sono praticamente nulle, ma quello che potrò fare sarà tentare di ottenere dagli
uomini della sicurezza altre informazioni sulle accuse concrete e mostrare che
non possono esibire alcuna prova a sostegno di quelle”.
Tali però, nel corso di questi drammatici mesi, oltre ad essersi fatta una moltitudine
di nemici come mai avrebbe immaginato, ha toccato anche i sentimenti di altrettante
persone che, come noi sono rimaste colpite dal suo coraggio e dalla sua totale
indifferenza rispetto a quello che la gente può pensare di lei. Leggendo alcuni
degli editoriali apparsi sulla stampa israeliana, impressiona quanto ampia sia
oggi la voragine tra i dotti opinionisti vicini alla destra israeliana e l’ala
sinistra dei movimenti che si sono schierati a fianco di Tali. I primi raramente
si sono sottratti alla tentazione di rappresentare la vicenda nei termini suggeriti
dallo Shin Beth e hanno duramente condannato la giovane Fahima, entrambe le correnti
sembrano ormai incapaci di riconoscere la vicenda umana al di sotto della metafora
politica. Una parziale eccezione, e un’inattesa assoluzione di Tali, è uscita
dalla penna di Nadia Matar, direttrice della organizzazione conservatrice delle
Donne in Verde per il Domani d’Israele, che in un opinione pubblicata su Jewish
Indianapolis accettava per buone tutte le illazioni fatte sul conto di Tali per
poi domandarsi: “Cosa c’è di così terribile in quello che ha fatto, se lo ha fatto?
Tali Fahima abbraccia Zubeidi? Shimon Peres ha recentemente abbracciato il comandante
di Zubeidi, il terrorista Yasser Arafat. Tali Fahima ha accettato di trasportare
l’esplosivo per l’attentato di Qalandia? Nel contesto degli accordi di Oslo, Peres
e Yossi Beilin hanno diretto migliaia di armi e munizioni ai terroristi arabi,
ignorando il fatto che sarebbero state usate contro di noi.”
Il pensiero individuale e il dialogo con il diverso sono ancora percepiti come
minacce da gran parte della società israeliana che, a qualsiasi prezzo, sente
il bisogno di difendersi. Così adesso la storia di Tali Fahima è proprio come
quella dei palestinesi, nascosta dietro ad un muro.
Naoki Tomasini