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Il Cairo è la capitale della musica araba nel mondo. La musica è ovunque nella metropoli egiziana e proviene dai vicoli, dai caffè, dagli abitacoli delle macchine private e dei taxi, dalle porte aperte dei negozi e dalle finestre delle abitazioni. Ma sono molti e diversi i suoni che riempiono l'aria, dalla contaminazione che produce ritmi particolari a forme di resistenza culturale.
Invasione occidentale. Il panorama musicale egiziano è molto mutato negli ultimi anni. Soprattutto da
quando è nata Nugoom FM, una radio che, dalla mattina alla sera, trasmette solo musica popolare di produzione
locale, con l'esclusiva per gli artisti sotto contratto con le produzioni che
vanno per la maggiore. E che hanno il peso politico nel settore per spingere in
alto i loro protetti. Il rapporto tra denaro e musica è diventato determinante.
La musica pop occidentale ha cominciato a diffondersi quando è stata lanciata
Melody TV, il primo canale satellitare musicale in lingua araba che ha però cominciato
a far conoscere gli artisti e i brani occidentali. Nonostante le resistenze dei
puristi,
questo materiale musicale ha sfondato. Allora, sempre più i cantanti locali hanno
cominciato a imitare, convinti dai facili e repentini guadagni, i colleghi occidentali
e la tradizione araba, di cui l'Egitto era storico custode, rischia di perdere
l'anima.
Hip hop del Nilo. La musica, in alcuni casi, non è solo una forma artistica e finisce per diventare
uno stile di vita. L'hip hop è il paradigma di questo ragionamento: non basta
comporre un certo tipo di suoni, ma è necessario vestirsi in una certa maniera,
parlare un linguaggio particolare e cercare mezzi d'espressione caratterizzanti,
come i graffiti urbani. Ma soprattutto è il messaggio sociale dei suoi autori
quello che conta. Denunciano la povertà, le ingiustizie del potere in Egitto e
per prima cosa dicono la loro sul mondo. Ha fatto molto discutere, tempo fa, una
canzone di un certo Shaaban Abdel-Rehim, vera icona del genere in Egitto, chiamata
Io odio Israele. Un inno solidale alla causa palestinese, ma anche un condensato di anti-semitismo
da strada. La scontata condanna di un testo così aggressivo non deve però far
passare in secondo piano il successo ottenuto dal pezzo che, con un linguaggio
vicino a quello della gente di strada, radicalizza ed esprime un sordo
rancore che la gioventù araba cova nel vedere e rivedere le immagini che al-Jazeera
trasmette da Baghdad, dalla Palestina e dall'Afghanistan che hanno diffuso un
senso di solidarietà arabo e islamico sicuramente semplificato, ma dannatamente
coinvolgente per i giovani del Cairo. Ragazzi che difficilmente ascoltano la lirica
delle élite e che si sentono molto più vicini a un messaggio per loro comprensibile.
Il genere è recente in Egitto, il primo album è del 1990, ma il suo successo è
enorme: parla ai cuori delle masse e fomenta il senso di rabbia sia verso il governo
che opprime la società egiziana sia verso quell'Occidente che sembra sempre più
un nemico. Questa musica dà un messaggio duro e violento, ma purtroppo sembra
che riesca a parlare ai giovani più del potere politico e della cultura ufficiale.
Cairo Jazz Club. La resistenza al pop ha un suo bastione inespugnabile al Cairo, il Cairo Jazz
Club. “Avemmo una visione”, dichiara Ammar Dajani, uno dei fondatori del locale,
al al-Ahram Weekly, uno dei settimanali più letti in Egitto, “molti si arricchivano con la musica
commerciale, ma non contribuivano in alcuna maniera allo sviluppo della loro comunità.
Quando avevo 19 anni volevo fare il musicista, ma mi sono reso conto che l'unica
possibilità per fare musica di qualità era abbandonare l'Egitto. Ho deciso di
non farlo, perchè voglio vivere nel mio Paese. Non c'erano grandi riferimenti
perchè mancava una scena musicale indipendente fuori dai circuiti commerciali
del pop e tanti bravi musicisti non riuscivano a sfondare”. Ammar a quel punto
ha un' idea con Akram, Alex e Karim: se non ci sono luoghi per fare musica indipendente
e di qualità bisogna crearne di nuovi. “Così è nato il Cairo Jazz Club. Bisognava
da un lato convincere i musicisti a fare musica di qualità rinunciando ai facili
guadagni del pop e dall'altro lato bisognava convincere la gente che esisteva
una musica al di là dei cantanti e delle melodie che erano abituati ad ascoltare,
dove l'improvvisazione è l'unica certezza”, racconta Ammar. “Inoltre le famiglie
di questi artisti dovevano sopravvivere. Allora abbiamo creato un locale bello,
dove si può mangiare, bere e ballare. La gente per divertirsi viene e, una volta
dentro, non va più via. Per noi vale la versione più larga possibile del jazz,
quella più libera e aperta a tutti gli stili e contaminazioni e alla vera tradizione
musicale egiziana. Questo ci ha permesso di avere un pubblico dai 20 ai 60 anni
e il locale va a gonfie vele. Così abbiamo detto no alla massificazione culturale,
ma anche alla povertà.”
Christian Elia