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“La maggioranza degli oltre 7mila palestinesi, ancor oggi detenuti
nelle prigioni israeliane, hanno subito torture”. Lo afferma Maher
Talhami, un avvocato arabo israeliano che lavora per Physicians for
Human Rights-Israel. Questa organizzazione non profit e apartitica, che
dal 1988 si batte per la tutela del diritto alla salute, lo scorso 8
giugno ha presentato una petizione all’Alta Corte contro il Sistema
carcerario israeliano (Ips) chiedendo che si ponga immediatamente fine
agli abusi sistematici commessi ai danni dei prigionieri nel carcere
“Sharon”.
“Si trova nel centro del Paese, a circa mezz’ora di macchina da Tel
Aviv”, spiega Ella Yedaya, coordinatrice del progetto. “È un vecchio
istituto detentivo, aperto nel 1953. Oggi l’ala femminile è stata
spostata; mentre quella maschile è sempre più grande, tanto che sono
stati costruiti anche nuovi locali. Gli abusi da noi denunciati
avvengono comunque, in prevalenza, nella parte vecchia”. Privazione del
sonno, prolungate attese in piedi al freddo o sotto il sole cocente,
incappucciamenti con stracci imbevuti di vomito o di urina, rumori
assordanti, sono purtroppo considerati routine. E poi c’è la cosiddetta
“posizione banana”, che consiste nel lasciare un prigioniero sulla
pancia con le mani legate alle caviglie.
“Provate a chiedere ai palestinesi che cos’è lo ‘shabah’. Quasi tutti
tristemente hanno sperimentato questa posizione seduta su uno
sgabellino basso con ceppi alle mani e talvolta anche ai piedi”,
prosegue l’avvocato Talhami. Ma quel che è peggio, è che i detenuti non
ricevono alcun tipo di assistenza medica. Un problema grave, viste le
percosse, le ferite e le contusioni riportate durante gli
interrogatori. Di tutto ciò, purtroppo, non esistono immagini. È questa
la fondamentale differenza rispetto al caso Iraq. “Le foto delle
torture commesse da soldati americani ad Abu Ghraib sono ‘compatibili’
con molte carceri israeliane”, sono pronti a giurare gli avvocati di
Physicians for Human Rights-Israel.
Una conferma arriva dall’ultimo rapporto del Comitato Pubblico contro
la Tortura in Israele (Pcati) – un’organizzazione di diritti umani
indipendente fondata nel 1990 dall’attivista Hannah Friedman e dal
giurista Stanley Cohen. Esso copre il periodo settembre 2001-aprile
2003 e si basa su 80 deposizioni scritte e giurate, e altrettanti casi
giudiziari. Una tale quantità di prove che porta a concludere: “La
tortura in Israele è di nuovo una routine, portata a termine in modo
metodico e istituzionalizzato”. Malgrado tutto questo, “nemmeno un
investigatore dello Shabak o Shin Bet è stato processato”.
Lo Stato di Israele e la tortura. È una vecchia storia, quella che lega
lo Stato di Israele alla pratica della tortura. Dal 1967, ovvero
dall’inizio dell’occupazione, è sempre stata praticata, sebbene Tel
Aviv abbia sempre negato l’evidenza. Fu nel 1987 che, dopo un lungo
dibattito in sede legale e della sicurezza, il Comitato ministeriale
Landau stabilì alcune linee guida segrete da seguire durante gli
interrogatori. Disse che poteva essere usata “una pressione fisica e
psicologica moderata” nei confronti dei detenuti. Si calcola che, da
allora, almeno 850 palestinesi siano stati torturati ogni anno. Proprio
nell’87 era scoppiata la prima Intifada e, agli occhi dell’opinione
pubblica israeliana, qualsiasi mezzo pareva lecito per far fronte agli
attacchi dei palestinesi.
Un sondaggio commissionato dall’associazione per i diritti umani
B’tselem, nel 1996, confermava che il 73 per cento degli israeliani
appoggiava l’uso della forza. Il dibattito si riapre cinque anni fa.
Nel settembre 1999, in seguito a una petizione del Comitato Pubblico
contro la Tortura in Israele, l’Alta Corte mise fuori legge questo
genere di abusi definendoli delle “pratiche inaccettabili”. Gli agenti
dello Shin Bet dissero allora di essere stati privati degli strumenti
per combattere il terrorismo. A quel punto, un parlamentare
dell’opposizione fece passare un emendamento, che consentiva agli
inquirenti di utilizzare la forza nei casi di “bombe ad orologeria”,
minorenni compresi. Così molte vie di fuga diventavano di nuovo
possibili.
Dopo lo scoppio della seconda Intifada – seguito alla “passeggiata” di
Ariel Sharon sulla spianata delle Moschee il 28 settembre 2000 – e
soprattutto dopo una serie di attentati suicidi sugli autobus, nei
caffè e nelle discoteche israeliane, lo Shabak è tornato alla
coercizione fisica come pratica standard. Ne sono assolutamente
convinti gli avvocati dei diritti umani, sia da parte palestinese che
israeliana.