25/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia




La legge 133, è stata approvata il 4 agosto ed è solo il primo di alcuni provvedimenti che tagliano i fondi statali (nello specifico il Fondo di Finanziamento Ordinario delle università), rispetto a tutto il mondo della formazione. Il governo contemporaneamente permette agli atenei e tenta di permettere anche alle scuole di trasformarsi in fondazioni private con un sempice voto degli organi accademici.

foto: Luca GalassiContro questi tagli in tutta Italia ci sono state mobilitazioni molto forti, che non accennano a fermarsi dimostrando di essere efficaci, vincenti, ma con un respiro lungo. Sta nascendo un movimento che dimostra un protagonismo della generazione degli universitari, e più in generale dei giovani dai 15 ai 30 anni che molti sociologi avevano etichettato come generazione incapace di critica e di trasformazione,
completamente inebetita dai mezzi di comunicazione di massa e dalla paura securitaria.
Infatti gli studenti che si mobilitano sono incontrollabili e innovativi nelle forme di lotta e sempre più coinvolti nella trasformazione della propria università, dal basso, cercando collaborazione con le altre componenti, ma senza essere disposti a
mediazioni.

Essere incontrollabili è il contrario di essere ignoranti, dunque prevedibili e privi di immaginazione e spirito critico, questa antitesi è molto importante per capire anche le forme di mobilitazione degli studenti nei primi giorni della protesta. Per questo la generazione che scende in piazza sa e vuole bloccare le città, cercando di declinare lo sciopero, il blocco della produzione, in un territorio come quello metropolitano, in cui l'importanza del trasporto e della circolazione dei saperi, ma anche dei corpi è così importante. Con l'intelligenza e la creatività oggi ci si guadagna il pane, ma non solo, si surfa la legalità e la burocrazia, si concorre sul mercato o lo si sabota, in ogni caso bisogna farci i conti. Per questo i lavoratori della conoscenza la utilizzano come un'arma selvaggia, hanno capito oramai che proprio lì, sul campo del sapere si combatte la vera battaglia.

 In effetti, siamo di fronte a una composizione delle lotte che ha alcune caratteristiche molto particolari: dai 15 ai 30 anni, con un grandissimo protagonismo dei ragazzi di 18,19,20,21 anni. Dunque siamo giovanissimi e tutti abbiamo sempre avuto a che fare con il sapere, nei lavoretti precari o nelle università. Questo è uno dei motivi per cui siamo abituati alla cooperazione sociale e a utilizzare una intelligenza collettiva e flessibile come quella che serve ad andare in giro per la città con le mianifestazioni selvagge. Il sapere è sempre più importante nella produzione e caratterizza tutte le soggettività e le categorie sociali coinvolte nei tagli di
cui sono responsabili i ministri Tremonti e Gelmini e dunque nelle mobilitazioni.
 Venerdì 17 ottobre infatti in tutta Italia sono scesi assieme in piazza maestri e maestre elementari, insegnanti del liceo, genitori, studenti e sudentesse, dottorandi, riceratori e qualche, seppure isolato, professore universitario. In comune c'era non solo l'obiettivo, ma anche una riflessione sull'attualità e una lettura politica che si traduceva chiaramente in alcuni slogan come "La vostra crisi non la pagheremo noi", che si riferisce doppiamente alla crisi economica globale e alla bancarotta del sistema universitario, oppure "libero accesso ai saperi e al reddito", che si riferisce alla comune condizione di precarietà che caratterizza oramai chunque non sia
precario.  Non a caso abbiamo già detto che questa composizione ha trovato il
modo, oltre che i numeri necessari, ad inventarsi una giornata di sciopero adeguata ai nostri tempi ed efficace, ma non è tutto, si condivideva infatti il desiderio di immaginare scuole e università differenti, di volerle sognare e sperimentare giorno per giorno.

Foto: Luca GalassiDifatti nessuno di tutti coloro che sono scesi in piazza è per la difesa dell'esistente, ma nemmeno il discorso della meritocrazia ha tanto presa, se non presso alcuni docenti e un pezzo ininfluente della Conferenza dei Rettori denominatosi Associazione per la Qualità dell'Università. Ciò che in moltissime città si sta provando a fare è di mettere in scena, a partire dalle lezioni in piazza, ma se possibile anche in pratica, partendo da alcune facoltà occupate, una università in cui
sia centrale il protagonismo di tutti coloro che la vivono, a partire dalla costruzione e dall'impostazione della didattica.
Molti la chiamano libera università, altri, in modo meno enfatico,  didattica alternativa, o più polemico, critica della didattica, ma la sostanza è che se il sapere è cooperazione e se tanto si parla di innovazione, allora noi siamo la generazione giusta per prendere in mano le redini, al di fuori dello sfruttamento. Si tratta di lezioni
in cui si possa trattare anche di materie solitamente insegnate, ma con due caratteristiche fondamentali: il coinvolgimento nella produzione dei materiali necessari e nella preparazione della lezione da parte degli studenti e l'attinenza di ciò che si apprende con la contemporaneità.

Tutti sono stufi di un sapere imbalsamato, accademico e stantio, ma anche di un sapere nozionistico, utile al mercato del lavoro, anche se quello della precarietà e delle risorse umane usa e getta, ma non utile alla vita, a costruirsi strumenti di critica, di analisi, di lettura della società ad esempio. Alla facoltà di Mediazione culturale
hanno organizzato approfondimenti sulle classi ponte, a Scienze Politiche hanno studiato il fallimento dell'Università pubblica, all'Accademia di Belle Arti il ruolo sociale delle nuove tecnologie.
Nel giro di due settimane centinaia di migliaia di giovani hanno deciso di essere al centro dell'attenzione, lo hanno fatto portandosi dietro un bagaglio di contenuti da condividere, sogni e desideri molto ampio. Sono giovani contemporanei al proprio tempo, non emulatori di qualsivoglia epoca passata e sono convinti di avere delle possibilità di vincere perchè dietro alla battaglia contro il decreto vedono una
battaglia contro la precarietà delle condizioni di vita attuali e future.

Tuttavia non è disperazione, ma creatività e potenza quella che si vede in questi giorni nei cortei e nelle facoltà, ci sono moltissime persone che hanno deciso di uscire allo scoperto e sono disposte a prendersi manganellate tanto quanto sono determinate a salire in cattedra assieme ai docenti disponibili per dimostrare che ciò che stanno facendo non è contro la formazione ma per la sua difesa.

Leon
Categoria: Diritti, Politica
Luogo: Italia