Vietnam, crescita economica e repressione dei diritti umani. La situazione dei Montagnard

Il Vietnam si sta lasciando dietro le spalle un passato di guerra e regole collettivistiche.
A partire dal 1986 il partito Comunista (Cpv) e unico al potere ha voluto aprire
(a piccoli passi) il Paese al libero mercato. Sono così aumentate le imprese private
e – dopo il 2000- gli investimenti stranieri. Anche le entrate del turismo sono
diventate importanti negli ultimi anni e Saigon, la città più importante del sud,
ha assunto sempre più l’aspetto di una metropoli. Nel primo semestre del 2004
la crescita economica è stata del 7 per cento, grazie all’incremento della produzione
industriale e manifatturiera. Si è anche deciso di investire soprattutto al nord,
invertendo una tendenza che privilegiava l’area di Saigon. Il primo ministro Nong
Duc Manh, eletto nell’aprile 2001 e primo segretario generale del partito Comunista
a non aver
combattuto per l’indipendenza, ha annunciato una grande industrializzazione entro
il 2020. Le premesse ci sono e ci si domanda quale sarà il volto del Vietnam entro
quella data. Resta, infatti, un Paese di grandi contrasti, prevalentemente agricolo
dove due terzi della popolazione sono impiegati nei campi. Gli ostacoli alla crescita
non mancano: molte industrie locali (carbone, cemento, acciaio e carta) soffrono
la concorrenza di altri produttori stranieri più efficienti. Ma soprattutto, come
sottolineato dalle organizzazioni umanitarie, l’apertura al libero mercato non
è stata accompagnata da progressi nel campo dei diritti umani.

Le condizioni dei Montagnard. “I media sono tutti rigidamente controllati dal governo e continuano le violazioni
contro le minoranze”, dichiara Daniel Alberman di
Amnesty International. “Sulle colline centrali i Montagnard subiscono gravi restrizioni delle libertà
fondamentali e sono poveri. C’è un grande divario economico tra diverse zone del
Paese. Gli indicatori dell’alfabetismo e della mortalità infantile sono migliorati,
ma per alcuni gruppi restano gravi problemi”. Soprattutto per le popolazioni delle
highlands (alture centrali, ndr.), ovvero i cosiddetti
Montagnard che comprendono diversi
sottogruppi di religione cristiana. Il governo vieta loro di possedere e coltivare
terreni, di muoversi liberamente, di associarsi e di comunicare con l’esterno.
Dopo il 1975 i coloni
Kinh, vietnamiti delle pianure, hanno iniziato ad insediarsi nelle province centrali
e a confiscare le terre ai
Montagnard. Nel periodo compreso tra il 1940 e il 1989,
la presenza di
Kinh nelle
highlands è salita dal 5 al 66 per cento.

Frontiere chiuse. Il primo di gennaio il governo cambogiano ha deciso di chiudere il confine nordorientale
per impedire ai Montagnard di fuggire nel suo territorio. Le forze di sicurezza
si sono schierate lungo la frontiera e hanno iniziato a dare la caccia ai profughi
nella giungla. ”Siamo molto preoccupati per questa situazione”, continua Alberman.
“Le autorità cambogiane vietano all’Unhcr di monitorare le condizioni dei rifugiati
Montagnard e di accoglierli nei campi profughi. Inoltre è molto difficile sapere
come vivono quelli rimasti nelle highlands vietnamite, perché nessun osservatore indipendente ha accesso a queste zone.
Gli unici giornalisti, diplomatici e operatori umanitari che sono riusciti a entrare
sono stati accompagnati da funzionari statali”.
Human rights watch (Hrw) ha denunciato in un recente
rapporto “continui arresti di massa e torture a danno di religiosi, attivisti e profughi
che sono stati deportati con la forza o rientrati volontariamente dalla Cambogia”.
Nelle due settimane prima di Natale (12-24 dicembre), solo nella provincia di
Gia Lai, la polizia vietnamita ha arrestato 129 persone. Anche molti parenti dei
rifugiati hanno subito minacce. Alcuni
Montagnard che cercavano di diffondere
con i cellulari notizie sulle retate delle forze dell’ordine sono stati incarcerati.
L’ultima grave repressione era avvenuta, in occasione di un’altra festività cristiana,
la Pasqua, nell’aprile 2004. Allora la polizia aveva attaccato migliaia di
Montagnard che stavano manifestando per il diritto alla terra e alla professione del loro
credo.
Pressioni internazionali e amnistia. Intanto la comunità internazionale ha criticato aspramente il regime vietnamita.
“E’ forse anche grazie a queste pressioni che il governo ha deciso di liberare
quattro dissidenti tra gli 8mila prigionieri a cui è destinata l’amnistia annunciata
nei giorni scorsi”, spiega Alberman. “Speriamo che mantenga questa promessa”.
L’amnistia a criminali comuni è una sorta di tradizione, viene concessa ogni anno
in occasione del capodanno lunare.