Pace o guerra? A due anni dagli accordi con i ribelli, il Paese si interroga sul suo futuro
scritto
per noi da
Matteo Fagotto
Non capita tutti i giorni che, dopo più di due anni di trattative sfociate in
un accordo di pace tra governo e ribelli, il mediatore alzi le mani e ammetta
pubblicamente il fallimento dei suoi sforzi. Eppure è quanto è successo in Burundi,
dove l'ex vice - presidente sudafricano Charles Nqakula, uno dei fautori dell'accordo
del 2006 che aveva nominalmente posto fine alla guerra civile, ha alzato bandiera
bianca a causa delle troppe divergenze tra il governo e i ribelli delle Palipehutu
- FNL, l'ultimo gruppo armato ancora attivo nel Paese.

L'amarezza per il fallimento delle trattative è grande, soprattutto considerando
le grandi aspettative che avevano accompagnato la firma degli accordi nel 2006.
Negli ultimi due anni, però, l'attuazione concreta del trattato ha incontrato
solo ostacoli: colpa delle divergenze tra governo e ribelli, troppo profonde in
alcuni casi per sperare di arrivare a un compromesso, come ha spiegato Nqakula.
La maggiore riguarda il programma di disarmo, non ancora cominciato dopo 24 mesi,
ma la cui risoluzione si lega ad alcuni nodi politici mai sciolti.
Le FNL chiedono, per bocca del loro portavoce Pasteur Habimana, di poter essere
registrate come partito politico sotto il nome di "Palipehutu". Il governo però
non ha accettato la posizione dei ribelli sulla base di due motivazioni, la prima
delle quali è legata a quanto stabilito dall'accordo di pace, il quale prevede
che il disarmo avvenga prima della discesa in politica delle FNL. La differenza
maggiore riguarda però il nome della nuova formazione, che significa "partito
per la liberazione degli Hutu": la Costituzione burundese considera infatti illegali
i partiti formati su base etnica.

La questione non è di poco conto, visto che le FNL, assieme agli altri gruppi
ribelli che avevano combattuto il governo di Bujumbura fino al 2003, sostiene
di combattere proprio per ottenere maggiori diritti per la popolazione Hutu, che
costituisce la grande maggioranza della popolazione. Dall'altra parte il governo,
retto da Pierre Nkurunziza, anch'egli ex ribelle, accusa le FNL di continuare
a combattere solo per tornaconto personale.
Il processo di pace, insomma, sembra aver perso molta della spinta iniziale.
Inevitabile, dopo che la messa in pratica degli accordi si è trascinata per così
tanto tempo senza progressi sostanziali, e dopo che le FNL avevano sconfessato
l'operato dello stesso Nqakula, accusato di essere troppo vicino al governo burundese.
La situazione si era talmente deteriorata che, lo scorso aprile, erano tornate
a parlare le armi, con i ribelli ad attaccare la capitale Bujumbura a colpi di
mortaio e l'esercito a rispondere. Per ora la nuova tregua regge, ma il fatto
che il governo si sia detto "molto deluso" dal comportamento delle FNL non lascia
presagire nulla di buono.