05/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Esclusiva. Intervista con George Weah, candidato alle presidenziali in Liberia
Metà della vita l’ha trascorsa in strada, cercando di sopravvivere a povertà, violenza e droga.
L’altra metà l’ha passata negli stadi di mezzo mondo – Italia compresa –  a terrorizzare le difese, far imprecare gli allenatori avversari, incantare i tifosi e vincere. Tanto.
Ma l’anno prossimo George Weah potrebbe ottenere un’altra vittoria: diventare il nuovo presidente del suo Paese, la Liberia.

Trent’otto anni, un recente passato da ambasciatore dell’Unicef, Weah incarna quello che moltissimi ragazzi africani sognano di diventare quando corrono dietro a un pallone, in un campo nella periferia di una grande città o tra le capanne di un villaggio: giocare in Europa, diventare famosi, guadagnare tanto da smettere di preoccuparsi per quello che si mangerà la sera. George ce l’ha fatta, ma non si è limitato a questo. Nel 1995 è diventato il primo africano a vincere l’ambitissimo Pallone d’Oro, la più alta riconoscenza personale a cui un calciatore possa arrivare. 
Un momento storico per l’Africa e per la sua carriera, durante la quale ha tentato di rilanciare – prima da giocatore, poi da allenatore – la nazionale liberiana nella Coppa d’Africa.

Ma dopo aver appeso le scarpe al chiodo, George Weah si è prefissato un compito molto più grande, per il quale non gli basterà il supporto di uno stadio, bensì di un’intera nazione.
Sarà infatti uno dei 40 candidati che il prossimo ottobre tenterà di farsi eleggere nelle presidenziali in Liberia. Un paese poverissimo, uscito solo l’anno scorso da una guerra civile di 14 anni che l’ha messo in ginocchio: intere città e villaggi distrutti, decine di migliaia di morti, mezzo milione tra profughi e sfollati, migliaia di bambini-soldato. Il prossimo presidente dovrà avviare una lunga e difficile ricostruzione. E sembra che l’ex calciatore del Milan sia il favorito.
La gente lo adora e vede in lui un uomo che può riuscire nella difficile impresa di unificare un Paese debole, ancora profondamente diviso tra fazioni armate. Lo dimostra l’accoglienza che gli è stata riservata al suo arrivo all’aeroporto della capitale Monrovia il mese scorso. Weah si è presentato a bordo di una decapottabile nera, giacca e cravatta, le mani alzate al cielo in segno di saluto. Migliaia di persone hanno intasato le strade, bloccando il traffico per un intero giorno.
Ma è pronto, il buon George, a prendere in mano le sorti di un popolo che dopo anni di sofferenze cerca pace e stabilità? Lo abbiamo raggiunto nella sua abitazione a Monrovia e glielo abbiamo chiesto.
 
George, ma è proprio vero? Potrebbe essere il futuro presidente della Liberia?
English, please. L'italiano non è più il mio forte da un po'.
 
Sorry. Ricominciamo. Il suo paese è uscito da una guerra civile di 14 anni. Si sente pronto per questa sfida?
Sì, mi sento pronto. Il mio Paese ha bisogno di essere completamente ricostruito e riunificato. Per fare questo avrò bisogno dell’aiuto e del sostegno della comunità internazionale. Questa può tornare a essere una grande nazione. A quelli che mi chiedono perché mi candido rispondo che lo faccio per la mia gente.
 
Quando ha cominciato a pensare di candidarsi come presidente?
Ho sempre pensato che volevo fare qualcosa per il mio Paese. Come liberiano e africano ho sofferto  molto nel vedere centinaia di fratelli e sorelle restare uccisi. In Liberia come in Sierra Leone, Costa d’Avorio e in tutti i paesi africani in cui si combatte. Già dai tempi del Milan cominciavo a chiedermi in che modo avrei potuto rendermi utile. Così ho cominciato a promuovere l’immagine della Liberia con l’Unicef. In questo modo ho conquistato molti dei miei concittadini.
 
Ha già un programma politico definito? Quali saranno le sue priorità?
Per prima cosa dobbiamo trovare il modo di unificare la Liberia, da troppo tempo divisa da lotte intestine tra fazioni e guerriglieri. Inoltre ci sono ancora decine di migliaia di profughi che attendono il rimpatrio dai paesi vicini. La Liberia ha bisogno di loro.
 
E i bambini soldato?
Devono riporre i fucili e tornare a scuola. E poi ci sono una serie di questioni pratiche di assoluta urgenza. In tutte le città e i villaggi mancano l’acqua e l’elettricità. Ma la cosa più importante è che dalle nostre parti torni finalmente la pace.
 
Come si muoverà in ambito continentale e internazionale?
L’Africa occidentale è minata da una forte instabilità. La Sierra Leone è da poco uscita da una guerra devastante, come noi. Anche la Costa d’Avorio ora è in piena crisi. Per questo ho intenzione di instaurare rapporti di amicizia e cooperazione con più paesi, a cominciare da quelli più vicini alla Liberia. Sono figlio dell’Africa e come tale sogno che il nostro continente sia libero da dipendenze esterne. E rispetto tutti i leader africani che lottano per la democrazia.
 
Quali leader africani l’hanno ispirata?
Mi ha sempre affascinato la figura di Nelson Mandela (ex presidente del Sudafrica e simbolo della lotta all’apartheid, ndr). Ma anche John Kufour del Ghana, paese simbolo di sviluppo e benessere, e Olosegun Obasanjo della Nigeria.

Che presidente vogliono i liberiani?
Vogliono uno che porti loro la democrazia dopo tanti anni di guerre e spargimenti di sangue. Vogliono qualcuno che dia loro sicurezza, anche quando tornano a casa la sera.
 
Quando è tornato a Monrovia e l’intero paese si è mobilitato per accoglierla. Se l’aspettava?
So di essere molto popolare da queste parti. La gente mi vuole bene perché vede un uomo che – a differenza di altri in passato – ha sempre amato il suo paese e non ha mai dato segno di volerlo screditare o mandare in rovina.
 
I suoi detrattori sostengono che la sua mancanza di istruzione e la poca esperienza in politica siano il vero punto debole della sua candidatura alla presidenza della Liberia.
Non ho alcun problema ad ammetterlo. Non sono un politico. Sono un calciatore che ha appeso le scarpette al chiodo e che ora muove i primi passi in un mondo nuovo. Ma qui non si tratta di essere laureati. La gente vuole qualcuno di cui si fida. Qualcuno che si impegni a farla star meglio, per scacciare l’incubo della guerra, per ritrovare la stabilità, sia interna che internazionale. Credo che con me questo sia possibile.
 

Pablo Trincia

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