28/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il portavoce della comunità somala racconta a PeaceReporter le violenze subite dalla sua gente
scritto per noi da
Matteo Fagotto
 
 
Stanco, sconsolato e deluso dal Paese che si definisce la miglior democrazia dell'Africa. Così si sente Mohammed Hirsi, il portavoce della comunità somala in Sudafrica intervistato da PeaceReporter. Dopo aver perso il proprio negozio e il lavoro negli attacchi xenofobi dello scorso maggio, che provocarono più di 65 morti, oggi Hirsi prova a rifarsi una vita. Continuando a denunciare le violenze silenziose che la sua comunità subisce ogni giorno.
 
Uno sfollato somalo prega in un campo di accoglienza vicino a PretoriaSignor Hirsi, ultimamente più di 200 commercianti somali hanno ricevuto delle lettere minatorie da parte dei loro concorrenti sudafricani, che minacciano di ucciderli se non chiuderanno i loro negozi nelle prossime settimane. Da quanto va avanti questa storia?
Non c'è nulla di nuovo, purtroppo. Le lettere sono arrivate lo scorso mese, ma la nostra comunità ha dovuto subire altre persecuzioni nel 1999, nel 2001... Ne abbiamo vissute talmente tante che abbiamo perso il conto.
 
I locali vi accusano di rubare loro il lavoro, di non rispettare le regole del Paese che vi ospita...
Onestamente, non capisco di cosa parlino. Abbiamo un sacco di sudafricani a cui diamo lavoro, e che danno lavoro a noi. La maggioranza di noi è integrata con la gente di qui.
 
La comunità somala ha qualche responsabilità in questa vicenda?
Alcuni ci accusano di essere troppo diversi dai sudafricani. Ci sono delle differenze culturali innegabili, tra cui la religione, visto che siamo musulmani. Ma con la maggior parte dei sudafricani non abbiamo mai avuto problemi. Gli unici che ci attaccano sono i nostri concorrenti economici.
 
La situazione è peggiorata dopo le violenze della scorsa primavera?
Indubbiamente. Anche se le vittime sono diminuite.
 
La folla saccheggia il negozio di un immigrato somaloIl governo sta facendo qualcosa per proteggervi?
Qualcosa è stato fatto, ma non è abbastanza. Speriamo che prendano a cuore il nostro problema, perché senza l'aiuto delle autorità sarà difficile risolverlo.
 
Signor Hirsi, gli scontri di maggio lei li ha vissuti sulla propria pelle.
Sì, purtroppo. Come tante altre persone ho perso il lavoro, quando una folla inferocita ha distrutto il mio negozio. Ma ho ripreso a lavorare ora, anche grazie all'appoggio degli amici e dei colleghi.
 
E' deluso da questo Paese?
Senza dubbio. Questa era la terra delle libertà, della lotta all'apartheid. Ora, dalla nostra prospettiva, la situazione è estremamente seria e preoccupante.