La data di scadenza del decreto
137/2008 (il cosiddetto “Decreto Gelmini”) è fissata per
giovedì 31 ottobre. Con tutta probabilità il voto del
Senato trasformerà mercoledì il decreto in legge.
Intanto l'intero mondo dell'istruzione è in
protesta. Contagiati dal fermento innescato dalle
scuole elementari e materne, negli atenei gli studenti, professori e
personale amministrativo portano avanti da giorni una mobilitazione
che si sta espandendo a macchia d'olio.

Da
Palermo a Pavia, nelle università occupate o in assemblea
permanente, nelle piazze e nei parchi pubblici dove si tengono
lezioni alternative, questa volta si respira un'aria diversa: non è
la solita protesta contro la solita riforma dei soliti quattro
studenti dei collettivi “di sinistra”: si tratta di una
mobilitazione trasversale, spesso spontanea e nata dal basso, che va
al di là dei colori politici, e che vede uniti studenti,
professori ricercatori, dottorandi e personale amministrativo. Un
coordinamento che si estende a tutti i settori dell'istruzione
pubblica: licei, scuole primarie ed università delle stesse
aree territoriali si ritrovano insieme in piazza. Lo strumento
mediatico la fa da padrone: complice anche lo strafalcione del
Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che con il suo “avviso
ai naviganti” ha tentato di spostare l'attenzione dalla discussione
concreta ad un problema di ordine pubblico, intimando l'invio delle
forze dell'ordine negli istituti occupati (salvo poi la pronta
smentita del giorno dopo), la protesta ha monopolizzato stampa e
televisione e in rete dilagano blog e siti internet con aggiornamenti
in tempo reale sulla mobilitazione. Nelle università si
protesta si concentra contro la legge 133 (Tremonti- Brunetta)
definita come il definitivo tentativo di “assassinio”
dell'università e della ricerca pubblica. I tagli del 20
percento dei finanziamenti ordinari agli atenei metteranno, infatti,
questi ultimi nella condizione di alzare sproporzionatamente le tasse
o di aprire ai finanziamenti privati, trasformando le università
in fondazioni private, sul modello degli Stati Uniti. Le facoltà
umanistiche faticheranno a trovare soldi e quelle
medico-scientifiche potranno dire addio alla ricerca libera.
“Non pagheremo la
vostra crisi” è uno degli slogan che accende i cori di
questa protesta: “ il governo ha trovato i soldi per salvare
Alitalia e Unicredit” - sostiene Dario, uno degli organizzatori
della protesta nella facoltà di Scienze politiche di Roma Tre
- “non è giusto che a pagare debba essere
l'istruzione pubblica”.
Il ministro Gelmini ha
aperto ieri al dialogo, e oggi una delegazione dell'Unione degli
Studenti si è recata al dicastero di Viale Trastevere per
incontrare la ministra. I colloqui hanno avuto un risultato
deludente. “Si tratta sostanzialmente di un'apertura
fittizia”spiega il senatore Stefano Ceccanti (professore di diritto
costituzionale all'università La Sapienza di Roma) “per
quanto il Ministro Gelmini voglia instaurare un dialogo, il decreto
scade il 30 ottobre, e rimane poco tempo per qualsiasi discussione
costruttiva e modifica concreta”.
“La radicalizzazione e
la così ampia diffusione della protesta è da imputare -
continua Ceccanti – anche al fatto che la riforma è stata
caratterizzata da una procedura inappropriata: una finanziaria
anticipata che dava solo una serie di numeri. Quando poi questi
numeri sono stati tradotti in provvedimenti concreti, l'impatto sulle
famiglie e sulle categorie interessate è stato chiaro e
visibile ed ha allertato tutti”.
Malgrado le affermazioni
deliranti di Francesco Cossiga, per il momento la protesta si sta
mantenendo entro i binari dell'ordine e della legalità, nonché
del garbo e dell'originalità e fuori da ogni
strumentalizzazione politica. Un sentiero dal quale si fa presto a
sviare, ma che rappresenta l'unico modo dare far concretamente
sentire la propria voce.
Barbara
Carcone