Le immagini scattate da Giuliana Sgrena durante una visita ai bambini iracheni nell'ospedale di Hilla, a Babilonia
Giuliana Sgrena è stata rapita venerdì 4 febbraio a Baghdad, poco dopo le dodici ora italiana,
da uomini armati che hanno aperto il fuoco contro la sua auto.
Una Marcia silenziosa
Duecentomila, cinquecentomila persone.
Queste le cifre della manifestazione svoltasi a Roma. Comunque tanta
gente scesa in piazza per chiedere la liberazione di Giuliana Sgrena,
di Florence Aubenas e di Hussein Hanoun. Per chiedere la fine della
guerra e dell'occupazione in Iraq. Il corteo è partito poco
prima delle 15 da piazza della Repubblica e per ore ha percorso in
silenzio le vie della capitale fino al Circo Massimo. E' stata una
marcia silenziosa, senza gli slogan e i suoni di tanti cortei,
bagnata da qualche goccia di pioggia.
Alla manifestazione erano presenti i
genitori di Giuliana Sgrena. ”Vedendo tutte queste persone e tutti
questi giornalisti, oggi siamo ancora più ottimisti di ieri”
ha detto il padre della giornalista. Anche il compagno di Giuliana,
Pier Scolari, si è detto felice di vedere tante persone in
piazza: “Mi sento bene perché dopo 15 giorni mi trovo in
mezzo a tanta gente che vuole la liberazione di Giuliana, e speriamo
che avvenga presto”
Dal palco alla fine del corteo hanno
parlato tra gli altri Simona Torretta, Luciana Castelliane Gabriele
Polo direttore del Manifesto: “Mette fuorilegge la guerra” ha
detto quest'ultimo.
Finiti i discorsi, spazio alla musica
con il concerto di Assalti Frontali, Ricky Gianco, Tete de Bois e
tanti altri.
Mercoledì 16, alle 12, la Associated Press Television ha diffuso un video con
un appello di Giuliana Sgrena.
La giornalista, dimagrita e provata, indossa una maglietta verde e parla in italiano
e in francese. Al suo fianco, una scritta, presumibilmente "Muhjaheddin senza
frontiere". Giuliana si rivolge al compagno Pier Scolari, alla famiglia, "alle
persone che hanno lottato contro l'occupazione e a tutto il popolo italiano".
"Chiedo a Pier - dice Giuliana Sgrena - mio marito: aiutami; solo tu mi puoi
aiutare fino in fondo a chiedere il ritiro delle truppe. Io conto su di te. La
mia speranza è solo in te. Tutto il popolo italiano deve aiutarmi, tutti coloro
che sono stati con me in queste lotte devono aiutarmi: la mia vita dipende da
voi. Fate pressioni sul governo. Questo popolo non vuole occupazione, non vuole
truppe, non vuole stranieri. Aiutatemi voi a salvarmi. Ho sempre lottato con voi.
Chiedo al governo italiano, al popolo italiano contrario all'occupazione, chiedo
a mio marito, vi prego, aiutatemi - prosegue la Sgrena -. Dovete fare tutto quello
che potete per mettere fine all'occupazione. Conto su di voi, potete aiutarmi.
Nessuno dovrebbe venire in Iraq in questo momento, neanche i giornalisti, nessuno".
Raccogliamo il suo appello
Difficile scrivere cose sensate, o anche solo dirle, dopo aver visto Giuliana.
Disperata, lei. E anche noi che la abbiamo vista e sentita. E anche Pier, che
abbracciamo con tutto l'affetto e l'amicizia di cui siamo capaci, insieme agli
amici e colleghi del Manifesto.
Facile di fronte alle sue lacrime sentirsi impotenti.
Ma sbagliato. Perché non siamo impotenti.
Possiamo fare, e possiamo fare tanto.
Per Giuliana, e per far finire quel macello che qualcuno ha il coraggio di chiamare
nuova democrazia irachena. Per far finire i macelli che sono nella maggior parte
del mondo.
Non dobbiamo dare retta a chi dice che non si può far nulla. Che non abbiamo
voce. Ne abbiamo di voce. E se sono tutte insieme diventano voci potenti, che
non si possono non ascoltare.
Possiamo fare. Di più. Dobbiamo fare.
Perché non c'è nulla di più importante della vita umana. Della vita di Giuliana
come di quella dei milioni di persone che patiscono le guerre dimenticate o meno
nel mondo.
E troppo spesso lasciamo che chi comanda faccia finta di non saperlo.
E troppo spesso ci tappiamo gli occhi e le orecchie per non vedere e non sentire
che nel nostro nome, perché è nel nostro nome che lo fanno, loro, indisturbati,
uccidono.
Maso Notarianni
Il video, presentato martedì e trasmesso anche dalle televisioni arabe, racconta
Giuliana, il suo lavoro, la sua passione per l'Iraq e per gli iracheni.
Il sequestro è avvenuto nei pressi della moschea di al Kastl, nella zona dell'università,
dove Giuliana si era recata per realizzare alcune interviste: "Non è mai stata
una reporter che resta in albergo", come ha ricordato una delle fondatrici de
Il Manifesto, Luciana Castellina.
''Giuliana è una donna di pace, ama molto l'Iraq e come tutti noi è contro la
guerra''. Il direttore de
Il Manifesto, Gabriele Polo, ha commentato così il rapimento della collega Giuliana Sgrena.
Come giornalisti di pace, facciamo nostre le sue parole, e ci appelliamo ai rapitori
affinché sia subito liberata. Perché liberare Giuliana significa, anche, liberare
una voce del popolo iracheno.
Giuliana è la seconda giornalista rapita in Iraq dall'inizio di quest'anno:
Florence Aubenas, reporter francese di Libération è scomparsa il 5 gennaio 2005 a Baghdad, insieme
al suo interprete iracheno
Hussein Hanoun Al-Saadi. Un duro colpo per la stampa francese, a poco più di un mese dal rilascio di
Georges Malbrunot e Christian Chesnot, liberati dopo tre mesi e mezzo di prigionia.
Altri due reporter risultano ancora scomparsi in Iraq: Frédéric Nérac, cameramen
francese che lavora per un'emittente britannica, di cui non si hanno notizie dal
22 marzo 2003, e il cameramen iracheno Isam Hadi Muhsin Al-Shumary, sparito dal
15 agosto 2004.
«Una profonda conoscitrice della realtà politica, sociale e umana dell’Iraq e
soprattutto studiosa delle questioni mediorientali». E’ con queste parole che
i colleghi de Il Manifesto hanno descritto Giuliana Sgrena. Lei ama l'Iraq, le interessa, lo studia, cerca
di comprenderlo. E per questo c’è stata parecchie volte, anche prima della guerra.
L’ultima volta è partita dall’Italia il 23 gennaio per il passaggio di consegne
con il collega e amico Stefano Chiarini, che è rientrato proprio oggi a Roma.
Per il periodo elettorale, infatti, sono stati insieme, lavorando fianco a fianco.
Appassionata del suo mestiere, Giuliana è stata spesso anche in Afghanistan e
in Pakistan, e ancora prima è stata l'inviata nell'Algeria degli anni Novanta,
ai tempi della massima ferocia degli uomini del Gruppo Islamico Armato (Gia).
Poi ha lavorato dall’Egitto e dalla Somalia nel momento del caos assoluto dei
signori della guerra.
Anni di vita nel cuore dell’Islam, anni di riflessioni e presa di coscienza del
fondamentalismo che l’hanno portata alla convinzione che il progetto politico-militare
che ne consegue ruoti intorno alla condizione delle donne. Giuliana Sgrena ha
sempre sostenuto che la vera posta in gioco dello scontro con l’Islam sia l’emancipazione
delle donne, sia la possibilità di una società mista. Di qui la feroce segregazione
dei Talebani afghani, raccontati da lei in “Alla scuola dei Taleban”, (manifestolibri,
2002), oppure i passi indietro delle donne irachene, descritti in ”Il fronte Iraq.
Diario di una guerra permanente” (manifestolibri, 2004).
PeaceReporter