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Gli attacchi di McCain. Con un format diverso dai due precedenti – i due candidati seduti a un tavolo
di fronte al moderatore Bob Schieffer, con spazio per risposte e contro-risposte
– il dibattito è stato il più interessante dei tre. McCain ha attaccato da subito,
portando al centro del discorso un elettore dell'Ohio che alcuni giorni fa aveva
confrontato Obama sulla proposta di lasciar cadere gli sgravi fiscali a chi guadagna
più di 250 mila dollari all'anno. “L'idraulico Joe” - esempio della middle class
bianca preoccupata della crisi – è diventato così a sorpresa la star del dibattito,
citato decine di volte. Ai discorsi di McCain per “parlare direttamente a Joe”,
Obama ha risposto punto per punto, accettando il gioco e guardando anche lui dritto
in camera. Le accuse di McCain sulla sanità, sulle tasse e sul proposito di scatenare
una “guerra di classe” con la sua politica fiscale redistributiva erano potenzialmente
pericolose, ma Obama le ha gestite con compostezza. Molti commentatori gli rimproverano
quel tono da “professorino”, e tanti simpatizzanti lo vorrebbero più combattivo;
ma alla fine la capacità di Obama di rispondere con calma e nei dettagli, specie
in momenti difficili come questo per gli Usa, sembra pagare.
Lo spettro della sconfitta. Di fronte al rivale così cool, più passava il tempo, più McCain sembrava perdere
la pazienza. Gli è uscita bene la frase “Senatore Obama, io non sono George Bush.
Se voleva correre contro di lui, doveva candidarsi quattro anni fa”, ma nel resto
del dibattito il candidato repubblicano ha mostrato preoccupanti segni del suo
livore e della sua impazienza. Ha portato in tv le accuse – vecchie di sette mesi
– ad Obama di avere legami con il “terrorista” Bill Ayers, un professore universitario
di Chicago membro di un gruppo estremista, che comunque non è mai stato condannato
per alcunché. Ma si è soffermato a lungo, troppo, sulle “pubblicità negative”
di Obama contro di lui, nonché sul fatto che il rivale abbia rinunciato ai finanziamenti
statali per la campagna elettorale (evitando così un tetto alla raccolta, che
McCain è invece tenuto a rispettare). Insieme al suo atteggiamento mentre parlava
Obama – ghigni di incredulità, fretta di rispondere senza neanche lasciarlo finire,
appunti scribacchiati furiosamente – l'impressione è stata quella di un anziano
politico che sente già scivolare via la vittoria contro un rivale di 25 anni più
giovane, che parla meglio, che raccoglie più soldi, che sta prendendo il largo
nei sondaggi. E che alla fine ha dovuto salutare con una pacca sulla spalla riconoscendogli
di aver fatto un “good job”, un bel lavoro. Solo due settimane fa, nel primo confronto
in tv, non lo aveva degnato di uno sguardo.
Alessandro Ursic