La legge 133, è stata approvata il 4 agosto ed è solo il primo di alcuni provvedimenti
che tagliano i fondi statali (nello specifico il Fondo di Finanziamento Ordinario
delle università), rispetto a tutto il mondo della formazione. Il governo contemporaneamente
permette agli atenei e tenta di permettere anche alle scuole di trasformarsi in
fondazioni private con un sempice voto degli organi accademici.

Contro questi tagli in tutta Italia ci sono state mobilitazioni molto forti,
che non accennano a fermarsi dimostrando di essere efficaci, vincenti, ma con
un respiro lungo. Sta nascendo un movimento che dimostra un protagonismo della
generazione degli universitari, e più in generale dei giovani dai 15 ai 30 anni
che molti sociologi avevano etichettato come generazione incapace di critica e
di trasformazione,
completamente inebetita dai mezzi di comunicazione di massa e dalla paura securitaria.
Infatti gli studenti che si mobilitano sono incontrollabili e innovativi nelle
forme di lotta e sempre più coinvolti nella trasformazione della propria università,
dal basso, cercando collaborazione con le altre componenti, ma senza essere disposti
a
mediazioni.
Essere incontrollabili è il contrario di essere ignoranti, dunque prevedibili
e privi di immaginazione e spirito critico, questa antitesi è molto importante
per capire anche le forme di mobilitazione degli studenti nei primi giorni della
protesta. Per questo la generazione che scende in piazza sa e vuole bloccare le
città, cercando di declinare lo sciopero, il blocco della produzione, in un territorio
come quello metropolitano, in cui l'importanza del trasporto e della circolazione
dei saperi, ma anche dei corpi è così importante. Con l'intelligenza e la creatività
oggi ci si guadagna il pane, ma non solo, si surfa la legalità e la burocrazia,
si concorre sul mercato o lo si sabota, in ogni caso bisogna farci i conti. Per
questo i lavoratori della conoscenza la utilizzano come un'arma selvaggia, hanno
capito oramai che proprio lì, sul campo del sapere si combatte la vera battaglia.
In effetti, siamo di fronte a una composizione delle lotte che ha alcune caratteristiche
molto particolari: dai 15 ai 30 anni, con un grandissimo protagonismo dei ragazzi
di 18,19,20,21 anni. Dunque siamo giovanissimi e tutti abbiamo sempre avuto a
che fare con il sapere, nei lavoretti precari o nelle università. Questo è uno
dei motivi per cui siamo abituati alla cooperazione sociale e a utilizzare una
intelligenza collettiva e flessibile come quella che serve ad andare in giro per
la città con le mianifestazioni selvagge. Il sapere è sempre più importante nella
produzione e caratterizza tutte le soggettività e le categorie sociali coinvolte
nei tagli di
cui sono responsabili i ministri Tremonti e Gelmini e dunque nelle mobilitazioni.
Venerdì 17 ottobre infatti in tutta Italia sono scesi assieme in piazza maestri
e maestre elementari, insegnanti del liceo, genitori, studenti e sudentesse, dottorandi,
riceratori e qualche, seppure isolato, professore universitario. In comune c'era
non solo l'obiettivo, ma anche una riflessione sull'attualità e una lettura politica
che si traduceva chiaramente in alcuni slogan come "La vostra crisi non la pagheremo
noi", che si riferisce doppiamente alla crisi economica globale e alla bancarotta
del sistema universitario, oppure "libero accesso ai saperi e al reddito", che
si riferisce alla comune condizione di precarietà che caratterizza oramai chunque
non sia
precario. Non a caso abbiamo già detto che questa composizione ha trovato il
modo, oltre che i numeri necessari, ad inventarsi una giornata di sciopero adeguata
ai nostri tempi ed efficace, ma non è tutto, si condivideva infatti il desiderio
di immaginare scuole e università differenti, di volerle sognare e sperimentare
giorno per giorno.

Difatti nessuno di tutti coloro che sono scesi in piazza è per la difesa dell'esistente,
ma nemmeno il discorso della meritocrazia ha tanto presa, se non presso alcuni
docenti e un pezzo ininfluente della Conferenza dei Rettori denominatosi Associazione
per la Qualità dell'Università. Ciò che in moltissime città si sta provando a
fare è di mettere in scena, a partire dalle lezioni in piazza, ma se possibile
anche in pratica, partendo da alcune facoltà occupate, una università in cui
sia centrale il protagonismo di tutti coloro che la vivono, a partire dalla costruzione
e dall'impostazione della didattica.
Molti la chiamano libera università, altri, in modo meno enfatico, didattica
alternativa, o più polemico, critica della didattica, ma la sostanza è che se
il sapere è cooperazione e se tanto si parla di innovazione, allora noi siamo
la generazione giusta per prendere in mano le redini, al di fuori dello sfruttamento.
Si tratta di lezioni
in cui si possa trattare anche di materie solitamente insegnate, ma con due caratteristiche
fondamentali: il coinvolgimento nella produzione dei materiali necessari e nella
preparazione della lezione da parte degli studenti e l'attinenza di ciò che si
apprende con la contemporaneità.
Tutti sono stufi di un sapere imbalsamato, accademico e stantio, ma anche di
un sapere nozionistico, utile al mercato del lavoro, anche se quello della precarietà
e delle risorse umane usa e getta, ma non utile alla vita, a costruirsi strumenti
di critica, di analisi, di lettura della società ad esempio. Alla facoltà di Mediazione
culturale
hanno organizzato approfondimenti sulle classi ponte, a Scienze Politiche hanno
studiato il fallimento dell'Università pubblica, all'Accademia di Belle Arti il
ruolo sociale delle nuove tecnologie.
Nel giro di due settimane centinaia di migliaia di giovani hanno deciso di essere
al centro dell'attenzione, lo hanno fatto portandosi dietro un bagaglio di contenuti
da condividere, sogni e desideri molto ampio. Sono giovani contemporanei al proprio
tempo, non emulatori di qualsivoglia epoca passata e sono convinti di avere delle
possibilità di vincere perchè dietro alla battaglia contro il decreto vedono una
battaglia contro la precarietà delle condizioni di vita attuali e future.
Tuttavia non è disperazione, ma creatività e potenza quella che si vede in questi
giorni nei cortei e nelle facoltà, ci sono moltissime persone che hanno deciso
di uscire allo scoperto e sono disposte a prendersi manganellate tanto quanto
sono determinate a salire in cattedra assieme ai docenti disponibili per dimostrare
che ciò che stanno facendo non è contro la formazione ma per la sua difesa.
Leon