Otto persone, tra cui quattro bamini sono rimasti uccisi in un raid Usa in Siria. Damasco annuncia reazione.
Akram Hameed ha quarant'anni e tutte le
domeniche si ferma lungo le rive del fiume Eufrate per pescare. Anche
ieri, Akram, era seduto sull'argine del grande fiume con lo sguardo
rivolto a est, verso il confine con il vicinissimo Iraq.
Di corsa verso il motorino. Di corsa verso i bambini. Ha visto
arrivare, all'improvviso, quattro elicotteri neri, americani. Uno è
atterrato in un campo coltivato a non più di venti metri da
lui. Cinque, sei, sette uomini sono usciti dalla pancia del grande
elicottero nero e hanno cominciato a sparare contro un edificio
ancora in costruzione. Akram ha capito che la situazione non era
delle migliori per pescare. Ha lasciato la sua canna e i suoi cesti e
ha cominciato a correre verso il motorino con il quale aveva
raggiunto la sponda del fiume. È stato un attimo, si è
girato ed è stato colpito al braccio destro. Tutto sommato,
gli è andata bene.
Nell'edificio, quello in costruzione,
c'erano delle persone, civili, come ha riferito il governo di
Damasco. Tra queste, la moglie del guardiano dell'edificio che adesso
si trova in ospedale, intubata. “Due elicotteri sono atterrati e
gli altri due sono rimasti a mezz'aria”.
Lei li ha visti bene, ha avuto più tempo di Akram. E i
soldati, venuti fuori dagli elicotteri, erano otto. “Ho cominciato
a correre per raggiungere i miei bambini, per metterli in salvo”,
ha detto la donna all'inviato dell'Ap. Perché c'erano anche
dei bambini all'interno dell'edificio e alla fine, quando si è
fatta la conta delle vittime, tra gli otto corpi rimasti a terra
c'erano quelli di quattro bambini.
Il raid oltre confine. Da Damasco la reazione è stata
durissima. Reem Haddad, portavoce del ministero dell'Informazione, ha
riferito all'emittente panaraba Al-Jazeera che senz'altro ci sarà
una reazione da parte della Siria, che non mancherà una
risposta alla “grave aggressione” portata sul loro suolo da
parte statunitense. Secondo quanto riferito dalla tv di stato, ieri
pomeriggio, alle 4 e 45 locali, quattro elicotteri Usa, provenienti
dall'Iraq, hanno invaso lo spazio aereo siriano e attaccato un
edificio in costruzione nel villaggio di Sukariya, non lontano dalla
cittadina di Abukamal, a soli otto chilometri dal confine iracheno e
dalla cittadina di Qaim. Solo la settimana scorsa i vertici americani
in Iraq avevano accusato Damasco di disinteressarsi del controllo del
confine diventato un vero è proprio incrocio per passaggio di
armi e di terroristi legati ad Al-Qaeda.
Covo di terroristi? Sebbene dal comando Usa non
sia arrivata nessuna comunicazione ufficiale in merito al raid
compiuto ieri, una fonte militare, rimasta anonima per ovvi motivi,
ha confermato la notizia affermando che l'attacco era mirato a
spezzare la rete di al-Qaeda che opera oltre confine. “Abbiamo
preso noi la situazione in mano”, ha detto l'ufficiale. Il
colonnello Chris Hughes, portavoce delle forze Usa dispiegate
nell'Iraq occidentale, ha detto che “le unità impegnate in
quella zona non sono responsabili dei fatti di domenica pomeriggio”.
Il governo ha convocato gli inviati statunitensi e iracheni a Damasco
per avere spiegazioni. Soprattutto, si chiede a Baghdad di prendere una posizione
e di opporsi a che il suo territorio diventi base di attacco per la Siria. Oltre
che di una grave violazione del diritto
internazionale, si tratta di una violazione anche dei principi che
ispirano il Patto di Sicurezza (Sofa) in corso di approvazione tra
Baghdad e Washington dato che uno dei punti prevede il divieto di
attaccare i paesi confinanti. Se è vero che la Siria
rappresenta ancora il principale crocevia per l'afflusso della
guerriglia dal nord Africa all'Iraq, restano difficili da capire le
motivazioni di un attacco lampo a un edificio, che sembrerebbe un
edificio qualunque, lontano dal poter essere considerato covo di
contrabbandieri o affiliati di al-Qaeda.