
All’epoca avevo tredici anni e mezzo. Mio padre, nato anch'egli in Libia durante
il mandato
britannico, era giornalista. Nel 1945 assunse la direzione del Corriere di Tripoli.
Aveva preso
il posto di Renato Mieli, padre di Paolo, che era rientrato in Italia per dirigere
l’Unità. Il 5 giugno era un lunedì. Ricordo che quel giorno dovevo andare a scuola,
la Dante Alighieri, per svolgere il tema di italiano al fine di conseguire la
licenza media. Mentre eravamo in classe
ci dissero che dovevamo abbandonare la scuola perché nel centro di Tripoli erano
scoppiate manifestazioni molto violente. Si diede fuoco a tutti i negozi degli
ebrei, furono distrutte delle sinagoghe e furono trucidate due famiglie. Morirono
in tutto diciassette persone. Ricordo ancora che mi recai di fretta a casa di
mio zio e attraversai la manifestazione. Era cominciata la caccia all’ebreo. Attraversai
la città e ricordo ancora l’odore acre del bruciato dei negozi. Il cielo di Tripoli,
che la mattina ricordo di un azzurro meraviglioso, si era trasformato in un cielo
plumbeo. Mio fratello e mia sorella più piccoli erano a scuola dalle suore, mio
padre era in ufficio, mia madre a casa. La famiglia era dispersa per la città.
Ci riunimmo solo alle sette di sera durante il coprifuoco e rimanemmo chiusi asserragliati
a casa per dodici giorni, con tapparelle abbassate. Ricordo che mio padre, tra
la preoccupazione di mia madre, tutte le mattine usciva per prendere un po’ di
pane, della frutta e dell'insalata e le immancabili sigarette perché era un accanito
fumatore.
Alla fine di quei giorni?
Il 17 giugno, era Shabbat, proprio nelle prime ore del pomeriggio, ricordo quel
caldo afoso terribile, venimmo scortati verso il terminal e di lì all’aeroporto.
Senza niente. Con due valige e 20 sterline. Lasciammo tutto. Ricordo sull’aereo,
era un Caravel dell’Alitalia, mio padre si tenne sulle ginocchia per tutto il
viaggio la mia sorellina più piccola perché non c’era più posto. E poi arrivammo
all’aeroporto di Fiumicino e ricominciammo tutto da capo
Tornaste in Italia. Si sentì più profugo o fu più un ritorno a casa?
Mi sentii profugo perché non avevamo più niente. Ripeto: solo due valige e 20
sterline.
Nient’altro. Fummo ospitati da nostri parenti per quattro mesi.
Mi ricordo l’ingresso al liceo. Era il 1967, in classe c’era un fascista che
mi disse: “Tu sei uno sporco ebreo”. Io avevo quattordici anni. Venivo da una
società come quella di Tripoli molto ovattata; ero arrivato in un paese come l’Italia
di quegli anni, inserito in un contesto sociale ben diverso. Avevo un nome ebraico.
Mi sentii per la prima volta apostrofato così e ci stetti male, molto male. Mi
fece per la prima volta sentire diverso: non ero considerato come gli altri. E’
chiaro che furono anni molto difficili.
Ma per fortuna avevo due genitori che ebbero la forza e il coraggio di ricominciare
un’altra vita e portandoci in salvo dall’inferno di Tripoli, furono capaci di
sostenerci e farci studiare.
Nessuno di noi ha abbassato la testa. Anzi è aumentata l’energia, la voglia di
ricominciare; pur in una società con il 68 in arrivo, l’autunno caldo. Però l’Italia
ci accolse, la comunità ebraica di Roma ci aiutò. Forse nel mio paese sarei tornato
anche solo per studiare, ma così fu tutta un’altra cosa.
E oggi si rivede nelle immagini di chi sbarca in Italia in cerca di un futuro
migliore?
Sì assolutamente. Lasciammo Tripoli con due valige e 20 sterline, cioè lasciammo
tutto quello che avevamo. Fu drammatico. Mio padre stette in silenzio per tutto
il viaggio, le lacrime agli occhi. Ma era felice di aver salvato le nostre vite,
quelle di sua moglie e dei suoi figli. Ricordo le luci accecanti dell’aeroporto
Leonardo da Vinci e ricordo l’immagine di un manifesto pubblicitario con la cupola
dorata della moschea di Omar e il Muro del pianto con la scritta a caratteri cubitali:
visitate Israele, Gerusalemme d’oro. Avevamo raggiunto la salvezza. Riscoprimmo
la libertà di essere noi stessi. Sono ricordi che mi tengo stretti, non ero un
adulto e nemmeno un bambino. Fui scosso molto…Infatti ogni volta che lo racconto
non riesco a non commuovermi e il ricordo è sempre molto vivo. Ecco la memoria,
ecco perché è importante. Per non ripetere il futuro. Non possiamo dimenticare
il 1967, come non possiamo dimenticare la Shoah, le leggi razziali. Quella memoria
ci deve aiutare a costruire una società più giusta, basata sul rispetto, sulla
tolleranza. Sennò non c’è futuro.