17/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Numero 28. Dal 1° settembre al 30 settembre 2008
un barcone di migrantiEra il 1998 e migliaia di profughi curdi sbarcavano sulle coste calabresi in fuga dalle persecuzioni in Iraq, Siria, Iran e Turchia. Tra il 1980 e il 1999 l'esercito turco aveva cacciato oltre 2 milioni di kurdi da 3.428 villaggi poi distrutti. E nel 1988 Saddam Hussein aveva sterminato con armi chimiche 5.000 persone nella città kurda di Halabja. Il 12 dicembre del 1998 atterrò a Roma addirittura Abdullah Öcalan, il leader del Partito dei lavoratori kurdi (Pkk) in rivolta dal 1984 nel sud est della Turchia. Chiese asilo politico, ma il governo D’Alema non gli offrì protezione e il 15 febbraio 1999 fu catturato dai servizi segreti turchi a Nairobi, per poi essere trasferito nell’isola prigione di Ýmralý dove sta tuttora scontando l’ergastolo.

Non tutti i kurdi però raggiunsero la meta. Il 16 ottobre 1998 un vecchio peschereccio con 75 passeggeri a bordo, partito dal Libano, ruppe il motore e fu costretto a sbarcare sulla costa cipriota. Attraccarono sulla punta più a sud dell’isola. Akrotiri. Che allora come oggi era sotto il controllo dell’autorità britannica. Fu la loro disgrazia.

Dieci anni dopo, 60 dei 75 passeggeri sono ancora bloccati a Dhekelia, una delle due Sovereignity Bases Areas (SBA) di Cipro, postazioni mantenute sotto l’autorità inglese dopo l’indipendenza dell’isola, ex colonia di sua maestà, nel 1960. Due fazzoletti di terra, che in tutto coprono una superficie di 250 km quadrati e ospitano una popolazione di circa 3.500 abitanti, per lo più militari e funzionari inglesi.

“Quando andrò in paradiso, Dio mi dirà di ritornare sulla terra, perché non ho una nazionalità”. Mustafà J.S. è nato il 3 gennaio 1974. Sulla stropicciata carta d’identità siriana, alla voce nazionalità, ha scritto “stateless”. È nato e cresciuto in Siria, ma ufficialmente non è cittadino di nessuno stato. La storia della sua famiglia ha inizio nell'Ottocento, quando un ragazzo armeno lasciò la Turchia per trasferirsi in un villaggio della Siria abitato da kurdi.

Fin da bambino Mustafà ha conosciuto il disprezzo, a scuola e per strada, nella città di Al Hasakah, nella Siria orientale. A dodici anni, incoraggiato dal fratello maggiore, inizia a suonare il bouzouki, lo strumento a corde tipico della musica greca e di tutto il vicino oriente. In pochi anni diventa un maestro. È ricercato in ogni serata. Ci sono periodi dell’anno che passa tre mesi consecutivi in tournée. Essendo stateless è tutto più difficile. Perché ufficialmente non può lavorare né spostarsi dalla sua regione. Si appoggia ai documenti degli altri componenti del gruppo. Sono tutti kurdi. Fanno serate con musica araba ma partecipano anche ad eventi politici in cui rispolverano le musiche tradizionali curde.

Nel marzo del 1997, in occasione dei festeggiamenti del Nevroz, il capodanno kurdo, nonostante i timori, accettano di suonare in una piazza di Al Hasakah. Alla fine del concerto, appena sceso dal palco, alcuni poliziotti lo buttano a terra e iniziano a colpirlo davanti ai presenti. Poi lo portano via. Viene trattenuto 72 ore al Commissariato di polizia. Tre giorni di pestaggi e torture. Un amico glielo aveva detto. Il dolore più forte lo provi nei primi cinque minuti, ma se riesci a tenere il controllo per la prima mezz’ora di botte, dopo non senti più niente. Fu così. Lo picchiano in quattro agenti, per otto ore consecutive. Gli chiedono i nomi dei leader della resistenza kurda. Lui dice di non sapere niente.

Appena saputo dell’arresto, il padre pagò 4.000 dollari a un ufficiale affinché pagasse i poliziotti in turno perché gli risparmiassero le torture più violente. Tre giorni dopo venne rimesso in libertà. Prima di tornare a camminare ci vollero due mesi. I piedi erano distrutti. Li avevano massacrati con le manganellate sulla pianta del piede. Era così gonfi che non entravano più nelle scarpe. “Passai dal 43 al 57!” dice scherzando Mustafà. Subito dopo però si fa cupo in volto. Ricordare gli fa male. Un amico kurdo qui alla SBA non riesce più nemmeno a fare pipì – dice sottovoce – e ha problemi di erezione, a causa delle torture con scariche elettriche al pene e ai testicoli subite nelle carceri siriane. Fu lo zio ad aiutarlo a fuggire. Prima Damasco, poi Beirut, in Libano. E da lì Tarabulus da dove si imbarcò per l’Italia per poi ritrovarsi bloccato a Cipro.

Ancora oggi Mustafà non può ritornare in Siria. Tanto più che adesso ha una moglie e due figli. Il bambino, Ibrahim, è nato nella SBA. La bimba, Fatma, a Cipro. Nemmeno loro hanno una cttadinanza. E sulle carte d’identità dei genitori c’è scritto “nazionalità incerta”. La moglie, Pawkee, classe 1972, viene dalla Birmania. Era a Cipro come lavoratrice domestica, poi ha perso lavoro e documenti e ha chiesto asilo. Fino al 2004, prima dell’ingresso di Cipro nell’Ue, Mustafà non poteva uscire dalla base, né poteva lavorare. Finalmente, nel gennaio del 2007, dopo oltre otto anni di attesa, è stato riconosciuto come rifugiato dallo stato cipriota. Nel 2004 infatti Cipro ha firmato un memorandum d’intesa con le SBA per farsi carico dei circa 60 richiedenti asilo nelle basi inglesi e dei 16 bambini nati dopo il loro arrivo. Molti di loro però non hanno assolutamente voglia di fare di nuovo domanda d'asilo. Uno di loro è Said, kurdo iraqeno. Ha buttato dieci anni della sua vita in attesa di un documento, di cui due in un campo di detenzione. Nel frattempo gli sono nati quattro bambini, la sua richiesta d’asilo è stata rigettata due volte e ad oggi non è autorizzato a lavorare. Nessuno gli restituirà mai i dieci anni di vita. Come nessuno restituirà mai la vita a chi l’ha persa per entrare in Europa.

Le stragi alle porte dell'Unione europea continuano nell'indifferenza dei Paesi che si affacciano sul cimitero Mediterraneo. Il bollettino di settembre parla di 191 morti documentate dalla stampa. Una barca con 83 egiziani è dispersa al largo di Porto Said, e un cayuco partito dall'Africa per le Canarie qualche mese fa, è stato ritrovato ai Caraibi, ad Antingua, trasportato dalle correnti con i resti di otto dei passeggeri. Dal 1988 sono ormai 13.098 le morti di frontiera documentate. Troppo poche per mettere in discussione le politiche europee dell'immigrazione. Troppo presto per indignarsi. Nessuno di loro avrà giustizia. E in definitiva nemmeno memoria.
 
Gabriele Del Grande
Categoria: Migranti