Il giorno della razza. Ora con la guerriglia in difficoltà e la crisi economica che bussa alle porte
la gente comincia a chiedere i diritti che da troppo tempo ha negati.
Il 12 ottobre,
el día
de la raza, ossia l’anniversario della scoperta dell’America, come se prima
non vi abitasse nessuno, è stato il catalizzatore della esplosione della
protesta delle popolazioni indigene colombiane, che si somma a quella di vari
altri settori sociali in agitazione da settimane. I giudici hanno sospeso lo
scorso giovedì uno sciopero ad oltranza che andava avanti da 43 giorni, sospeso
nell’attesa di vedere mantenute le promesse dell’esecutivo. I tagliatori di
canna da zucchero sono in sciopero da più di un mese, hanno bloccato strade e
bruciato campi chiedendo un contratto diretto con gli zuccherifici, salari
dignitosi, pensioni e sanità. Mentre il prezzo internazionale della canna da
zucchero aumenta dato il suo uso come bio combustibile i loro salari e
condizioni degradano costantemente. Il settore studentesco minaccia di scendere
in strada il prossimo 23 e vari altri
settori statali sono in sciopero da venerdì scorso.
Tutti insieme. Il
La Minga de los pueblos è quindi iniziata
lo scorso 12 di ottobre e commemora i 516 anni di resistenza dei popoli
indigeni. Le mobilitazioni hanno incendiato tutto il paese e in questo momento
almeno 16 delle 32 regioni colombiane sono toccate da manifestazioni e
occupazioni simboliche. Il movimento indigeno è stata un catalizzatore di tutte
le altre proteste latenti, e non, presenti nel paese. Alla minga hanno aderito
la Cut (il principale sindacato del paese), Asonal Judicial (sindacato dei
lavoratori della giustizia), i tagliatori di canna, movimenti di contadini,
studenteschi e molti altri. In molti casi tutti questi attori si sono uniti
fisicamente alle proteste degli indigeni, creando una insolita dimostrazione di
solidarietà. Questo risultato non è casuale, ma l’effetto di un lento processo
che il popolo Nasa chiama di
tessuto di
relazioni con gli altri attori sociali e che dura da anni. Questo
tessuto disegna una serie di punti
minimi comuni a vari settori della società sui quali costruire le prossime azioni.
Coscienza e forza morale. Le popolazioni indigene colombiane stanno dimostrando di essere la coscienza
e
la forza morale di un paese che ha dimenticato come reclamare i propri diritti,
ipnotizzato dalla figura presidenziale.
Secondo la Onic (Organizzazione nazionale
indigena colombiana) durante l’ultimo anno sono stati uccisi 1253 indigeni, uno
ogni 53 ore e 54.000 sono stati espulsi dalle loro terre ancestrali. Solo negli
ultimi 15 giorni le vittime sono state 19. Gli Indigeni chiedono anche
l’adempimento dei vari accordi firmati con il governo e non onorati da questo.
Chiedono
inoltre la cancellazione di una serie di leggi recenti che ignorando la
costituzione del ’91 mette le ricchezze naturali dei loro territori a disposizioni di chi voglia
sfruttarle, a prescindere dall’ autorizzazione o meno dei popoli originari.
I diritti. Diciotto dei 102 popoli indigeni ancora esistenti sono oggi a rischio di
estinzione, dato che sono composti da
meno di 200 abitanti ognuno. Come i Nasa ripetono spesso: “Un indigeno senza
terra è un indigeno morto”. Questi diritti che gli indigeni reclamano sono
tutti contenuti nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli
Indigeni, approvata nel settembre del 2007 e firmata da tutti i paesi latinoamericani,
tranne la Colombia. La Onic esige dal presidente la firma di questo trattato.