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Carlos e Carminia, poco più che ventenni, del Guatemala. Ad accomunarli
un passato di stenti e miseria. Di violenza. Sono entrambi niños de la
calle, scappati di casa per sfuggire alla fame, ai maltrattamenti
domestici, agli abusi. Finiti a vivere in strada, si sono aggregati a
chi, come loro, non sembrava avere altra scelta. E fanno questo tipo di
vita da più di dieci anni ormai, sopportando e ingoiando esperienze
durissime. Tra queste la tortura da parte degli ufficiali di polizia e
delle forze di sicurezza
“E’ normale che ci maltrattino – racconta Carlos -. Per loro i ragazzi
di strada non hanno diritti. Ci fermano per un nonnulla. Magari solo
perché abbiamo i capelli lunghi o siamo vestiti male. Ci vedono, ci
vengono incontro, ne prendono uno a caso e lo accusano di essere un
ladro. Lo pestano a mani nude o con i bastoni e se ne vanno. Così. E
noi non possiamo che restare in silenzio. Intorno a noi nessuno ci
sostiene. La gente crede a loro non a noi. Anche io sono stato
picchiato, ma non ho mai potuto replicare: sono un nino de la calle e
non ho diritti per loro. Eppure anch’io sono un essere umano!”.
Carlos è nato nei pressi di Amatitlan, in una periferia dissestata, ed
è stato cresciuto dal nonno, che lo malmenava continuamente. A sei anni
ha iniziato a vivere con sua madre e il compagno. Ancora peggio. Il
patrigno era solito prenderlo a bastonate, ogni giorno, e molto spesso
violentava le sue tre sorelle. Adesso tutti e quattro vivono in strada.
“Gli agenti di polizia si divertono con noi, ma preferiscono le
ragazze. Loro le violentano – racconta Carlos -. Ne abusano sia nelle
prigioni che per strada, dietro minaccia di arresto. Ho visto tante
giovani donne sottomettersi a loro per evitare di essere portate
dentro. E questo mi fa stare così male. Specialmente quando capita alla
tua ragazza. Pur vivendo in strada si impara a prendersi cura delle
persone care e quando succede loro qualcosa di così brutto e ingiusto è
davvero doloroso. Quando la tua fidanzata ti racconta che ha dovuto
soccombere ai voleri di un poliziotto per evitare la prigione il senso
di rabbia e impotenza è insopportabile”.
E non solo escluse le bambine. “Una di otto anni mi ha confidato che un
agente le ha chiesto di guardarla nuda in cambio della libertà. Eppure
non ha colpe. Ma i bambini non sanno. E poi possono reagire ancora meno
di noi. E se poi la polizia arriva perfino a minacciarli, puntando loro
la pistola alla testa… Alcuni li uccidono, pure. Quelli che hanno più
paura”. Ma questi inumani passatempi non si esauriscono qui. “A volte
ci fermano e ci bruciano le mani con le sigarette – riprende -. A me
hanno gettato del solvente addosso e mi hanno picchiato. Solo perché
non avevo soldi da darli”.
Adesso, Carlos è aiutato da Casa Alianza Guatemala, che raccoglie e
sostiene i niños de la calle con un apposito programma umanitario.
Anche Carminia è sostenuta dal Programma de Rescate di questa
associazione e anche lei ha le idee chiare su cosa voglia dire essere
torturati.
Vive in strada dall’età di 11 anni. E’ cresciuta in una zona agricola
con i suoi genitori adottivi. La matrigna la malmenava, il patrigno la
violentava. La calle è stata la sua unica via di fuga. Non sa né
leggere né scrivere e spera di riuscire ad abbandonare la vita di
strada, un giorno.
“I poliziotti ci lasciano andare solo se andiamo a letto con loro –
racconta la ragazza -. Lo fai, e basta. La paura è troppa. Altrimenti
trovano un modo qualsiasi per incastrarci: magari ci nascondono un po’
di marijuana nelle tasche e per noi è il carcere”.
Carminia descrive la tortura con immagini semplici quanto spaventose.
“La tortura è quando prendono uno di noi, se lo portano lontano
lontano, lo bruciano vivo o gli strappano un orecchio o cose del
genere. Alcuni dei miei amici li hanno perfino uccisi. Dopo averli
torturati però. Ad uno gli hanno cavato gli occhi, strappate le
orecchie e poi finito a colpi di macete. Questa è la tortura per noi,
niños de la calle”.