24/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il coraggio di una donna nello slum dove per vivere si spaccano pietre
                                                                   Scritto per noi da
Antonella Sinopoli
 
Spaccare pietre per vivere. Un mestiere duro, pesante, inumano. Se a farlo è una donna la fatica triplica, diventa insostenibile, diventa quotidiano inferno. Se a farlo sono donne affette dall’HIV lo sforzo diventa indescrivibile.
Eppure esistono luoghi dove una donna, tante donne, da mattino a sera spaccano pietre. Donne affette dall’HIV che fanno questo per sopravvivere, per i loro figli, perché la loro vita è questa. E basta. Le abbiamo incontrate a Kampala, capitale dell’Uganda, nel quartiere di Kireka. Nello slum di Kireka. Si dice che siano oltre 6 mila le persone che ci vivono, ma avere un numero certo in una realtà come quella di una baraccopoli è molto difficile. Una cosa è certa: viverci è una sfida giornaliera, una sfida fatta di necessità primarie (mangiare, bere, curarsi) che qui sono emergenza; una sfida contro un futuro già segnato a cui però molti non accettano di arrendersi. A non accettarlo questo destino a Kireka sono coloro dalle quali potresti aspettarti, in una situazione del genere, solo una reazione di rassegnazione: le donne appunto. Quelle che, con mezzi rudimentali, stanno sedute in terra tutto il giorno a spaccare pietre. Quelle malate che non sanno quanto ancora rimane loro da vivere. Eppure qui a Kireka le donne sono protagoniste assolute, e prova che un cambiamento è sempre possibile. Anche nelle situazioni più disperate. Prova che speranza, forza, fede a amore per la vita possono capovolgere un futuro che sembrava segnato.

Kireka è noto come il quartiere Acholi, la maggior parte dei suoi abitanti infatti appartengono all’etnia del Nord Uganda. Sono qui da anni, molti dei bambini sono nati qui e non hanno mai conosciuto la terra di origine dei loro genitori. In migliaia sono fuggiti dalla guerra civile che per un ventennio ha insanguinato i loro villaggi. A Kitgum, Pader, Gulu, hanno lasciato i loro poveri averi, ma almeno hanno salvato la vita e messo al sicuro i loro figli dal pericolo costante di assalti e rapimenti da parte dei ribelli del Lord’s Resistance Army, che li avrebbero poi costretti ad impugnare le armi. Destino di moltissimi che invece non sono fuggiti. Qualcuno in una vita migliore, nella capitale Kampala, ci aveva sperato, ci aveva creduto. Ma le cose, si sa, nel continente africano non sono mai facili. Dovunque. E, come si sa, il peso maggiore di sacrifici, lavoro, impegno da queste parti spesso ricade sulle donne.

Il “vantaggio” di Kireka è di trovarsi ai margini di una cava di pietra che è stata di fatto inclusa nei confini dello slum. Una fonte di guadagno sicuro in cambio di un lavoro massacrante. Guadagno? Per dieci chili di pietrisco le aziende costruttrici locali pagano qualcosa come 100 scellini ugandesi. Circa 4 centesimi di euro. Uno sfruttamento di cui nessuno lamenta l’esistenza, una condizione di cui nessun sindacato assume la denuncia e la difesa. Cose che qui non esistono. Cose di un altro mondo. Un mondo sconosciuto. E queste donne, affette dall’HIV o già con la malattia conclamata, di mondo conoscono solo questo. Il mondo di Kireka, a spaccare pietre in mezzo alla polvere, con i bambini legati alle spalle. E  poi quando il sole cala e non c’è più luce, a dormire in baracche fetide, senz’acqua e, manco a parlarne, servizi igienici. Eppure a Kireka queste donne hanno incontrato Rose. Una donna, come loro, che ha rivoluzionato il modo di intendere e vivere la loro esistenza. Rose Busingye è una donna ugandese, infermiera e ostetrica che ha studiato in Italia dove conserva tanti amici. Ha 39 anni e per le donne di Kireka è diventata madre, sorella, amica, medico. Lì a Kireka, con l’aiuto di persone di buona volontà, ha fondato il Meeting Point International, una ONG che sostiene soprattutto bambini orfani, ammalati o con famiglie in gravi difficoltà e donne (mamme) affette dal virus dell’HIV. Un impegno gravoso, incessante, difficile. In Uganda, secondo i dati forniti dall’WHO (World Health Organization) l’aspettativa di vita è di 49 anni per gli uomini e 51 per le donne, l’AIDS è la principale causa di morte, insieme a malaria, tubercolosi e diarrea (l’incidenza dell’HIV tra gli adulti dai 15 anni in su è di 6.304 su 100 mila - dati 2005); l’accesso all’acqua potabile nelle aree rurali è pari solo al 55 percento con punte minime del 25 percento in alcuni distretti (Dipartimento internazionale per lo Sviluppo), e lo stesso Ministero di Genere, Lavoro e Sviluppo sociale dell’Uganda ha reso noto che la popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà è pari al 38 percento (stime 2004).
In questo contesto di difficoltà estreme, il principio di partenza di Rose è stato: le persone non sono la loro malattia, ma hanno dentro un valore e la loro vita vale più della loro malattia.
 
La squadra femminile di KirekaLe donne di Kireka, ammalate e destinate a spaccare pietre e a morire di AIDS allora hanno capito e hanno capovolto la loro vita. Il fatto di sentire che qualcuno dava loro valore ha dato loro la forza necessaria, e da questa forza sono nate iniziative eccezionali. Come diventare imprenditrici di se stesse, attraverso la realizzazione di collane e bracciali in carta colorata riciclata che oggi vengono vendute nei migliori negozi del paese (ma se vi capitasse di andare a Kampala acquistateli da loro, vi costeranno meno e loro guadagneranno di più). Una iniziativa grazie alla quale oggi, alcune di loro hanno la possibilità di appaltare il lavoro di spaccapietre e quindi fornire lavoro (seppur povero) ad altre donne bisognose. Come fondare una squadra di calcio, tutta rigorosamente al femminile, il cui capitano è stata soprannominata Ronaldo in onore alla passione che lei nutre per il calciatore brasiliano. Ma c’è un altro principio che Rose ha trasmesso a queste donne, quello dell’appartenenza gli uni agli altri come una grande famiglia. Spinte da questo sentimento, le donne di Kireka, hanno superato la loro condizione di dipendenza dagli aiuti di altri, ma anche quella di necessità, e si sono esse stesse trasformate in donatrici. All’epoca dello tsunami hanno raccolto del denaro da inviare ai paesi colpiti e all’indomani dell’uragano Katrina, che ha distrutto New Orleans e ucciso quasi duemila persone, sono riuscite a raggiungere e spedire la somma di mille dollari. Un gesto spontaneo, di solidarietà tra bisognosi, che ha valso a queste coraggiose il Vision Award da parte della New York Women’s Foundation.  Per quell’occasione, qualche mese fa, una rappresentanza di cinque donne è stata invitata nella Grande Mela. Nessuna di loro aveva mai preso un aereo, nessuna aveva mai viaggiato oltre il tragitto dal Nord del Paese alla capitale. Ma lì, in un mondo totalmente nuovo, non si sono lasciate intimorire e ad un giornalista che chiedeva loro come avessero potuto fare un gesto simile, così povere e bisognose di tutto, una delle cinque, Margareth, ha risposto: “il cuore dell’uomo è internazionale, non ha razza, non ha colore  e si commuove alle necessità degli altri. Anche le persone in America ci appartengono e noi apparteniamo loro, perché non si appartiene né alle cose, né al lavoro”. È con questo spirito che le donne di Kireka vivono. Oggi la possibilità di ricevere, grazie all’impegno di Rose, il trattamento antiretrovirale, ha permesso loro di vivere meglio, di vivere di più, di guardare ad un futuro anche un po’ più lontano.  Ma forse è anche uno stile di vita improntato alla generosità e alla gioia che ha migliorato lo stato di salute di queste donne e dei loro figli. Se provate ad andare a Kireka, soprattutto al giovedì, giorno dedicato all’accoglienza, vedrete queste donne danzare, cantare e suonare le percussioni tradizionali. Oppure recitare perfomance in cui mettono in scena la loro stessa vita, prima e dopo aver incontrato Rose. Sarete travolti da un'esplosione di gioia, dalla loro grande vitalità, dall’entusiasmo di esserci, e di condividere un giorno di festa insieme con voi.
Parole chiave: kireka, uganda, slum
Categoria: Diritti, Donne, Economia
Luogo: Uganda