Scritto per noi da
Antonella Sinopoli

Spaccare pietre per vivere. Un mestiere duro, pesante, inumano. Se a farlo è
una donna la fatica triplica, diventa insostenibile, diventa quotidiano inferno.
Se a farlo sono donne affette dall’HIV lo sforzo diventa indescrivibile.
Eppure esistono luoghi dove una donna, tante donne, da mattino a sera spaccano
pietre. Donne affette dall’HIV che fanno questo per sopravvivere, per i loro figli,
perché la loro vita è questa. E basta. Le abbiamo incontrate a Kampala, capitale
dell’Uganda, nel quartiere di Kireka. Nello slum di Kireka. Si dice che siano
oltre 6 mila le persone che ci vivono, ma avere un numero certo in una realtà
come quella di una baraccopoli è molto difficile. Una cosa è certa: viverci è
una sfida giornaliera, una sfida fatta di necessità primarie (mangiare, bere,
curarsi) che qui sono emergenza; una sfida contro un futuro già segnato a cui
però molti non accettano di arrendersi. A non accettarlo questo destino a Kireka
sono coloro dalle quali potresti aspettarti, in una situazione del genere, solo
una reazione di rassegnazione: le donne appunto. Quelle che, con mezzi rudimentali,
stanno sedute in terra tutto il giorno a spaccare pietre. Quelle malate che non
sanno quanto ancora rimane loro da vivere. Eppure qui a Kireka le donne sono protagoniste
assolute, e prova che un cambiamento è sempre possibile. Anche nelle situazioni
più disperate. Prova che speranza, forza, fede a amore per la vita possono capovolgere
un futuro che sembrava segnato.

Kireka è noto come il quartiere Acholi, la maggior parte dei suoi abitanti infatti
appartengono all’etnia del Nord Uganda. Sono qui da anni, molti dei bambini sono
nati qui e non hanno mai conosciuto la terra di origine dei loro genitori. In
migliaia sono fuggiti dalla guerra civile che per un ventennio ha insanguinato
i loro villaggi. A Kitgum, Pader, Gulu, hanno lasciato i loro poveri averi, ma
almeno hanno salvato la vita e messo al sicuro i loro figli dal pericolo costante
di assalti e rapimenti da parte dei ribelli del Lord’s Resistance Army, che li
avrebbero poi costretti ad impugnare le armi. Destino di moltissimi che invece
non sono fuggiti. Qualcuno in una vita migliore, nella capitale Kampala, ci aveva
sperato, ci aveva creduto. Ma le cose, si sa, nel continente africano non sono
mai facili. Dovunque. E, come si sa, il peso maggiore di sacrifici, lavoro, impegno
da queste parti spesso ricade sulle donne.

Il “vantaggio” di Kireka è di trovarsi ai margini di una cava di pietra che è
stata di fatto inclusa nei confini dello slum. Una fonte di guadagno sicuro in
cambio di un lavoro massacrante. Guadagno? Per dieci chili di pietrisco le aziende
costruttrici locali pagano qualcosa come 100 scellini ugandesi. Circa 4 centesimi
di euro. Uno sfruttamento di cui nessuno lamenta l’esistenza, una condizione di
cui nessun sindacato assume la denuncia e la difesa. Cose che qui non esistono.
Cose di un altro mondo. Un mondo sconosciuto. E queste donne, affette dall’HIV
o già con la malattia conclamata, di mondo conoscono solo questo. Il mondo di
Kireka, a spaccare pietre in mezzo alla polvere, con i bambini legati alle spalle.
E poi quando il sole cala e non c’è più luce, a dormire in baracche fetide, senz’acqua
e, manco a parlarne, servizi igienici. Eppure a Kireka queste donne hanno incontrato
Rose. Una donna, come loro, che ha rivoluzionato il modo di intendere e vivere
la loro esistenza. Rose Busingye è una donna ugandese, infermiera e ostetrica
che ha studiato in Italia dove conserva tanti amici. Ha 39 anni e per le donne
di Kireka è diventata madre, sorella, amica, medico. Lì a Kireka, con l’aiuto
di persone di buona volontà, ha fondato il Meeting Point International, una ONG
che sostiene soprattutto bambini orfani, ammalati o con famiglie in gravi difficoltà
e donne (mamme) affette dal virus dell’HIV. Un impegno gravoso, incessante, difficile.
In Uganda, secondo i dati forniti dall’WHO (World Health Organization) l’aspettativa
di vita è di 49 anni per gli uomini e 51 per le donne, l’AIDS è la principale
causa di morte, insieme a malaria, tubercolosi e diarrea (l’incidenza dell’HIV
tra gli adulti dai 15 anni in su è di 6.304 su 100 mila - dati 2005); l’accesso
all’acqua potabile nelle aree rurali è pari solo al 55 percento con punte minime
del 25 percento in alcuni distretti (Dipartimento internazionale per lo Sviluppo),
e lo stesso Ministero di Genere, Lavoro e Sviluppo sociale dell’Uganda ha reso
noto che la popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà è pari al
38 percento (stime 2004).
In questo contesto di difficoltà estreme, il principio di partenza di Rose è
stato: le persone non sono la loro malattia, ma hanno dentro un valore e la loro
vita vale più della loro malattia.

Le donne di Kireka, ammalate e destinate a spaccare pietre e a morire di AIDS
allora hanno capito e hanno capovolto la loro vita. Il fatto di sentire che qualcuno
dava loro valore ha dato loro la forza necessaria, e da questa forza sono nate
iniziative eccezionali. Come diventare imprenditrici di se stesse, attraverso
la realizzazione di collane e bracciali in carta colorata riciclata che oggi vengono
vendute nei migliori negozi del paese (ma se vi capitasse di andare a Kampala
acquistateli da loro, vi costeranno meno e loro guadagneranno di più). Una iniziativa
grazie alla quale oggi, alcune di loro hanno la possibilità di appaltare il lavoro
di spaccapietre e quindi fornire lavoro (seppur povero) ad altre donne bisognose.
Come fondare una squadra di calcio, tutta rigorosamente al femminile, il cui capitano
è stata soprannominata Ronaldo in onore alla passione che lei nutre per il calciatore
brasiliano. Ma c’è un altro principio che Rose ha trasmesso a queste donne, quello
dell’appartenenza gli uni agli altri come una grande famiglia. Spinte da questo
sentimento, le donne di Kireka, hanno superato la loro condizione di dipendenza
dagli aiuti di altri, ma anche quella di necessità, e si sono esse stesse trasformate
in donatrici. All’epoca dello tsunami hanno raccolto del denaro da inviare ai
paesi colpiti e all’indomani dell’uragano Katrina, che ha distrutto New Orleans
e ucciso quasi duemila persone, sono riuscite a raggiungere e spedire la somma
di mille dollari. Un gesto spontaneo, di solidarietà tra bisognosi, che ha valso
a queste coraggiose il Vision Award da parte della New York Women’s Foundation.
Per quell’occasione, qualche mese fa, una rappresentanza di cinque donne è stata
invitata nella Grande Mela. Nessuna di loro aveva mai preso un aereo, nessuna
aveva mai viaggiato oltre il tragitto dal Nord del Paese alla capitale. Ma lì,
in un mondo totalmente nuovo, non si sono lasciate intimorire e ad un giornalista
che chiedeva loro come avessero potuto fare un gesto simile, così povere e bisognose
di tutto, una delle cinque, Margareth, ha risposto: “il cuore dell’uomo è internazionale,
non ha razza, non ha colore e si commuove alle necessità degli altri. Anche le
persone in America ci appartengono e noi apparteniamo loro, perché non si appartiene
né alle cose, né al lavoro”. È con questo spirito che le donne di Kireka vivono.
Oggi la possibilità di ricevere, grazie all’impegno di Rose, il trattamento antiretrovirale,
ha permesso loro di vivere meglio, di vivere di più, di guardare ad un futuro
anche un po’ più lontano. Ma forse è anche uno stile di vita improntato alla
generosità e alla gioia che ha migliorato lo stato di salute di queste donne e
dei loro figli. Se provate ad andare a Kireka, soprattutto al giovedì, giorno
dedicato all’accoglienza, vedrete queste donne danzare, cantare e suonare le percussioni
tradizionali. Oppure recitare perfomance in cui mettono in scena la loro stessa
vita, prima e dopo aver incontrato Rose. Sarete travolti da un'esplosione di gioia,
dalla loro grande vitalità, dall’entusiasmo di esserci, e di condividere un giorno
di festa insieme con voi.