Tzipi Livni si è arresa e ha comunicato al presidente Simon Peres di aver fallito nella formazione del nuovo governo
Tzipi Livni aveva avvertito i suoi
interlocutori politici: “O l'accordo per il governo si raggiunge
entro domenica, o si andrà alle elezioni”. C'era tempo fino al 3 novembre per
formare il governo ma il presidente Peres ha
già ricevuto la resa della Livni che ha rinunciato all'incarico di formare un nuovo governo.
Chi, tra gli analisti, scommetteva che la minaccia delle elezioni anticipate fosse
un bluff del ministro, ha dovuto ricredersi.
La matematica che non aiuta. Nonostante la candidata premier avesse
incassato l'appoggio dei laburisti, la notizia che il partito
ultra-ortodosso Shas non avrebbe fatto parte della coalizione, aveva dato
un colpo secco alle basi per la formazione di un nuovo governo. Senza
Shas che dispone di 12 seggi in parlamento, Livni, ministro degli Esteri sotto
il governo Olmert, avrebbe potuto tentare di mettere in piedi ugualmente un esecutivo,
ma le sarebbero mancati i numeri per avere una maggioranza solida nella
Knesset, il parlamento israeliano. Sommando i seggi occupati da
Kadima, il partito alla cui guida c'è ora Livni - al posto di
Olmert costretto a lasciare in seguito a uno scandalo finanziario -,
con quelli del partito Labour si arriva a 48 su 120. L'azione di
governo sarebbe stata zoppicante e l'appoggio esterno, una
volta del Partito dei Pensionati, una volta dall'ala di sinistra del
Meretz, essenziale per la sopravvivenza della Livni.
Simon Peres ha adesso tre giorni per proseguire nelle consultazioni, ma a questo
punto, le elezioni anticipate - fissate presumibilmente tra gennaio e febbraio
- rappresentano l'unico sbocco per la soluzione della crisi.
Il fallimento delle trattative. Ad annunciare la fine delle trattative è stato Roy Lachmanovich, il portavoce
del partito il quale ha
espresso rammarico dal momento che c'era tutta la buona volontà
di concludere un accordo ed evitare le elezioni. Lachmanovic ha
riferito che la decisione è stata presa dal collegio dei saggi
presieduto dalla guida spirituale rabbi Ovadia Yosef che determina le
linee politiche da seguire. “Shas ha a cuore solo due cose – ha
detto Lachmanovich -, una politica economica seria che tenga conto
delle condizioni dei più poveri, delle famiglie con molti figli, e la salvaguardia
di
Gerusalemme, che non è merce di scambio”. Lachmanovich si
riferisce alla questione di Gerusalemme contesa come capitale tanto
da Israele quanto dalla Palestina, ma eliminare la “contitolarità”
della Città Santa dagli accordi di pace, vorrebbe dire escludere definitivamente
ogni possibilità di
raggiungere una stabilità nel Medioriente. Non è
bastata l'offerta fatta da Livni di estendere la giurisdizione delle
corti rabbiniche alle dispute matrimoniali, esponendosi anche con i
membri del suo partito e del governo uscente. Difatti, tanto il
ministro della Giustizia Daniel Friedmann, quanto il ministro degli
Affari Sociali, Isaac Herzog hanno avvertito Tzipi Livni che una
decisione del genere intaccherebbe la laicità del diritto
privato e romperebbe dei delicati equilibri sussistenti nella società
civile.
L'avanzata della destra. Tanto Kadima, quanto il partito dei
Labour sanno che questo non sarebbe il momento giusto per ricorrere
alle elezioni, dal momento che il partito dei falchi della destra, il Likud, gode
di
un
buon vantaggio nei sondaggi politici.Ma la Livni non ha voluto "cedere a un ricatto
imposto dagli ultra-ortodossi".
Mancherebbe ancora più anno
alla scadenza del mandato elettorale e sono in molti a sostenere,
dunque, che le elezioni debbano essere considerate l'ultima spiaggia
per risolvere la crisi. Ma chi potrebbe prendere il posto della
Livni? Difficilmente, senza l'appoggio del partito di maggioranza, si
riuscirà a raggiungere l'accordo scaccia-elezioni.
Nicola Sessa