Duecento lettere. Duecento avvisi di morte recapitati ad altrettanti negozianti
somali della provincia sudafricana di Western Cape. O chiudete i vostri negozi entro due settimane, o ne subirete le conseguenze.
Ancora scioccata delle violenze xenofobe che lo scorso maggio uccisero almeno
65 immigrati, la comunità somala chiede aiuto alle autorità, che per il momento
tacciono. Dall'altra parte della barricata, milioni di sudafricani indigenti,
che non vogliono vedersi togliere il pane di bocca e sono disposti a uccidere
pur di preservare le loro miserie dalla concorrenza degli stranieri. In mezzo,
un Paese incapace di proteggere gli uni e di garantire un futuro decente agli
altri. E' la storia di un fallimento chiamato Sudafrica.

Ha la voce rassegnata Mohammed Hirsi, il portavoce nazionale della comunità somala,
mentre racconta a
PeaceReporter l'aggressione subita lo scorso maggio. "Una folla inferocita è entrata nel mio
negozio, distruggendo tutto da cima a fondo", ricorda. "Ho perso ogni cosa. Ho
dovuto ripartire da zero. E ora la storia si ripete". Da anni vittima di violenze
e rappresaglie che hanno provocato centinaia di morti, la comunità somala è tornata
nel mirimo degli abitanti delle townships, le baraccopoli locali che circondano
Città del Capo. Stanchi di subire la concorrenza dei somali, i negozianti di Khayelitsha
hanno deciso di cacciarli, con le buone o con le cattive. Negli ultimi mesi, almeno
sei somali sono stati uccisi mentre erano al lavoro. Dai loro negozi, però, non
è stato rubato nulla. Un messaggio fin troppo chiaro. "Ma inquadrare queste tensioni
come attacchi di xenofobia non coglie quello che è il problema principale: la
competizione per un numero limitato di risorse, in un ambiente povero come quello
delle townships, spiega a
PeaceReporter Abdul Fattaag Carr, rappresentante del
Muslim Judicial Council, un'associazione religiosa che fornisce assistenza agli stranieri vittime di
violenze.
Tra tutte le comunità del Sudafrica, quella somala vanta il triste primato delle
maggiori violenze subite. Giunti negli anni '90 a causa della guerra civile in
patria, i somali sono stati tra i primi a stanziarsi in un Paese ancora povero
e alle prese con gli strascichi dell'apartheid. Finiti nelle township assieme
alle classi meno abbienti, col tempo i somali hanno creato una rete economica
florida, che si appoggia sui forti legami all'interno della comunità. Ma cosa
succede quando a pagarne le conseguenze sono i più poveri tra i poveri? "Mi piange
il cuore a vedere gente che non ha i soldi per comprare un pezzo di pane o mandare
i propri figli a scuola", spiega a PeaceReporter Mandisi Njoli, segretario della Camera di Commercio federale di Khayelitsha.
"Nelle township non ci sono regole, la concorrenza è selvaggia. Gli stranieri
vengono qui e aprono le attività, senza documenti e senza un accordo con le comunità
locali. Tutti i negozi sono gestiti da loro, mentre la gente del posto muore di
fame".

Solo nella provincia di
Western Cape, le violenze di maggio hanno fatto 20.000 sfollati. Di questi, ancora 1.400
vivono nei campi allestiti dal governo, che ha metà settembre ha chiuso la maggior
parte delle strutture di accoglienza. Gli immigrati che non sono scappati dal
Paese hanno dovuto far ritorno alle proprie case, o a quello che ne rimane. Molti
senza più un lavoro o una prospettiva economica, alla mercé di una popolazione
che li vede come nemici. Se da maggio i morti sono drasticamente diminuiti, è
solo perché il problema è stato nascosto sotto il tappeto, ma le ceneri covano
ancora.
"Se il governo avesse fatto qualcosa prima, le violenze di maggio si sarebbero
potute evitare", continua Njoli. La sua frase è una sinistra minaccia per il futuro.
Impegnate nel raccogliere i cocci delle lotte fratricide all'interno dell'African National Congress, le autorità non paiono intenzionate a risolvere il problema. Confinata nelle
township, la lotta tra somali e sudafricani rimarrà un conflitto tra poveri, lontano
dalle telecamere e dai quartieri per ricchi di Città del Capo. Divisi da un destino
che li vede impegnati in una lotta per la sopravvivenza, Hirsi e Njoli sono d'accordo
solo su una cosa: il fallimento di un Paese che, 14 anni fa, era considerato il
faro della democrazia africana. "Mio padre era un militante dell'Anc. Ha dato la sua vita per questo Paese, e cosa abbiamo ottenuto?", conclude il
commerciante di Khayelitsha. "Abbiamo solo sostituito l'apartheid tra bianchi
e neri con quello tra ricchi e poveri".