Il governo al-Maliki alla Casa Bianca: 'Rinegoziamo'. Ma Washington è ferma sui contentuti del 'Patto'.
Il ticchettio del cronometro, quando il
tempo sta per scadere, aumenta sempre più di intensità
e a Washington si sente fortissimo. A 70 giorni dalla scadenza del
mandato Onu che permette alle truppe straniere di operare sul suolo
iracheno, il Sofa, il cosiddetto 'Patto sulla Sicurezza' preparato
dalle cancellerie di Washington e Baghdad, è in pieno stallo. Su spinta delle
parti politiche, il governo di al-Maliki ha chiesto di rinegoziare l'accordo.
Secca la risposta del Segretario alla Difesa Usa Robert Gates: "Il Patto non si
tocca. Se l'intesa non verrà raggiunta, bisogna aspettarsi delle gravissime conseguenze".
"Prendere o lasciare". Quello che per Stati Uniti e Iraq
doveva essere un accordo chiuso, un pacchetto che il Parlamento
iracheno doveva “prendere o lasciare” è al centro di un
denso dibattito tra le diverse fazioni politiche che siedono
nell'emiciclo legislativo. Le speranze che il Sofa (Status of Forces
Agreement) venga ratificato dal parlamento diventano ogni ora più
liquide: i negoziatori Usa pressavano affinché l'accordo fosse
concluso e approvato dal Parlamento entro fine luglio, per evitare
che si arrivasse alle elezioni provinciali – previste per il primo
ottobre scorso e poi rimandate al nuovo anno - che avrebbero potuto
modificare la componente politica del Paese mediorientale. Ma la
resistenza mostrata dalla classe politica deve aver stupito
Washington e lo stesso premier Nouri al-Maliki che con una nota di
imbarazzo ha dovuto comunicare all'ambasciatore statunitense Ryan
Crocker, lunedì, l'ennesima fumata nera.
La sostanza dell'accordo. Dal seno del Consiglio Politico per la
Sicurezza Nazionale sono venute fuori tutte le perplessità
derivanti da un accordo che di bilaterale sembra avere ben poco se
non che una parte abbia dettato e l'altra scritto. Il Sofa concede
un'estensione del termine di permanenza alle forze straniere in Iraq
di tre anni, cosa che permetterebbe alle truppe americane di rimanere
di stanza fino al 2011. L'accordo prevede una prima fase, che vedrà da giugno
il ritiro dei soldati da Baghdad e dalle
altre città rimanendo all'interno delle proprie basi per fornire
supporto tecnico e formativo all'esercito iracheno e una seconda fase nel corso
della quale le truppe rientreranno progressivamente in patria fino al 2011.
I punti spinosi. E' stata la fazione sciita a invitare il
governo a riaprire formalmente le trattative per modificare ed
emendare il 'Sofa'. Due su tutti sono i punti dell'accordo che i
membri del Consiglio Supremo Isalmico dell'Iraq (Siic) vorrebbero
cancellare: 1. La questione della responsabilità di soldati e
contractors che la società irachena vedrebbe sottratta alla
propria sovranità. 2. La possibilità per l'esercito Usa
di rimanere anche oltre il 2011 “qualora il governo iracheno ne
facesse richiesta”.
L'immunità per i crimini
commessi dagli statunitensi è una nota molto spinosa: secondo
l'accordo questi, che attualmente sono sottoposti alla sola legge
marziale americana, potrebbero essere processati da un tribunale
iracheno solo per i reati commessi fuori servizio e fuori dalle basi
militari. E anche in questi casi, sarebbero processabili solo dopo il
vaglio di una commissione mista composta da iracheni e statunitensi.
Sul secondo punto, in molti sono
dell'idea che la possibilità per il governo iracheno di
richiedere la permanenza delle truppe americane anche dopo il 2011,
sia più un suggerimento poco velato che non un'opzione di
Baghdad.
Se i due partiti della rappresentanza
curda hanno comunicato che approveranno il piano senza alcuna
riserva, il leader sciita radicale Moqtada al-Sadr, è invece
deciso nel non volere neanche prendere in esame il 'Sofa': sabato
scorso ha portato in strada a Baghdad 50mila persone per dire un
secco no al Patto di Sicurezza chiedendo un ritiro immediato delle
truppe Usa dal territorio iracheno.
Nouri al-Maliki dovrà aumentare
i suoi sforzi per riordinare e rendere confortevole il 'Sofa'
dell'ospite americano.
Nicola Sessa