25/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La data di scadenza del decreto 137/2008 (il cosiddetto “Decreto Gelmini”) è fissata per giovedì 31 ottobre. Con tutta probabilità il voto del Senato trasformerà mercoledì il decreto in legge. Intanto l'intero mondo dell'istruzione è in protesta. Contagiati dal fermento innescato dalle scuole elementari e materne, negli atenei gli studenti, professori e personale amministrativo portano avanti da giorni una mobilitazione che si sta espandendo a macchia d'olio.
 
Da Palermo a Pavia, nelle università occupate o in assemblea permanente, nelle piazze e nei parchi pubblici dove si tengono lezioni alternative, questa volta si respira un'aria diversa: non è la solita protesta contro la solita riforma dei soliti quattro studenti dei collettivi “di sinistra”: si tratta di una mobilitazione trasversale, spesso spontanea e nata dal basso, che va al di là dei colori politici, e che vede uniti studenti, professori ricercatori, dottorandi e personale amministrativo. Un coordinamento che si estende a tutti i settori dell'istruzione pubblica: licei, scuole primarie ed università delle stesse aree territoriali si ritrovano insieme in piazza. Lo strumento mediatico la fa da padrone: complice anche lo strafalcione del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che con il suo “avviso ai naviganti” ha tentato di spostare l'attenzione dalla discussione concreta ad un problema di ordine pubblico, intimando l'invio delle forze dell'ordine negli istituti occupati (salvo poi la pronta smentita del giorno dopo), la protesta ha monopolizzato stampa e televisione e in rete dilagano blog e siti internet con aggiornamenti in tempo reale sulla mobilitazione. Nelle università si protesta si concentra contro la legge 133 (Tremonti- Brunetta) definita come il definitivo tentativo di “assassinio” dell'università e della ricerca pubblica. I tagli del 20 percento dei finanziamenti ordinari agli atenei metteranno, infatti, questi ultimi nella condizione di alzare sproporzionatamente le tasse o di aprire ai finanziamenti privati, trasformando le università in fondazioni private, sul modello degli Stati Uniti. Le facoltà umanistiche faticheranno a trovare soldi e quelle medico-scientifiche potranno dire addio alla ricerca libera.
“Non pagheremo la vostra crisi” è uno degli slogan che accende i cori di questa protesta: “ il governo ha trovato i soldi per salvare Alitalia e Unicredit” - sostiene Dario, uno degli organizzatori della protesta nella facoltà di Scienze politiche di Roma Tre - “non è giusto che a pagare debba essere l'istruzione pubblica”.
Il ministro Gelmini ha aperto ieri al dialogo, e oggi una delegazione dell'Unione degli Studenti si è recata al dicastero di Viale Trastevere per incontrare la ministra. I colloqui hanno avuto un risultato deludente. “Si tratta sostanzialmente di un'apertura fittizia”spiega il senatore Stefano Ceccanti (professore di diritto costituzionale all'università La Sapienza di Roma) “per quanto il Ministro Gelmini voglia instaurare un dialogo, il decreto scade il 30 ottobre, e rimane poco tempo per qualsiasi discussione costruttiva e modifica concreta”. “La radicalizzazione e la così ampia diffusione della protesta è da imputare - continua Ceccanti – anche al fatto che la riforma è stata caratterizzata da una procedura inappropriata: una finanziaria anticipata che dava solo una serie di numeri. Quando poi questi numeri sono stati tradotti in provvedimenti concreti, l'impatto sulle famiglie e sulle categorie interessate è stato chiaro e visibile ed ha allertato tutti”.Malgrado le affermazioni deliranti di Francesco Cossiga, per il momento la protesta si sta mantenendo entro i binari dell'ordine e della legalità, nonché del garbo e dell'originalità e fuori da ogni strumentalizzazione politica. Un sentiero dal quale si fa presto a sviare, ma che rappresenta l'unico modo dare far concretamente sentire la propria voce.
Barbara Carcone
 
Categoria: Diritti, Politica
Luogo: Italia